Purgatorio canto 30 Analisi e Commento


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del trentesimo canto del Purgatorio (Canto XXX) della Divina Commedia di Dante Alighieri.
Dante e Beatrice, Carl Wilhelm Friederich Oesterly


Analisi del canto

Il canto dell'incontro con Beatrice
In questo canto trova realizzazione un momento cruciale e solenne dell’intera vicenda. L’incontro con Beatrice porta a compimento la principale tensione narrativa che ha sostenuto Dante nel viaggio dal secondo canto dell’Inferno, e segna il passaggio dall’esperienza ancora terrena dei primi due regni dell’oltretomba a quella delle sublimi verità celesti.
Il senso di questo scarto ideologico è marcato fortemente da un altro fondamentale elemento di struttura: la scomparsa di Virgilio e il sopravvenirgli di Beatrice come guida di Dante per la definitiva purificazione e per l’ascesa al Paradiso.
L’episodio dell’incontro con Beatrice, che nella sua prima fase occupa questo intero canto e il successivo, concentra su di sé tutti i motivi della sequenza: l’allegorico, l’autobiografico, il morale


Il tema allegorico
L'apparizione di Beatrice si innesta direttamente nella grande rappresentazione allegorica della processione mistica descritta nel canto precedente: sul carro trionfale, fermatosi proprio di fronte a Dante, ella si svela tra invocazioni e voli d'angeli. Il primo valore simbolico di Beatrice è quello di immagine di Cristo; il suo avvento ricalca per dichiarata analogia la discesa di Gesù alla fine del mondo, nel giorno del Giudizio universale, e l'equazione è confermata da citazioni evangeliche (cfr. v. 19) e da dettagli nella raffigurazione (cfr. nota ai vv. 31-33). II secondo significato allegorico di Beatrice — quello sostanziale —è di «figura», personificazione della Teologia che si fa tramite fra l'uomo e Dio: da qui la sua posizione al centro del carro della Chiesa — che ne è la depositaria la sua autorità nella conoscenza delle verità celesti — per la quale lei sola potrà essere guida a Dante in Paradiso —, e la sua severità rispetto ai comportamenti morali.


Il tema autobiografico
I personaggi di Beatrice e Dante sono rappresentati su piani molto diversi e distanti: lei come raffigurazione di teologica spiritualità, lui palpitante di emozioni sentimentali. Attraverso l'invenzione e l'esperienza letteraria, Dante si riunisce qui con la donna di cui fu innamorato fin da tenera età, e che ricolmò poi di significati estetici, culturali e ideologici (cfr. d'antico amor sentì la gran potenza, v. 39; e conosco i segni de l'antica fiamma, v. 48). La trepidazione, l'estasi d'amore di questi versi costituiscono il riferimento autobiografico più forte e commovente del poema, poiché riuniscono il significato di una vita e danno motivazione esistenziale all'impresa poetica.
In questa dimensione affettiva del canto (senza dimenticare che la poesia della Commedia ha comunque sempre diversi livelli di interpretazione) rientra l'episodio della tacita scomparsa di Virgilio, che suscita il breve ma intenso moto di dolore di Dante (vv. 40-54).


Il tema morale
Le prime parole di Beatrice sono di aspro rimprovero a Dante per la sua condotta di vita: egli sprecò le virtù innate e si dimenticò di lei nonostante i continui richiami. Viene così tracciata la biografia morale del poeta, che si scioglie ora nel pentimento e nel pianto che costituiscono il primo atto del rito della confessione — il momento della «contrizione» —, indispensabile per purificare l'anima e rendersi degno di salire al cielo. Beatrice non è mossa a pietà, nonostante la compassione degli angeli (vv. 9499), poiché il male compiuto deve essere scontato secondo la superiore giustizia divina, con scotto/di pentimento che lagrime spanda (vv. 144-145), cioè pagandone il prezzo di calde lacrime.


