Inferno Canto 23 - Analisi e Commento


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del ventreesimo canto dell'Inferno (Canto XXIII) della Divina Commedia di Dante Alighieri.


Analisi del canto

Il contrappasso
La pena degli ipocriti è tra le meglio costruite nelle corrispondenze simboli del contrappasso:
  • cappe d'oro e di piombo: nascosero il male sotto un'apparenza di virtù bellezza;
  • passo lento e faticoso: cercarono la falsità e l'inganno di superare gli altri.

Così Caifa, simbolo dell'ipocrisia dei Farisei e responsabile della crocifissione di Cristo, è ora crocifisso a terra e calpestato dai suoi compagni di pena.


La polemica antiecclesiastica
La critica si appunta contro l'ipocrisia dei monaci. Lo dichiarano le cappe benedettine dei dannati, la processione, la presenza dei due frati gaudenti. La polemica si inserisce nel quadro di una condanna generale dei vizi della Chiesa: avara, simoniaca e ora anche ipocrita.


Il linguaggio degli ipocriti
L'ipocrisia, che si manifesta soprattutto nell'abile falsità verbale, trova corrispondenza nel linguaggio malizioso e indiretto del canto, che si serve di parafrasi, di espressioni solenni per verità spicciole, di toni canzonatori.



Commento

Lenti lenti sotto le cappe dorate, gli ipocriti si affollano lungo la stretta bolgia infernale, simili ai monaci di Cluny. Immediatamente il lettore è calato nell'atmosfera silenziosa del monastero, in un apparente luccichio sotto il quale covano tensioni e passioni assai poco nobili. Dante sottolinea nella scenografia, negli atteggiamenti e nel linguaggio degli ipocriti il doppio livello che domina la loro personalità. L'oro esterno delle cappe in realtà è piombo, il loro sguardo è bieco, i loro sentimenti sono di invidia, sono curiosi di sapere e nello stesso tempo diffidenti. Ipocriti tristi si autodefiniscono, citando un passo del Vangelo di Matteo, il quale sottolinea come gli ipocriti amino esibire la loro tristezza nei giorni del digiuno. L'aggettivo però rende anche l'infelice condizione della loro anima che si sofferma nei suoi timori e sospetti, chiusa nelle pieghe dell'incomunicabilità. Ma il termine "tristi" ha anche valore di cattivi e malvagi. Gli ipocriti sono tristi di dentro, come il piombo è vile cosa rispetto all'oro, incapaci di rapporti autentici, covano odio, vendetta, sentimenti di rivincita verso quel prossimo col quale non entrano in relazione se non per perseguire i loro scopi personali. Perfidia e astuzia si sommano in loro: il frate godente Catalano indica Caifa a Dante non certo per amore del poeta, ma solo per distogliere l'attenzione da sé e farla concentrare su un altro dannato di fama superiore alla sua.
Caifa campeggia nella bolgia come emblema di ipocrisia: «Uccidetene uno per il bene di tutto il popolo» — aveva detto nel Sinedrio proponendo la condanna di Gesù —; invero più che al popolo pensava a se stesso. Ponzio Pilato non aveva alcun interesse né voglia di uccidere Gesù, che mai aveva contrastato il potere politico dei Romani. Caifa lo volle uccidere, però, perché Gesù aveva pubblicamente denunciato l'ipocrisia dei Farisei e aveva cacciato i mercanti dal tempio. Non era il popolo ebraico che aveva da temere da Gesù, ma Caifa e tutti i capi farisei. Così Gesù fu condannato come "nemico pubblico" dal gruppo dirigente ebraico. Virgilio, al vedere Caifa, si meraviglia, come se la ragione stessa si stupisse di una pena così orribile, ma anche di un uomo così perfido. Questa, tuttavia, è la bolgia degli ipocriti e, nell'analogia che Dante instaura tra questi dannati e l'atmosfera dei conventi, ritrova ancora una volta il Cristo crocifisso dai nuovi Farisei.
Ipocriti: il termine, etimologicamente, è composto da hypó ("sotto") e krinesthai ("giudicare"), e deriva dal greco hypokrités (= attore, colui che simula i sentimenti di un personaggio). I primi commentatori della Commedia, invece, intesero il termine come composto da hypér ("sopra") o hypó ("sotto") e krusós ("oro"), vale a dire "coloro che hanno sopra (o sotto) l'oro", cioè nascondono qualcosa. Gli ipocriti hanno comunque la perfidia come loro abito naturale. Così Virgilio subisce lo scherno di essere beffato da Catalano. Una sconfitta su tale piano, però, non scalfisce il rispetto e l'amore di chi condivide il medesimo progetto di vita e Dante, affettuoso, corre dietro Virgilio che, a gran passi, procede verso la bolgia successiva.


Nessun commento :

Scrivi un commento

I commenti dovranno prima essere approvati da un amministratore. Verranno pubblicati solo quelli utili a tutti e attinenti al contenuto della pagina. Per commentare utilizzate un account Google/Gmail, altrimenti la modalità "anonimo".