Inferno Canto 20 - Parafrasi


Appunto di italiano riguardante la parafrasi del canto ventesimo (canto XX) dell'Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri.

Nella quarta bolgia il contrappasso punisce la presunzione umana di divinare il futuro: gli indovini hanno la testa e il collo girati al contrario, così che, non potendo guardare avanti, sono costretti a camminare all’indietro procedendo lentamente e bagnando di lacrime il dorso. Anche Dante non trattiene il pianto alla vista della figura umana così deturpata, ma è aspramente rimproverato della sua immotivata compassione di fronte alla giustizia divina; quindi Virgilio gli mostra i maghi e gli indovini dell’antichità, Tiresia, Arunte, e Manto che gli offre il modo di narrare l’origine della città di Mantova. Su richiesta di Dante, la guida indica altri indovini, Euripilo, Michele Scotto, Guido Bonatti e Asdente, solo accennando a maghe e fattucchiere. Infine, Virgilio esorta l’allievo a riprendere il cammino, perché la luna sta per tramontare sotto Siviglia e quindi sulla terra sono circa le sei del mattino.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 20 dell'Inferno. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

È necessario che scriva versi su una straordinaria (nova) pena
e fornisca la materia al canto ventesimo della prima cantica,
che ha come protagonisti dannati sprofondati nell’Inferno.
Io ero già tutto intento (disposto)
a osservare attentamente (riguardar) nel fondo visibile (scoperto) della bolgia,
bagnato dal pianto angoscioso dei dannati;
ed ecco (e) vidi anime che sopraggiungevano lungo la bolgia (vallon) circolare,
silenziose e in pianto, con l’andatura
solita nelle processioni (letane) sulla terra.
Quando il mio sguardo si abbassò su di loro,
ciascuno mi apparve distorto (travolto) tra il mento e l’inizio del busto (casso),
tanto da destar meraviglia (mirabilmente),
poiché il volto era girato (tornato) all’indietro dalla parte delle reni,
e ognuno era costretto a camminare a ritroso,
perché era loro vietato di guardare in avanti.
Forse è successo qualche volta che qualcuno sia stato
così completamente stravolto dalla paralisi (parlasia),
ma io non vidi mai cose simili, e non credo sia possibile.
O lettore, voglia Dio (Se) che tu tragga insegnamento
dalla tua lettura (lezione), pensa ora da te stesso
in che modo io potevo tenere il volto asciutto,
quando vidi da vicino (di presso) la figura umana (la nostra imagine)
così stravolta (torta), che il pianto degli occhi
bagnava la fessura (fesso) tra le natiche.
Certo io piangevo, appoggiato a uno dei massi del ponte (scoglio)
di roccia (duro), così che la mia guida (scorta) mi disse:
«Sei ancora come gli altri sciocchi?
Qui la pietà è viva solo quando è morta del tutto (ben);
chi è più scellerato di colui
che di fronte alla condanna (giudicio) divina prova compassione (passion comporta)?
Alza la testa, alzala, e osserva quello a cui
si spalancò la terra, sotto gli occhi dei Tebani;
per cui essi tutti gridavano: "Dove precipiti,
Anfiarao? Perché abbandoni la battaglia?"
E non cessò (restò) di sprofondare verso l’Inferno (ruinare a valle)
fin quando giunse da Minosse che afferra tutte le anime.
Osserva attentamente (Mira) come egli ha trasformato le spalle in petto;
poiché ha voluto vedere troppo avanti,
adesso guarda indietro e cammina a ritroso.
Osserva Tiresia (indovino tebano), che cambiò aspetto
quando da maschio si mutò in femmina,
e si mutarono tutte quante le sue membra;
e gli fu necessario (gli convenne) colpire di nuovo,
con la verga, i due serpenti avvinti (avvolti),
prima di riavere le sue fattezze (penne) maschili.
È Arunte (indovino etrusco) quello che ha le terga vicino (s’atterga) al suo ventre,
che sui monti di Luni, dove l’abitante
di Carrara, che vive sotto, coltiva la terra (ronca),
ebbe tra i bianchi marmi una spelonca per dimora;
di qui (onde) non gli era impedita la vista (non li era la veduta tronca)
delle stelle e del mare.
E colei che si copre le mammelle,
che tu non puoi vedere, con le trecce sciolte,
e ha ogni parte pelosa del corpo dalla parte opposta (di là),
