Purgatorio Canto 5 Analisi e Commento


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del quinto canto del Purgatorio (Canto V) della Divina Commedia di Dante Alighieri.
Pia de Tolomei, Doré


Analisi del canto

Il canto di Pia de' Tolomei
Ancora sulla seconda balza dell'Antipurgatorio, Dante e Virgilio incontrano una nuova schiera di spiriti: sono i morti di morte violenta che hanno atteso l'ultimo momento di vita per pentirsi dei loro peccati (i già per forza morti, / e peccatori infimo a l'ultima ora, vv. 52-53). Alcuni narrano la loro vicenda esemplare, e questi racconti costituiscono il nucleo poetico del brano; si tratta di tre contemporanei di Dante: i due uomini politici Jacopo del Cassero e Buonconte da Montefeltro, e la giovane nobildonna Pia de' Tolomei. Da lei prende convenzionalmente nome il canto, per la delicatezza poetica con cui si accenna alla sua tragica vicenda. Filo conduttore è però la figura di Dante e la sua condizione eccezionale: la prima parte del canto (vv. 1-45) ruota, con rinnovato pathos, intorno allo stupore dei penitenti per la sua fisicità terrena; nella seconda parte il poeta diventa per le anime il tramite di intercessione e di affetti terreni.


Dante, i penitenti e il mondo terreno
Motivo centrale del canto è la condizione di Dante che ancora in vita visita l'aldilà: lo sottolineano l'insistente stupore delle anime, i severi richiami di Virgilio, l'uso di frequenti esclamative e interrogative retoriche. Da questa situazione prendono avvio importanti aspetti narrativi e ideologici:
  • si focalizza il tema del «corpo», determinante in questo canto dove protagonisti sono personaggi che hanno patito violenza e che insisteranno nei loro racconti sulla cruenta privazione del fisico;
  • si crea la particolare dinamica psicologica del rapporto fra Dante e le anime, che induce reazioni eccezionali;
  • il moto d'orgoglio di Dante per essere oggetto di tanta attenzione diventa occasione per il monito di Virgilio a non lasciarsi distogliere per vanagloria dall'alta meta che l'attende; le sue parole suonano come un richiamo generale a perseguire fini nobili senza curarsi delle vane dicerie e delle debolezze terrene;
  • si sviluppa il tema dottrinario e sentimentale del rapporto fra gli spiriti e la vita terrena, confermando l'influenza della preghiera dei vivi sul destino dei cari estinti, e ristabilendo attraverso Dante una continuità di affetti.


Il tema storico e il tema autobiografico
I tre personaggi che parlano con Dante furono contemporanei del poeta e, almeno i primi due (Jacopo del Cassero e Buonconte da Montefeltro), tra i massimi protagonisti della vita politica del periodo. Dante ricostruisce episodi legati alla loro morte violenta, nel gusto della rievocazione storica ma anche dell'aneddoto di cronaca, che risponde alla curiosità che aveva circondato i loro casi. In particolare si sofferma sulla vicenda di Buonconte: intorno alla misteriosa scomparsa del suo corpo dopo la battaglia di Campaldino erano sorte diverse dicerie, e Dante fornisce qui la propria versione. Appunto il ricordo della battaglia di Campaldino unisce il tema storico a quello biografico, poiché Dante vi partecipò tra i «feditori» fiorentini schierati contro gli Aretini guidati da Buonconte; da qui la particolare partecipazione nella descrizione dell'avvenimento.


Pia de' Tolomei
La figura di Pia si risolve tutta nei sette versi finali del canto, sufficienti però a farne un personaggio tra i più noti della Commedia. La sua vicenda è delineata con delicate allusioni, e ispira a commossa pietà. La gentilezza di quest'anima, che prende rilievo anche nel contrasto con i due cruenti personaggi precedenti, è esemplare della sensibilità dantesca nella costruzione delle figure femminili. Pia richiama le figure di Francesca e di Piccarda Donati, rispettivamente nel canto V dell'inferno e nel canto III del Paradiso: all'inizio delle tre cantiche, il poeta raffigura tre donne che in modi diversi rievocano un mondo di passioni contrastanti, inserite drammaticamente nelle vicende e nei costumi dell'epoca.


