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Inferno Canto 16 - Parafrasi

Appunto di italiano riguardante la parafrasi del canto sedicesimo (canto XVI) dell'Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri.
Priamo della Quercia, illustrazione al Canto XVI

Dante è riconosciuto da tre fiorentini, che gli chiedono se sono vere le brutte notizie su Firenze apprese da un dannato appena arrivato all'inferno, Guglielmo Borsiere; Dante risponde con un'aspra invettiva contro la corruzione della propria città. Proseguendo nel viaggio, i due poeti arrivano all'abisso in cui precipita il Flegetonte, e vedono salire da esso un orribile mostro: Gerione, simbolo della frode.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 16 dell'Inferno. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

Ormai ero giunto in un punto (loco) da cui si udiva
lo scrosciare dell’acqua che precipitava nel girone sottostante (l’altro),
simile al ronzio (rombo) che fanno le api (arnie),
quando, correndo, tre anime si staccarono (si partiro)
insieme da una schiera (torma) che passava
sotto quella pioggia di terribile (aspro) tormento (martiro).
Venivano verso di noi, e ognuna gridava:
«Fermati (Sòstati) tu che dall’abito ci sembri
essere della nostra malvagia città (terra prava)».
Ahimè, quali piaghe vidi nelle loro membra,
recenti e di vecchia data, causate (incese) dalle fiamme!
Me ne duole ancora al solo (pur) ricordare.
Alle loro grida il mio maestro (dottore) prestò attenzione (s’attese);
volse lo sguardo verso di me, e «Fermati ora»,
disse, «si deve (si vuole) essere cortesi verso costoro.
E se non ci fosse il fuoco che la natura
del luogo fa cadere (saetta), direi che la fretta (di incontrarli)
si converrebbe (meglio stesse) più a te che a loro».
Appena noi ci fermammo (restammo), essi
ripresero il solito (antico) lamento (verso); e quando giunsero vicino a noi,
tutti e tre si disposero (fenno) in cerchio (una rota).
Come sono soliti fare i campioni di lotta, nudi e unti (di olio),
quando studiano (avvisando) la presa più vantaggiosa (lor vantaggio),
prima di battersi e colpirsi (battuti e punti),
così, girando (rotando), ognuno volgeva il viso (visaggio)
verso di me, in modo che il collo
faceva un movimento (vïaggio) sempre (continüo) contrario a quello dei piedi.
E «Se la condizione misera di questo luogo sabbioso (sollo)»,
cominciò il primo, «e il nostro volto annerito e spellato (brollo),
fanno apparire meritevoli di disprezzo (in dispetto) noi e le nostre preghiere,
sia la nostra fama a piegare il tuo animo
a dirci chi sei tu, che trascini per l’Inferno
i tuoi piedi di vivente senza preoccupazione (così sicuro).
Costui, di cui mi vedi seguire (pestar) le orme,
nonostante (tutto che) sia nudo e scorticato (dipelato) dalle fiamme,
fu di una condizione sociale più elevata (di grado maggior) di quanto tu creda:
fu nipote della buona Gualdrada;
si chiamò Guido Guerra, e durante la sua vita
si distinse molto (fece... assai) sia per l’ingegno (senno) che per il valore militare (spada).
L’altro, che calpesta (trita) la sabbia dietro me,
è Tegghiaio Aldobrandi, le cui parole (voce) lassù
nel mondo dovrebbero essere ascoltate (gradita).
E io, che con loro condivido il tormento (croce),
fui Iacopo Rusticucci, e certo mi danneggia (nuoce)
più d’ogni altra cosa la moglie scontrosa (fiera)».
Se io fossi stato al riparo dal fuoco,
mi sarei gettato di sotto con loro,
e credo che il maestro (dottor) l’avrebbe permesso (sofferto);
ma poiché io mi sarei bruciato (brusciato) e ustionato (cotto),
la paura vinse il mio ardente desiderio
che mi rendeva bramoso (ghiotto) di abbracciarli.
Poi cominciai: «La vostra condizione non mi causò
disprezzo (dispetto) ma dolore (doglia),
così intenso (tanta) che cesserà (si dispoglia) molto tardi,
appena (tosto che) questa mia guida mi disse
parole dalle quali dedussi (mi pensai)
che stava sopraggiungendo gente così nobile (tal) come voi siete.
Sono della vostra città (terra), e sempre (sempre mai)
il vostro operato (l’ovra di voi) e i vostri nomi
onorati udii e ripetei (ritrassi) con affetto.
Lascio l’amarezza (fiele) (del peccato) e vado verso i dolci frutti (pomi) (del bene),
