Inferno Canto 23: analisi, commento, figure retoriche


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del ventreesimo canto dell'Inferno (Canto XXIII) della Divina Commedia di Dante Alighieri.

In questo canto Dante e Virgilio, dopo essere riusciti a sfuggire ai minacciosi Malebranche (i diavoli), raggiungono la VI Bolgia dell'VIII Cerchio (Malebolge), dove sono puniti gli ipocriti (coloro che si mostravano in modo diverso rispetto al loro reale comportamento, specie in ambito politico) costretti a indossare della cappe dorate all'esterno e in piombo all'interno (tra questi Catalano dei Malavolti, Loderingo degli Andalò, Caifas). Catalano spiega ai due poeti che Malacoda li ha ingannati, dal momento che tutti i ponti sono distrutti e attraverso i quali non è possibile raggiungere la Bolgia successiva.



Analisi del canto

Il contrappasso
La pena degli ipocriti di Malebolge è tra quelle che meglio rappresentano la loro colpa:
  • cappe d'oro e di piombo: nascosero il male sotto un'apparenza di virtù e bellezza;
  • passo lento e faticoso: cercarono di superare gli altri attraverso la falsità e l'inganno.

Chi deve sottostare alla pena più severa in questa bolgia è Caifa, simbolo dell'ipocrisia dei Farisei e responsabile della crocifissione di Cristo, e si trova crocifisso a terra e calpestato dai suoi compagni di pena.


La polemica antiecclesiastica
La critica si appunta contro l'ipocrisia dei monaci. Lo dichiarano le cappe benedettine dei dannati, la processione, la presenza dei due frati gaudenti. La polemica si inserisce nel quadro di una condanna generale dei vizi della Chiesa: avara, simoniaca e ora anche ipocrita.


Il linguaggio degli ipocriti
L'ipocrisia è quell'atteggiamento tipico di chi parla o agisce fingendo falsa devozione o amicizia, e in questo canto si manifesta attraverso un linguaggio malizioso e indiretto, ad esempio mediante le perifrasi, attraverso un modo di parlare imponente per argomenti di poca importanza, e con uno stile beffardo.




Commento

Lenti lenti sotto le cappe dorate, gli ipocriti si affollano lungo la stretta bolgia infernale, simili ai monaci di Cluny. Immediatamente il lettore è calato nell'atmosfera silenziosa del monastero, in un apparente luccichio sotto il quale covano tensioni e passioni assai poco nobili. Dante sottolinea nella scenografia, negli atteggiamenti e nel linguaggio degli ipocriti il doppio livello che domina la loro personalità. L'oro esterno delle cappe in realtà è piombo, il loro sguardo è bieco, i loro sentimenti sono di invidia, sono curiosi di sapere e nello stesso tempo diffidenti. Ipocriti tristi si autodefiniscono, citando un passo del Vangelo di Matteo, il quale sottolinea come gli ipocriti amino esibire la loro tristezza nei giorni del digiuno. L'aggettivo però rende anche l'infelice condizione della loro anima che si sofferma nei suoi timori e sospetti, chiusa nelle pieghe dell'incomunicabilità. Ma il termine "tristi" ha anche valore di cattivi e malvagi. Gli ipocriti sono tristi di dentro, come il piombo è vile cosa rispetto all'oro, incapaci di rapporti autentici, covano odio, vendetta, sentimenti di rivincita verso quel prossimo col quale non entrano in relazione se non per perseguire i loro scopi personali. Perfidia e astuzia si sommano in loro: il frate godente Catalano indica Caifa a Dante non certo per amore del poeta, ma solo per distogliere l'attenzione da sé e farla concentrare su un altro dannato di fama superiore alla sua.
Caifa campeggia nella bolgia come emblema di ipocrisia: «Uccidetene uno per il bene di tutto il popolo» — aveva detto nel Sinedrio proponendo la condanna di Gesù —; invero più che al popolo pensava a se stesso. Ponzio Pilato non aveva alcun interesse né voglia di uccidere Gesù, che mai aveva contrastato il potere politico dei Romani. Caifa lo volle uccidere, però, perché Gesù aveva pubblicamente denunciato l'ipocrisia dei Farisei e aveva cacciato i mercanti dal tempio. Non era il popolo ebraico che aveva da temere da Gesù, ma Caifa e tutti i capi farisei. Così Gesù fu condannato come "nemico pubblico" dal gruppo dirigente ebraico. Virgilio, al vedere Caifa, si meraviglia, come se la ragione stessa si stupisse di una pena così orribile, ma anche di un uomo così perfido. Questa, tuttavia, è la bolgia degli ipocriti e, nell'analogia che Dante instaura tra questi dannati e l'atmosfera dei conventi, ritrova ancora una volta il Cristo crocifisso dai nuovi Farisei.
Ipocriti: il termine, etimologicamente, è composto da hypó ("sotto") e krinesthai ("giudicare"), e deriva dal greco hypokrités (= attore, colui che simula i sentimenti di un personaggio). I primi commentatori della Commedia, invece, intesero il termine come composto da hypér ("sopra") o hypó ("sotto") e krusós ("oro"), vale a dire "coloro che hanno sopra (o sotto) l'oro", cioè nascondono qualcosa. Gli ipocriti hanno comunque la perfidia come loro abito naturale. Così Virgilio subisce lo scherno di essere beffato da Catalano. Una sconfitta su tale piano, però, non scalfisce il rispetto e l'amore di chi condivide il medesimo progetto di vita e Dante, affettuoso, corre dietro Virgilio che, a gran passi, procede verso la bolgia successiva.