I tre racconti
Nel riferire i racconti di Jacopo, Buonconte e Pia, Dante usa tre stili molto diversi. Nel primo caso segue le regole della sintesi: dopo le prime tre terzine di cortesia e di richiesta di preghiere, Jacopo risolve la storia del proprio assassinio in soli dodici versi (vv. 64-84). Molto più articolato il racconto di Buonconte (vv. 85-129), l'unico con il quale Dante interloquisce. Il racconto di Pia, essenziale ed ellittico, riproduce uno schema simmetrico: tre versi dedicati alla richiesta di preghiere e tre versi per narrare la propria vicenda (vv. 130-136).


La «tenzone» fra l'angelo e il diavolo
La disputa fra l'angelo e il demone per impadronirsi dell'anima di Buonconte (vv. 103-108) ripropone un topos della letteratura medievale, per cui Dante poteva rifarsi a una ricca tradizione. Aveva scelto lo stesso genere letterario a proposito proprio del padre di Buonconte, Guido da Montefeltro, nel canto XXVII dell'Inferno; in quel caso, però, con esiti opposti.



Commento

Due guerrieri e una nobildonna
Il canto procede dalla concitata narrazione di Jacopo del Cossero e Buonconte da Montefeltro, alla chiusa finale rappresentata dalla pacata e soave apparizione di Pia de' Tolomei. Tre sono le anime che parlano con Dante, due guerrieri e una nobildonna senese: tutti morti di morte violenta e pentitisi all'ultimo, dimorano ancora nell'Antipurgatorio, aggrappati alla vita che hanno perduto, ma già volti verso un cammino di salvezza. Jacopo del Cassero narra la sua fine insistendo sul tradimento di chi considerava amico e soffermandosi a descrivere il suo corpo impantanato nel fango. Buonconte da Montefeltro racconta poi perché il suo corpo non sia mai stato trovato dopo la battaglia di Campaldino. La suggestiva storia si lega immancabilmente alla vicenda del padre, Guido da Montefeltro, nel XXVII canto dell'Inferno. Per Buonconte, tuttavia, la situazione è capovolta e, poiché è morto col nome di Maria sulle labbra, ponendo le braccia in croce in segno di piena confidenza in Dio, è l'angelo a vincere sul diavolo e a portare l'anima in Paradiso. Ancora una volta Dante coglie l'occasione per mettere a confronto le ragioni della salvazione eterna con quelle della dannazione. Se è vero che il demonio è loico, Dio, però ha si gran braccia da riuscire a contenere chiunque s'affidi a Lui. È su questo terreno che si apre lo scontro tra il bene e male, e la fissa logicità delle forze demoniache presenta analogie con la rigidità dei comportamenti umani che offuscano l'infinita logica divina: così è accaduto che il pastor di Cosenza disseppellisse, il corpo di Manfredi, incapace di leggere in dio la sua infinita dimensione d'amore.
Entrambi gli episodi del canto V narrano tuttavia della violenza degli uomini e degli agenti atmosferici e su di essi si distende rossa la macchia di sangue sgorgata dai corpi trafitti dei due protagonisti. Ancor più contrastante appare pertanto l'immagine diafana di Pia de' Tolomei. Evanescente, ombra nel regno delle ombre, Pia leva la sua voce flebile per chiedere a Dante di essere ricordata con una preghiera che possa abbreviare il tempo dell'espiazione. La tenerezza di Pia si fissa nella memoria con la sua materna sollecitudine e richiama il Miserere dolce e ansioso dell'inizio del canto, in cui le anime riversano tutta la sincera consapevolezza della loro colpa ma anche la riconoscenza per un perdono gratuito e gioioso, frutto della bontà divina.
Nelle parole di queste anime non c'è né odio né disprezzo e non ci potrebbe essere in chi ha letto in Dio il volto della misericordia. Pia, ad esempio, di suo marito che la uccise, ricorda solo il momento in cui egli l'ha sposata con la sua gemma: rimossa l'immagine dell'assassino, resta soltanto quella dello sposo nel giorno delle nozze.


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