Purgatorio Canto 6 Analisi e Commento


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del sesto canto del Purgatorio (Canto VI) della Divina Commedia di Dante Alighieri.


Analisi del canto

Il canto politico
Come nell'Inferno e nel Paradiso, anche il canto VI del Purgatorio è di ispirazione politica, e l'argomento trattato si pone come termine medio fra quelli delle altre due cantiche. Ciacco, dal cerchio infernale dei golosi, aveva denunciato la corruzione di Firenze; l'imperatore Giustiniano, nel cielo di Mercurio, celebrerà l'Impero universale e condannerà le partigianerie guelfe e ghibelline; qui l'attenzione è portata sull'Italia, cioè sulla Nazione come istituzione intermedia fra Comune e Impero. Ma il tema politico non esaurisce i motivi del canto. Prima dell'invettiva dantesca (vv. 76-151), possiamo individuare almeno tre sequenze narrative:
  • vv. 1-24: conclusione dell'incontro con gli spiriti morti di morte violenta, iniziato nel canto precedente;
  • vv. 25-57: dialogo fra Dante e Virgilio sulla dottrina del suffragio;
  • vv. 58-75: incontro con Sordello da Goito.


La dottrina del suffragio
Il tema è presente già nei canti precedenti, nelle parole dei penitenti: le preghiere dei vivi possono accorciare il tempo di espiazione delle anime. Manfredi aveva detto che qui per quei di là molto s'avanza; Belacqua si augura che la lunga attesa in Antipurgatorio possa essergli accorciata da una preghiera che surga sù di cuor che in grazia viva (canto IV, vv. 133-134); intercessione di preghiere chiedono lacopo del Cassero (Canto V, vv. 68-72), Buonconte da Montefeltro (Canto V, vv. 85-90) e Pia de' Tolomei (Canto V, vv. 130-136). Ora è il momento di definire la questione in termini di dottrina. Dante dubita usando a pretesto l'autorevolezza dell'Eneide che un decreto divino quale l'espiazione dei peccati possa essere modificato, almeno nella durata, dalla preghiera degli uomini. Ma Virgilio spiega: la carità delle anime buone può soddisfare la giustizia divina compensando le colpe dei penitenti, e questo non implica una modificazione delle leggi eterne. La questione, apparentemente secondaria, riveste in realtà grande importanza rispetto al «mercato» delle indulgenze che corrompeva a quei tempi la Chiesa. Per questo Virgilio rimanda a più approfondita discussione, illuminata dalla grazia di Beatrice e del Paradiso.


Sordello da Goito
Il personaggio potrebbe sembrare un semplice strumento per introdurre il motivo dell'amor di patria e la conseguente invettiva politica. Ma a negare una lettura così limitata intervengono tre fattori: la rappresentazione eroica della sua figura, la sua condizione di poeta e la commozione dell'abbraccio a Virgilio. Con lui inizia la serie di incontri con poeti che caratterizzerà il viaggio nel Purgatorio, tutti significativi per la comunione intellettuale e spirituale con Virgilio e Dante.


Il tema politico
Oggetto della polemica politica di Dante è l'Italia. L'invettiva, secondo i canoni della poesia politica, è strutturata in tre parti:
  • descrizione della situazione (l'Italia lacerata da guerre intestine e ingiustizie);
  • analisi delle componenti e delle cause (il temporalismo della Chiesa e il disinteresse dell'Impero);
  • giudizio e previsioni (la condanna della società contemporanea, e l'auspicio di un imminente intervento risolutore, sotto forma di punizione divina o nella figura di un imperatore ispirato da Dio).

Dante ripropone dunque la concezione politica della Chiesa e dell'Impero come garanti del benessere dell'umanità cristiana l'una nella dimensione spirituale e l'altro in quella temporale. Dal contrasto e dalla sovrapposizione fra i due poteri universalistici hanno origine tutti i mali del mondo. È la celebre «teoria dei due soli», che fra poco verrà esposta da Marco Lombardo.


L'invettiva contro Firenze
Uno spazio privilegiato di polemica viene ritagliato da Dante per l'ingrata patria Firenze. È uno degli attacchi più violenti della Commedia: con sarcasmo, il poeta denuncia l'ambizione, l'avidità, l'inciviltà, la fragilità della sua politica e della sua gente corrotta.


