Paradiso canto 18 Analisi e Commento


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del diciottesimo canto del Paradiso (Canto XVIII) della Divina Commedia di Dante Alighieri.
Illustrazione di Gustave Doré


Analisi del canto

Da Marte a Giove
Canto di passaggio fra due macrosequenze solenni e omogenee (i tre «canti di Cacciaguida» e i due «canti della giustizia»), il XVIII si caratterizza per la varietà e il movimento narrativi: prima la perplessità di Dante e la consolazione di Beatrice, poi la presentazione degli altri beati di Marte e il congedo da Cacciaguida, quindi la descrizione della bellezza di Beatrice, la salita al cielo di Giove, la molteplice visione dei beati del cielo di Giove e infine l'invettiva di Dante.


Il congedo da Cacciaguida e dai beati di Marte

Il colloquio con Cacciaguida, che si è svolto con così alta tensione di affetti e di argomenti nei tre canti precedenti, prosegue in tono minore nella prima parte di questo canto, dove l'anima del progenitore assume il più modesto compito di «cicerone» dell'oltremondo, indicando a Dante alcuni degli altri beati del cielo di Marte. Caratteristica comune di questi personaggi, oltre a trattarsi ovviamente di personaggi che si distinsero nella lotta militare per la fede cristiana, è la loro alta fama, in accordo con quanto affermato da Cacciaguida nel canto precedente a proposito dell'opportunità che a Dante vengano mostrate le anime dei grandi per la loro maggiore esemplarità morale.


I canti della giustizia
La seconda parte del canto, con la salita al cielo di Giove, apre quella sezione del Paradiso che, comprendendo i due canti successivi, è definita come «canti dell'Aquila», o «della giustizia», nella quale Dante affronta il tema fondamentale della virtù della giustizia, divina e terrena, che tanta parte occupa nella sua visione del mondo teologica, morale e politica. Qui ne leggiamo la grandiosa apertura.


Il tema allegorico: la visione del cielo di Giove

Dopo la croce nel cielo di Marte, Dante produce ora la seconda grande raffigurazione dei cieli superiori. Si tratta di una visione molteplice e cangiante: le luci dei beati si uniscono a formare prima la scritta di un versetto biblico, poi una grande M gotica, e infine il profilo della testa di aquila. Evidente è il valore allegorico della complessa raffigurazione. Il versetto biblico di Salomone è l'ammonimento rivolto ai potenti che guidano le vicende della terra; la M gotica, elemento di passaggio tra il volere divino e le vicende del mondo, è simbolo della monarchia universale auspicata da Dante; infine l'aquila è il simbolo chiarissimo dell'Impero romano, strumento provvidenziale per l'amministrazione della giustizia sulla terra.


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