Le figure retoriche

Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del ventitreesimo canto dell'Inferno. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 23 dell'Inferno.


N’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo, come frati minor vanno per via = similitudine (vv. 2-3). Cioè: "andavamo uno dietro l'altro, come camminano per strada i frati minori".

E come l’un pensier de l’altro scoppia, così nacque di quello un altro poi, che la prima paura mi fé doppia = similitudine (vv. 10-12). Cioè: "E come da un pensiero ne nasce all'improvviso un altro, così da quello ne scaturì un altro che raddoppiò la prima paura.".

Ei ne verranno dietro più crudeli che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa = similitudine (vv. 17-18). Cioè: "essi ci verranno dietro più inferociti del cane che vuole azzannare la lepre".

L’imagine di fuor tua = anastrofe (v. 26). Cioè: "la tua immagine esteriore".

Mi prese, come la madre ch’al romore è desta e vede presso a sé le fiamme accese, che prende il figlio e fugge e non s’arresta, avendo più di lui che di sé cura, tanto che solo una camiscia vesta = similitudine (vv. 37-42). Cioè: "mi afferrò prontamente, come la madre che è svegliata all'improvviso dal rumore e vede il fuoco vicino a sé, e prende il figlio e fugge senza fermarsi, preoccupandosi più di lui che di se stessa, tanto da indossare soltanto una camicia".

Non corse mai sì tosto acqua per doccia a volger ruota di molin terragno, quand’ella più verso le pale approccia, come ’l maestro mio per quel vivagno = similitudine (vv. 46-49). Cioè: "Mai così veloce l'acqua corse lungo un condotto per far girare la ruota di un mulino di terra, quando essa è più vicina alle pale, come il mio maestro scese per quell'argine".

Portandosene me sovra ’l suo petto, come suo figlio, non come compagno = similitudine (vv. 50-51). Cioè: "portandosi me sopra il suo petto come se fossi suo figlio, non un compagno di viaggio".

Fuoro i piè suoi = anastrofe (v. 52). Cioè: "i suoi piedi ebbero toccato...".

Stanca e vinta = endiadi (v. 60).

Tenete i piedi = metonimia (v. 77). Il concreto per l'astratto, "fermate i piedi" invece di dire "rallentate il passo".

Convenia porre un uom per lo popolo a’ martìri = perifrasi (v. 117). Per indicare Gesù.

A gran passi sen gì = anastrofe (v. 145). Cioè: "se ne andò a gran passi".


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