Purgatorio Canto 6: analisi, commento e figure retoriche


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del sesto canto del Purgatorio (Canto VI) della Divina Commedia di Dante Alighieri.

Dopo la malinconica invocazione di Pia di Tolomei, in questo canto Dante e Virgilio si trovano circondati da una schiera di anime, le quali pregano il poeta di sollecitare i loro parenti perché preghino per la loro salvezza.


Analisi del canto

Il canto politico
Il canto VI del purgatorio, cosi come quello delle altre cantiche, tratta il tema politico che è incentrato sull'Italia, cioè sulla Nazione come istituzione intermedia fra Comune e Impero. Un'Italia straziata da guerre interne, dalle ingiustizie, dal disinteresse dell'Impero che hanno portato al temporalismo della Chiesa (un’eccessiva attenzione da parte degli ecclesiastici verso il campo politico, non a loro competente). Condanna tutto ciò e alla società contemporanea auspica una punizione divina o da parte dell'imperatore (sempre tramite Dio). Quindi Dante ribadisce che il potere spirituale della Chiesa e quello temporale dell'Impero non devono andare in contrasto o sovrapporsi perché altrimenti come in questo caso danno origine a tutti i mali del mondo. 
Il tema politico non è l'unico elemento importante del canto, dal momento che si conclude l'incontro con gli spiriti morti di morte violenta iniziato nel precedente canto, avviene il dialogo fra Dante e Virgilio sulla dottrina del suffragio e l'incontro con Sordello da Goito.


La dottrina del suffragio
Nei canti precedenti i penitenti chiedevano a Dante di informare, o per meglio dire ricordare, ai loro familiari e amicizie terrene di pregare per loro in modo da poter accorciare il tempo di espiazione delle anime. In questo canto viene spiegata la questione in termini di dottrina: Dante non è convinto che basti la preghiera dei vivi per ridurre la durata tempo di espiazione. Virgilio, che nell'Eneide la pensava come Dante, spiega che è vero che le preghiere abbreviano il periodo di pena delle anime ma precisa che quanto lui ha scritto nel suo poema corrisponde ancora alla verità perché riferito ai pagani che vivevano in un mondo in cui non era riconosciuta l'esistenza di Dio e perciò non potevano ricevere alcun effetto positivo dalle preghiere.


Sordello da Goito
La presenza del personaggio di Sordello da Goito sembra un'espediente di Dante per introdurre il motivo dell'amor di patria e in seguito l'invettiva politica. Invece la sua figura è più importante di quel che sembra: viene descritto come un uomo dignitoso e inflessibile; quando Virgilio nomina Mantua, Sordello perde quell'atteggiamento severo e distaccato e si rende conto di avere di fronte un concittadino di Mantova: si abbracciano per la commozione.


L'invettiva contro Firenze
Nella parte finale del canto, Firenze diventa il punto focale della riflessione dantesca: utilizzando un velo di sarcasmo Dante infatti espone la grave decadenza in cui Firenze si trova in quel periodo denunciandone l'ambizione, l'avidità, l'inciviltà, la fragilità della sua politica e della sua gente corrotta.


L'invettiva e l'apostrofe
Per le invettive a tema politico, Dante fa largo uso dell'apostrofe, la figura retorica che si ha quando un personaggio o la voce narrante si rivolge a un uditore ideale diverso da quello reale al fine di persuadere meglio quest'ultimo.



Commento

Risuonano alla memoria le voci più alte della nostra letteratura contro una patria che non c'è, una cultura e una politica vendute allo straniero. Il maestro di queste dure invettive è qui, nel canto VI del Purgatorio. Dante non risparmia nulla: accuse feroci e precise contro gli ecclesiastici e il papa, durissime contro l'imperatore "tedesco" a cui rivolge anche funesti auguri. Nulla tace: le lotte fratricide tra famiglie per il potere sui territori, l'abbandono totale del popolo e del paese italiano, l'anarchia assoluta e l'inefficienza strutturata a sistema. Roma è una vedova che piange il suo morto sposo, l'Italia è una cavalla bizzarra cui manca il cavaliere capace di guidarla. Qui Dante appare dominato dalla sacra ira dei "giusti" e non concede alcuna giustificazione. Ma, sotto l'invettiva feroce, si percepisce dolente, l'animo di chi tanto ama la sua terra. E la patria si colora di tutti gli uomini del passato, di un patrimonio ideale e politico sedimentato attraverso secoli di storia. C'è, in questo canto VI la tragedia di un popolo che, grande un tempo, giace ora preda dei diversi egoismi stranieri e locali, la squallida constatazione di una terra meravigliosa venduta a chi più offre. Dante piange l'Italia che non è più e lo fa "in diretta", fuori dalla narrazione.
L'abbraccio fra Virgilio e Sordello, entrambi mantovani, è un semplice pretesto per affrontare un discorso spinoso, che pervade tutta la Commedia. Ma non è una digressione vera e propria perché, per il poeta, la politica è la vita, e il suo viaggio alla ricerca della giusta dimensione del vivere prevede anche la conquista di corretti valori terreni. Verso la fine del canto, lo sguardo ritorna poi sulla sua Firenze, sede di scontri politici violenti suggellati dal sangue, di leggi che si alternano e variano nell'arco di pochi giorni; dove chiunque ha il diritto di alzare una bandiera e osa atteggiarsi a salvatore della patria.
Sembra di cogliere qui un atteggiamento aristocratico di Dante che, anche in altre occasioni, punta il dito contro la nuova classe di borghesi arricchiti, forti solo del loro denaro. Dante non fa una distinzione di classe, egli che, per far politica, si era iscritto alla corporazione degli Speziali: se aristocrazia c'è, questo sistema risiede nell'animo e nella mente, in un sistema di valori affettivi e intellettuali consolidati. Risuona in questi versi quell'ideale repubblica platonica i cui "guardiani", dopo severa e selezionatissima formazione, avrebbero gestito la cosa pubblica con disinteresse personale e amore. Un sogno questo che lega Dante a tutti i cultori di ogni epoca della politica in termini di servizio pubblico, finalizzato a un vivere pacifico e gratificante per la collettività.