fu Manto (la figlia di Tiresia, indovina come il padre), che andò vagando (cercò) per molte terre;
si fermò poi là dove io nacqui;
e per questo desidero che tu mi ascolti un poco.
Dopo che (Poscia che) suo padre morì (di vita uscìo)
e la città sacra a Bacco (Tebe) fu resa schiava (dalla tirannia di Creonte),
costei vagò (gio) lungo tempo per il mondo.
Su nella bella Italia si estende un lago,
di nome Benaco, ai piedi delle Alpi Retiche
che segnano il confine (serra) della Germania (Lamagna) sopra il Tirolo (Tiralli).
Il territorio tra il lago di Garda e la Val Camonica e le alpi Pennine è bagnato,
per quanto so, da mille e più torrenti di quell’acqua
che poi stagna nel detto lago.
Nel mezzo vi è un’isola là dove i vescovi di Trento,
di Brescia e di Verona potrebbero (poria) dare
la propria benedizione (segnar), se mai facessero quel cammino.
Sorge (Siede) Peschiera, bella e robusta fortezza (arnese)
per fronteggiare gli attacchi di Bresciani e Bergamaschi,
dove la riva del lago è più bassa (discese).
Qui è necessario che trabocchi (caschi)
tutta l’acqua che non può essere contenuta nel lago di Garda,
e diventa fiume che discende per verdi pascoli.
Appena l’acqua comincia (mette co) a scorrere
non si chiama più Garda, ma Mincio
fino a Govèrnolo, dove sfocia (cade) nel Po.
Dopo un breve tratto di corso, il fiume trova un avvallamento (lama),
dove si slarga creando una palude (la ’mpaluda);
e d’estate talora l’acqua suole essere malsana (grama).
82-84 Passando di qui (Quindi) la vergine crudele (cruda)
Manto vide nel mezzo della palude
una terra incolta e priva (nuda) di abitanti.
Per sfuggire il consorzio umano,
si fermò lì coi servi per esercitare le arti magiche,
dove visse, e lasciò il suo corpo senza vita (vano).
In seguito gli abitanti che erano sparsi (sparti)
nei territori vicini convennero in quel luogo,
che era fortificato grazie alla palude che lo circondava da ogni parte.
Costruirono la città dove era stata sepolta la maga (ossa morte);
e in onore di colei che per prima scelse quel luogo,
la chiamarono Mantova senza altri sortilegi (sorte).
Un tempo (Già) i suoi abitanti (genti) furono più numerosi (spesse),
prima che la stoltezza (mattia) di (Alberto da) Casalodi
fosse ingannata da Pinamonte (che lo spodestò).
Perciò ti avverto (t’assenno) affinché, qualora tu sentissi
descrivere in altri modi le origini (originar) della mia terra,
nessuna menzogna inganni (frodi) la verità».
E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti
sono così sicuri (certi) e convincono (prendon) tanto la mia fede,
che gli altri sarebbero per me carboni spenti.
Ma dimmi se, tra le anime (gente) che camminano,
tu scorgi qualcuno degno di nota;
poiché solo a questo la mia mente torna a rivolgersi (rifiede)».
Allora mi disse: «Quello che stende (porge)
dalla guancia la barba sulle spalle scure,
fu – quando la Grecia restò priva (vòta) di maschi (tutti partiti per la guerra di Troia),
e rimasero solo quelli nelle culle –
un indovino, e indicò il tempo propizio (’l punto) insieme a Calcante
in Aulide per tagliare la prima fune (e salpare).
Si chiamò Euripilo, e così lo canta
il mio poema epico (tragedìa), l’Eneide, in qualche passo (loco):
e lo sai bene tu che lo conosci tutto.
Quell’altro che è così esile (poco) ai fianchi,
fu Michele Scotto (scozzese), che veramente
conobbe l’esercizio (gioco) delle arti magiche (alla corte di Federico II).
Vedi poi Guido Bonatti (astrologo); vedi Asdente (calzolaio di Parma che divenne indovino),
che ora vorrebbe aver atteso (inteso) al cuoio e allo spago,
ma troppo tardi si pente.
Vedi le sciagurate (triste) che abbandonarono l’ago,
la spola, il fuso e divennero indovine;
fecero magie con erbe e per mezzo di figure (imago).
Ma oramai vieni via di qui (vienne),
poiché la luna (Caino e le spine) già è al confine dei due emisferi
e tramonta (tocca l’onda) sotto Siviglia (Sobilia);
e già ieri notte la luna era piena (tonda):
te ne devi ricordare bene, poiché non ti ha nuociuto
mai mentre eri nella selva profonda».
Così mi parlava, e intanto (introcque) camminavamo.


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