che mi sono stati promessi dalla sincera guida (duca);
ma prima è necessario che io scenda (tomi) fino nel centro (della terra)».
«Possa l’anima guidare a lungo
le tue membra (vivere a lungo)», rispose ancora costui,
«e la tua fama possa manifestarsi (luca) dopo la tua morte (dopo te),
dicci se dimorano ancora cortesia e valore
nella nostra città secondo le usanze (sì come suole),
oppure se si sono del tutto allontanate (se n’è gita fora);
poiché Guglielmo Borsiere, che da poco si tormenta
con noi ed è là in cammino con quelli della sua schiera,
assai ci rattrista (cruccia) con le sue parole».
«La gente di ricchezza recente (nuova) e i guadagni improvvisi (sùbiti)
hanno generato superbia e sregolatezza (dismisura) in te,
o Firenze, di modo che già te ne lagni».
Così gridai con la faccia levata;
e i tre, che ascoltarono la mia risposta,
si guardarono l’un l’altro, come si presta attenzione (guata) a una verità sgradita.
«Se ogni volta ti costa così poco»,
Risposero tutti, «soddisfare le domande degli altri (altrui),
felice te che parli con tanta schiettezza (a tua posta)!
Perciò, se esci da questi luoghi bui
e torni a rivedere le belle stelle,
quando ti sarà piacevole (ti gioverà) dire "io sono stato" (ricordare questo viaggio),
fa' in modo di parlare (fa che … favelle) di noi tra la gente».
Poi sciolsero il cerchio (rupper la rota) e nella fuga
le loro gambe snelle sembravano ali.
Non si sarebbe potuto pronunciare la parola "amen"
così in fretta come essi sparirono;
per questo al maestro parve bene di partire.
Io lo seguivo, e avevamo percorso un breve tratto,
quando il rumore dell’acqua era così vicino
che se avessimo parlato (per parlar) saremmo stati uditi a stento.
Come quel fiume che ha un proprio corso,
primo di quelli che scendono dal Monviso, verso levante,
dal versante (costa) sinistro dell’Appennino,
che nel tratto superiore (suso) si chiama Acquacheta,
prima che scenda a valle (si divalli) nella parte inferiore del corso,
mentre a Forlì è già privo (vacante) di quel nome (e si chiama Montone),
rimbomba nei pressi di San Benedetto dell’Alpe
quando scende in una cascata (scesa)
dove dovrebbe dividersi (esser recetto) in mille;
così, giù da una ripida discesa,
trovammo quell’acqua rossastra (tinta) che scrosciava,
sì che in breve tempo (ora) avrebbe danneggiato (offesa) il nostro orecchio.
Io avevo una corda cinta attorno (alla vita),
e con questa avevo pensato una (alcuna) volta di
catturare la lonza dalla pelle macchiettata (dipinta).
Dopo che l’ebbi sciolta completamente (tutta) da me,
secondo quanto mi aveva detto la mia guida (duca),
la porsi a lui raccolta (aggroppata) e avvolta.
Per cui egli si girò verso destra,
e a una discreta distanza (alquanto di lunge) dalla sponda
la lanciò da quell’alto dirupo (burrato).
«È necessario (convien) che qualcosa di nuovo risponda»,
dicevo tra me, «al segnale inconsueto (novo)
che il maestro segue con tanta attenzione (sì seconda)».
Ahi come debbono (dienno) essere cauti gli uomini
quando sono di fronte a quelli che non vedono soltanto i gesti esterni (pur l’ovra),
ma con il loro intelletto intuiscono anche i pensieri!
Egli mi disse: «Presto giungerà qui sopra (sovra)
chi io sto attendendo e il tuo pensiero immagina;
presto è necessario che si sveli (scovra) ai tuoi occhi».
Di fronte alla verità (ver) che ha l’aspetto (faccia) di menzogna,
l’uomo deve sempre tacere finché riesce,
perché immeritatamente può guadagnarsi la disapprovazione (fa vergogna);
ma a questo punto (qui) non posso tacere; e sui versi (per le note)
di questa Commedia, lettore ti giuro
– possano essere per lungo tempo meritevoli (non ... vòte) di favore –
che io vidi per quel cielo denso (aere grosso) e buio
giungere a nuoto in su (in suso) una figura,
che avrebbe destato meraviglia (maravigliosa) anche in un animo coraggioso,
così come risale in superficie (torna) colui
che scende in mare per liberare l’àncora che s’impiglia (ch’aggrappa)
o in uno scoglio o in qualcos’altro che c’è in mare,
che si tende in su (si stende) e ritrae le gambe (rattrappa).



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