Le figure retoriche

Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del sesto canto del Purgatorio. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 6 del Purgatorio.


E così da la calca si difende = iperbato (v. 9). Cioè: "è così si difende...dalla calca".

Tal era io in quella turba spessa, volgendo a loro, e qua e là, la faccia, e promettendo mi sciogliea da essa = similitudine (vv. 10-12). Cioè: "Così facevo io in mezzo a quella folla di anime, volgendo il viso a loro qua e là, e promettendo mi separavo dalla calca". Dante si paragona al vincitore del gioco della zara.

Le braccia / fiere = enjambement (vv. 12-13).

E l’anima divisa / dal corpo suo = enjambement (vv. 19-20).

Dal corpo suo = anastrofe (v. 20). Cioè: "dal suo corpo".

Libero fui = anastrofe (v. 25). Cioè: "fui libero".

Da tutte quante / quell’ombre = enjambement (vv. 25-26).

O luce mia = perifrasi (v. 29). Per indicare la sua guida, il suo maestro Virgilio.

Se quella nol ti dice che lume fia tra ‘l vero e lo ‘ntelletto = perifrasi (vv. 44-45). Cioè: "finché non te lo chiarirà colei che sarà luce tra la verità e il tuo intelletto". Per indicare Beatrice.

In su la vetta / di questo monte = enjambement (v. 48).

Ridere e felice = endiadi (v. 48).

L’ombra getta = anastrofe (v. 51). Cioè: "proietta l'ombra".

Posta / sola soletta = enjambemenet (vv. 58-59).

Altera e disdegnosa = endiadi (v. 62).

Onesta e tarda = endiadi (v. 63).

Ma lasciavane gir, solo sguardando a guisa di leon quando si posa = similitudine (v. 66). Cioè: "ma ci lasciava avvicinare, limitandosi a guardare come un leone quando sta in riposo".

Ahi serva Italia = apostrofe (v. 76).

Di quei ch’un muro e una fossa serra = perifrasi (v. 84). Cioè: "quelli che abitano rinchiusi da un unico muro e un unico fossato", per indicare gli abitanti di una stessa città.

Da le prode le tue marine = enjambement (vv. 85-86).

E poi ti guarda in seno = metafora (v. 86). Cioè: "e poi ti guarda nell'interno".

Ahi gente che dovresti esser devota = apostrofe (v. 91). Riferito alla gente di Chiesa.

E lasciar seder cesare in la sella = metafora (v. 92).

Per non esser corretta da li sproni = metafora (v. 95). Cioè: "perché non è governata dagli sproni dell’imperatore".

Poi che ponesti mano a la predella = metafora (v. 96). Cioè: "dopo che tu prendesti le redini".

La predella = sineddoche (v. 96). La parte per il tutto.

O Alberto tedesco = apostrofe (v. 97).

Ch’abbandoni / costei = enjambement (vv. 97-98).

Indomita e selvaggia = endiadi (v. 98).

E dovresti inforcar li suoi arcioni = metafora (v. 99). S'intende "governare l'Italia".

Arcioni = sineddoche (v. 99). La parte per il tutto, per indicare la sella.

Da le stelle caggia / sovra ‘l tuo sangue = enjambement (vv. 100-101).

Temenza n’aggia = anastrofe (v. 102). Cioè: "ne abbia timore".

Che ‘l giardin de lo ‘mperio sia diserto = metafora (v. 105).

Vieni/Vien = anafora (v.106, v.109, v.112, v.115).

La pressura / d’i tuoi gentili = enjambement (vv. 109-110).

Vedova e sola = endiadi (v. 113).

O sommo Giove = perifrasi (v. 118). Per indicare Cristo.

L’abisso / del tuo consiglio = enjambement (vv. 121-122).

Tutte piene / son di tiranni = enjambement (vv. 124-125).

Fiorenza mia = apostrofe (v. 127).

Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca = metafora (v. 130). Per indicare la giustizia d’animo che viene manifestata.

Per non venir sanza consiglio a l’arco = metafora (v. 132).

Risponde sanza chiamare = enjambement (vv. 134-135).

Che fenno / l’antiche leggi = enjambement (v. 139).

Atene e Lacedemona = metonimia (v. 139). Per indicare i legislatori delle due città greche, Licurgo e Solone.

Sottili / provedimenti = enjambement (vv. 142-143).

Vedrai te somigliante a quella inferma che non può trovar posa in su le piume, ma con dar volta suo dolore scherma = similitudine (vv. 149-151). Cioè: "riconoscerai di esser simile a quell'ammalata che non può trovare riposo nel letto, ma rigirandosi di continuo cerca di trovare sollievo al suo dolore".


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