L'invettiva e l'apostrofe
La trattazione politica è espressa nella forma dell'invettiva. Si tratta di un brano stilisticamente molto elaborato, costruito su una fitta rete di citazioni e riferimenti che ne accentua la solennità. L'elemento retorico che più la caratterizza è l'accumulazione di apostrofi, rivolte agli interlocutori reali o immaginari: prima alla serva Italia (v. 76), poi alla Chiesa (gente che dovresti esser devota, v. 91), quindi all'imperatore (O Alberto tedesco, v. 97); e infine il tono raggiunge la drammaticità apocalittica con l'apostrofe a Dio dei vv. 118-120: o sommo Giove / / son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? Ancora un'apostrofe introduce l'attacco contro Firenze: il tono di quel Fiorenza mia (v. 127), apparentemente affettuoso, si rivela invece strumento di sarcasmo e di antifrasi per la più amara delle condanne.



Commento

Risuonano alla memoria le voci più alte della nostra letteratura contro una patria che non c'è, una cultura e una politica vendute allo straniero. Il maestro di queste dure invettive è qui, nel canto VI del Purgatorio. Dante non risparmia nulla: accuse feroci e precise contro gli ecclesiastici e il papa, durissime contro l'imperatore "tedesco" a cui rivolge anche funesti auguri. Nulla tace: le lotte fratricide tra famiglie per il potere sui territori, l'abbandono totale del popolo e del paese italiano, l'anarchia assoluta e l'inefficienza strutturata a sistema. Roma è una vedova che piange il suo morto sposo, l'Italia è una cavalla bizzarra cui manca il cavaliere capace di guidarla. Qui Dante appare dominato dalla sacra ira dei "giusti" e non concede alcuna giustificazione. Ma, sotto l'invettiva feroce, si percepisce dolente, l'animo di chi tanto ama la sua terra. E la patria si colora di tutti gli uomini del passato, di un patrimonio ideale e politico sedimentato attraverso secoli di storia. C'è, in questo canto VI la tragedia di un popolo che, grande un tempo, giace ora preda dei diversi egoismi stranieri e locali, la squallida constatazione di una terra meravigliosa venduta a chi più offre. Dante piange l'Italia che non è più e lo fa "in diretta", fuori dalla narrazione.
L'abbraccio fra Virgilio e Sordello, entrambi mantovani, è un semplice pretesto per affrontare un discorso spinoso, che pervade tutta la Commedia. Ma non è una digressione vera e propria perché, per il poeta, la politica è la vita, e il suo viaggio alla ricerca della giusta dimensione del vivere prevede anche la conquista di corretti valori terreni. Verso la fine del canto, lo sguardo ritorna poi sulla sua Firenze, sede di scontri politici violenti suggellati dal sangue, di leggi che si alternano e variano nell'arco di pochi giorni; dove chiunque ha il diritto di alzare una bandiera e osa atteggiarsi a salvatore della patria.
Sembra di cogliere qui un atteggiamento aristocratico di Dante che, anche in altre occasioni, punta il dito contro la nuova classe di borghesi arricchiti, forti solo del loro denaro. Dante non fa una distinzione di classe, egli che, per far politica, si era iscritto alla corporazione degli Speziali: se aristocrazia c'è, questo sistema risiede nell'animo e nella mente, in un sistema di valori affettivi e intellettuali consolidati. Risuona in questi versi quell'ideale repubblica platonica i cui "guardiani", dopo severa e selezionatissima formazione, avrebbero gestito la cosa pubblica con disinteresse personale e amore. Un sogno questo che lega Dante a tutti i cultori di ogni epoca della politica in termini di servizio pubblico, finalizzato a un vivere pacifico e gratificante per la collettività.


Nessun commento :

Scrivi un commento

I commenti dovranno prima essere approvati da un amministratore. Verranno pubblicati solo quelli utili a tutti e attinenti al contenuto della pagina. Per commentare utilizzate un account Google/Gmail, altrimenti la modalità "anonimo".