Una scrittura da paradiso
Da quando Dante giunge nel Paradiso terrestre, e quindi in una realtà di perfezione spirituale, le forme espressive mutano in corrispondenza dei contenuti, e assumono caratteristiche che anticipano la scrittura del Paradiso. Si tratta in particolare di scelte stilistiche e lessicali che hanno la funzione di elevare i toni del discorso, per adeguarli alla nobiltà e alla sacralità degli argomenti. Ne abbiamo due significativi esempi in questo canto:
  • l'incipit astronomico; secondo un modello che si affermerà nella terza cantica, l'esordio del canto è costituito da una serie di riferimenti e allusioni astronomiche di non immediata comprensione, e che spesso hanno la funzione di arricchire intellettualmente delle semplici indicazioni narrative: in questo caso, il fermarsi della processione;
  • le citazioni dotte e i latinismi; si tratta soprattutto di citazioni scritturali e liturgiche, che vogliono sottolineare la sacralità della situazione narrata (cfr. vv. 11, 17, 19-21, ecc.). Rientrano nella stessa strategia i calchi dall'Eneide (cfr. v. 48), gli autoriferimenti alla Vita nuova (cfr. vv. 28-33 e 115) e i latinismi (cfr. la basterna al v. 16).



Commento

Beatrice
Il canto XXX del Purgatorio è il luogo della riconciliazione, dell'incontro fatale in cui Dante ritrova il suo Amore, nella luce beatifica di Dio. Dante rivede Beatrice dopo molto tempo e non può che esclamare, ancor prima di identificarne le fattezze: conosco i segni de l'antica fiamma (v. 48). Umano e divino, in questo, caso, si integrano a creare una nuova fiamma d'amore, che cattura e salva. Beatrice è il sogno ritrovato e lì, nel Paradiso terrestre, il suo incontro è l'anticipazione di una promessa che presto si realizzerà; la conquista del Paradiso.
Beatrice, la Teologia, la rivelazione cristiana da lei simboleggiata nel sistema religioso-filosofico-esistenziale di Dante, sarà la nuova guida del poeta, la compagna di un viaggio condiviso. Ma Beatrice è anche la donna amata, quella figura femminile che, lasciata in giovinezza ne La Vita Nova, il poeta ritrova nella maturità della Commedia. Beatrice è morta e non ci sono più i suoi occhi a confortare Dante. Ma, nel momento della disperazione totale, il sogno nascosto nel profondo ha ritrovato la via per manifestarsi, comparendo di nuovo nella dimensione della vita ed è riapparso improvviso, inaspettato, salvifico (cfr. Inferno, canto II). Ora qui, nel Paradiso terrestre, si è tramutato in vera e propria realtà: lì, davanti a Beatrice, Dante non può che ribadire lo sconvolgimento interiore che prova alla vista della magnifica donna. Lei, ferma sul fianco vicino al carro, di fronte al tremore della passione che investe il poeta, si erge a giudice impassibile. Quello a cui assiste il lettore non è l'abbraccio fra due amanti né l'incontro di due sguardi, ma la scena di un solenne rimprovero in cui la donna amata formula accuse precise. Dante piange perché non vede più Virgilio, ma, ancor di più, per la dura requisitoria di Beatrice. Prima, però, appare un cuore di pietra. La passione travolgente, bloccata dalla durezza di Beatrice, forma un pezzo di ghiaccio nel cuore di Dante e solo la possibilità di accedere al perdono avvia il progressivo scioglimento emotivo che sfocerà nel pianto. Eppure l'atteggiamento di Beatrice è proprio dettato dall'amore, da quel bene velle (dal latino, "voler bene") che il poeta Catullo non poteva più concedere a Lesbia, l'amante colpevole di adulterio. Il "voler bene", per il poeta latino, è quello del padre per i figli e per i generi, non l'attrazione fisica fine a se stessa che prova per Lesbia; qui, sulla cima della montagna del Purgatorio, è tutto un voler bene. Beatrice intende portare Dante con sé nella beatitudine di Dio e sa che, per giungervi, il suo amico non de la ventura ha bisogno di compiere un percorso di conoscenza di sé e di pentimento. Non c'è più la fanciulla eterea che ammicca al poeta strappandogli un sospiro ineffabile , c'è invece la donna che attua tutti i mezzi per realizzare il bene del suo amore. L'immagine tuttavia della donna che stempra, cioè consuma Dante, vela allegoricamente la teologia cristiana del pentimento: il pianto è la sanzione dell'abbandono di un passato di colpa e dell'inizio di una nuova vita.


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