Inferno Canto 16: analisi, commento, figure retoriche


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del sedicesimo canto dell'Inferno (Canto XVI) della Divina Commedia di Dante Alighieri.
I tre fiorentini, Giovanni Stradano (1587)

Il canto in cui Dante incontra tre fiorentini (Tegghiaio Aldobrandi, Iacopo Rusticucci e Guido Guerra), con i quali ha modo di parlare della situazione politica e morale dii Firenze. Infine giungono nel punto in cui il Flegetonte si getta nell'abisso.



Analisi del canto

L'incontro con i gentiluomini toscani
L'episodio vive del contrasto fra la crudezza della pena per contrappasso dei sodomiti che tormenta i tre nobili fiorentini, e la cortesia durante la conversazione che ne esalta lo stile e il contenuto. La dura condanna ricevuta per le loro colpe nella vita terrena non è sufficiente a cancellare o a sminuire il ricordo delle loro virtù civili e l'amore nobile per la patria e i concittadini.


Il tema politico
Il canto ripropone nei termini della polemica contro Firenze la stessa passione politica già letta nei canti di Ciacco (canto VI), di Farinata (canto X) e di Brunetto Latini (canto XV). La condanna è qui precisata nell'apostrofe contro la gente nova e i subiti guadagni, ovvero gli immigrati arricchiti che corrompono il tessuto sociale tradizionale.


L'attesa di Gerione
La seconda parte del canto tratta l'avvicinamento di Dante e Virgilio al burrone che separa il cerchio in cui si trovano adesso da quello successivo e i preparativi per la discesa. Dante è qui maestro nel creare la tensione per l'attesa di un avvenimento straordinario: la creatura che sta salendo dalle voragini oscure dell'Inferno acquista in mostruosità perché non nominata né descritta.



Commento

L'incontro con i tre illustri fiorentini, sebbene siano condizionati dalla pena infernale, si svolge in un'atmosfera dignitosa e ispirata da valori elevati, ma riguardanti vicende di quando erano in vita. Proprio per questa ragione si crea una possibilità di dialogo e di intesa tra i dannati, spiritualmente ciechi con Dante, ancora uomo e peccatore, e Virgilio, simbolo della sapienza e della ragione non ancora illuminata dalla fede.
Sono i valori espressi dalla civiltà feudale, riutilizzati in seguito dalle classi aristocratiche, a cui i tre fiorentini appartengono, e anche al di fuori della vita di corte. Essi si riassumono nel binomio «cortesia e valor», termini appartenenti al tipico linguaggio cavalleresco, spesso utilizzati nei dialoghi con nobili personaggi del passato (Marco Lombardo in Purgatorio XVI, o Guido del Duca in Purgatorio XIV).
Fin dalle prime battute del dialogo si capisce che l'ambiente di cui parleranno è Firenze (terra prava), quindi si chiarisce la collocazione sociale dei protagonisti, sicuramente elevata dal momento che Virgilio invita Dante ad essere «cortese» e a manifestare rispetto.
I tre fiorentini si presentano come uomini valorosi che hanno dedicato la loro vita all'impegno civile e politico. Fama ed onore hanno accompagnato le loro opere e i loro nomi fino ai tempi di Dante.
Il secondo tema del canto è la denuncia dell'evoluzione borghese e mercantile dei tempi moderni, che hanno causato la degenerazione morale di Firenze e la scomparsa di «cortesia e valor», a sua volta sostituiti da «orgoglio e dismisura», le cui luttuose conseguenze affliggono tutta la città.

Cortesia = è equilibrio, delicatezza di modi, liberalità e rispetto.

Valore = indica magnanimità, coraggio, disinteresse e lealtà.

Orgoglio = al contrario indica tracotanza e villania.

Dismisura = può alludere a ogni tipo di sfrenatezza nei costumi privati, come il lusso familiare, o nei rapporti civili, come l'arroganza e la violenza.

In Dante è evidente il suo atteggiamento conservatore: idealizzazione del passato, riferimento ad un quadro di valori tradizionali, incomprensione e rifiuto delle novità sociali ed economiche. Quindi dante non vede alcuna possibilità di riscatto nel futuro, chiuso nella condanna del presente e, per questo motivo, preferisce rievocare il passato.



Le figure retoriche

Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del sedicesimo canto dell'Inferno. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 16 dell'Inferno.


Simile a quel che l’arnie fanno rombo
= similitudine (v. 3). Sta a significare "simile al ronzio delle api dentro l'arnia".

Nostra terra prava = perifrasi (v. 9). Per indicare Firenze.

Volse ’l viso ver me = allitterazione della v (v. 14). Sta a significare "volse lo sguardo verso di me".

Qual sogliono i campion far nudi e unti, avvisando lor presa e lor vantaggio, prima che sien tra lor battuti e punti, 24 così, rotando, ciascuno il visaggio drizzava a me, sì che ’n contraro il collo faceva ai piè continuo viaggio = similitudine (vv. 22-27). Sta a significare "Come erano soliti fare i lottatori nudi e cosparsi d'olio, studiando l'avversario per tentare una presa prima di percuotersi e ferirsi a vicenda, così, pur girando la testa, ciascuno dei tre dannati fissava il suo sguardo su di me, in modo tale che torceva il collo in senso opposto ai suoi passi".

La fama nostra = anastrofe (v. 31). Sta a significare "la nostra fama".

Fece col senno assai e con la spada
= anastrofe (v. 39). Sta a significare "compì grandi opere col senno e con la spada".

Gittato mi sarei = anastrofe (v. 47). Sta a significare "mi sarei gettato".

Brusciato e cotto = endiadi = (v. 49).

Vinse paura = anastrofe (v. 50). Sta a significare "la paura prevalse".

Come quel fiume c’ha proprio cammino...sì che ’n poc’ora avria l’orecchia offesa = similitudine (vv. 94-105). Sta a significare "Come quel fiume, che ha per primo il proprio corso partendo dal Monviso verso levante, dalla pendice destra dell'Appennino, che in alto si chiama Acquacheta prima di scendere in pianura e a Forlì cambia nome (in Montone), rimbomba sopra San Benedetto dell'Alpe per cadere in una sola cascata là dove dovrebbe essere ricevuto in mille cascatelle; così vedemmo che quel fiume rosso (il Flegetonte) ricadeva giù per un burrone scosceso, facendo tanto rumore che in poco tempo avrebbe danneggiato l'udito".

Duca = perifrasi (v. 110). Per indicare Virgilio.

Come torna colui che va giuso talora a solver l’àncora ch’aggrappa o scoglio o altro che nel mare è chiuso, che ’n sù si stende, e da piè si rattrappa = similitudine (vv. 133-136). Sta a significare "proprio come il marinaio che va sott'acqua a sciogliere l'ancora che si è impigliata o a rimuovere un altro ostacolo dentro il mare, e che (nel tornare a galla) stende le braccia verso l'alto e ritrae le gambe (per darsi maggiore slancio)".

Enjambements = vv. 1-2; 100-101.


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