Paradiso canto 22 Analisi e Commento


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del ventiduesimo canto del Paradiso (Canto XXII) della Divina Commedia di Dante Alighieri.
Lorenzo Monaco, San Benedetto resuscita un confratello, Firenze, Galleria degli Uffizi


Analisi del canto

I «canti gemelli»
Il canto compone un'unità lirico-narrativa con il precedente, con diversi fattori di complementarietà:
  • la continuità narrativa costituita dall'urlo finale dei beati nel canto XXI, che lega immediatamente la narrazione con quello del XXII;
  • i protagonisti Pier Damiani e Benedetto, figure emblematiche del monachesimo medievale;
  • la violenta polemica contro la corruzione della Chiesa e degli ordini conventuali;
  • l'analoga struttura narrativa dei canti: l'iniziale esitazione di Dante, il proporsi del beato, l'esposizione degli aspetti teologici, la biografia dei santi e l'invettiva finale;
  • il cielo di Saturno, che si esaurisce completamente nelle figure dei due santi.


S. Benedetto
La figura di S. Benedetto è la più rappresentativa della schiera di spiriti contemplanti, in quanto fondatore del monachesimo occidentale. Della sua biografia Dante ricorda un unico episodio, ma sufficiente a identificarlo: la conversione delle genti pagane che vivevano nelle valli del monte Cassino, con la conseguente fondazione dell'omonimo convento. S. Benedetto segna così storicamente il passaggio, in Italia, dall'età pagana a quella cristiana nel tramonto dell'Impero romano.


La condanna degli ordini monastici
Continua l'indignata denuncia di Dante contro la degradazione morale della Chiesa. Qui l'attacco è specifico contro gli ordini conventuali, la loro avidità e l'abbandono delle originarie regole monastiche. Non a caso l'invettiva è collocata nel cielo degli spiriti contemplanti, ed è messa in bocca a s. Benedetto, loro fondatore.


La visione liricoastronomica
Nell'ultima parte del canto Dante si volta indietro a vedere il cammino percorso: il suo sguardo poetico si apre in una descrizione grandiosa dell'armonia divina dello spazio e dei movimenti dei pianeti. All'interno di questa visione la terra si colloca lontana sul fondo, e si rivela misera e piccola, con le sue folli passioni e violenze da cui Dante prende poeticamente e concretamente distanza.


L'ultima apostrofe ai lettori

Ai vv. 106-111 Dante per l'ultima volta si rivolge direttamente ai suoi lettori. Egli così si congeda dal suo pubblico terreno nel momento in cui sta per ascendere ai più alti cieli del Paradiso, ma questo si collega con un dettaglio di natura autobiografica e quindi «terrena» (vv. 112-123): asceso al cielo delle Stelle Fisse, Dante si ritrova nello spazio occupato dalla costellazione dei Gemelli, la stessa sotto cui era nato.



Commento

Sotto il segno dei Gemelli
Un grido intenso interrompe l'atmosfera paradisiaca. Dante ne ha paura. Beatrice gli ricorda che in cielo tutto è bene ma quel grido ha suscitato nel poeta un'angoscia indicibile. È il grido d'orrore dei santi verso un mondo corrotto, la loro indignazione verso chi ha tradito il messaggio cristiano. Ciò significa il richiamo alla giustizia, che, dal centro del Paradiso, s'irradia giù sulla terra e giunge sino a Dante: ci sarà pertanto giustizia anche per il poeta, duramente colpito dalla cattiveria del mondo. Io sono Benedetto — dice il santo al poeta — e Dante vorrebbe vedere quel volto che tanta parte ebbe nella costruzione della cristianità e della civiltà medievale. Ma i suoi occhi non possono ancora reggere tale visione: bisognerà attendere l'ascesa all'Empireo, quando lo sguardo di Dante, accresciuto nella sua capacità di reggere la luce, potrà finalmente guardare il volto benedetto di tutti i beati raccolti nella candida rosa. Ora è troppo presto per Dante e un vorticoso volo di santi guida il sogno del poeta, portandolo con sé davanti a Dio, la beatitudine in cui tutto si realizza. Lo sguardo si dilata fra le costellazioni e i pianeti, fra gli incommensurabili spazi celesti e il mondo piccolissimo, laggiù, nella plaga terrestre. Nello splendore dei cieli brilla luminosa la costellazione dei Gemelli. Castore e Polluce, nati dall'uovo covato da Leda dopo gli amori con Giove che aveva assunto le sembianze di cigno, sono il simbolo dell'intelligenza, della creatività, della vivacità che essi conferiscono ai nati sotto la loro influenza astrale. Dante è tra questi e riconosce alla costellazione ogni sua dote. Astronomia e astrologia si mescolano al sacro, i segni zodiacali diventano strumenti di Dio, capaci di stimolare nell'uomo quelle capacità che, se ben usate, conducono a Lui. L'inno che Dante indirizza ai Gemelli è un ringraziamento che il poeta rivolge a Dio per i doni ricevuti, ma è anche una rinnovata dichiarazione della sua funzione di poeta e una nuova consacrazione delle sue capacità letterarie. Ancora una volta il poeta canta la mente e il cuore dell'uomo; alle soglie dell'incontro mistico con Dio, Dante ribadisce che nell'essere umano risiede una scintilla divina il cui dono richiede alle sue stelle, ai Gemelli, in maggior misura ora che s'avvia a conclusione il suo viaggio escatologico e deve essere portato a compimento il resoconto scritto di questo percorso, per il bene dell'umanità intera. Così Dante fa partecipe il lettore di una sua verità, già patrimonio degli antichi: la letteratura, l'arte, la poesia rappresentano una delle più alte espressioni dell'uomo. Di fronte a quell'aiuola piccola e meschina, fucina di ferocia, il poeta si erge libero e potente negli spazi immensi della sua fantasia.


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