Riassunto capitolo 34 I Promessi Sposi


Riassunto del trentaquattresimo capitolo (cap. XXXIV) del romanzo I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.

Dove: a Milano.

Quando: una mattina di fine agosto 1630.

Chi: Renzo, un cittadino, una povera donna, un prete, la madre di Cecilia, una donna della casa dì don Ferrante, un gruppo di popolani, i monatti.



Sintesi

Renzo entra a Milano: i primi incontri
Renzo arriva a Milano in una giornata afosa, in cui il cielo è grigio e velato, senza però lasciar sperare nella pioggia. Entra da porta Nuova, con relativa facilità: basta una moneta lanciata alla guardia perché questa rinunci a controllare se il nuovo arrivato sia in possesso del certificato di buona salute; un gabelliere, più avanti, gli ordina di fermarsi, ma non insiste quando il giovane tira dritto, fingendo di non aver sentito. Dopo essersi avviato per la via deserta che costeggia il Naviglio, Renzo incontra un uomo al quale si avvicina per chiedere informazioni sulla strada da percorrere per arrivare alla casa di don Ferrante. Costui, però, lo scambia per un untore (Renzo cincischia il cappello che si è levato in segno di saluto, e l’uomo pensa che vi nasconda il vasetto dell’unguento o della polvere venefica); gli ordina di andarsene e lo minaccia anche con un bastone. Proseguendo il cammino, Renzo si sente chiamare da una donna che si sporge da un terrazzino: segregata in casa con i bambini, dopo che il marito è morto di peste, rischia di morire di fame. Renzo le offre prontamente i due pani comprati il giorno prima a Monza e promette, se ne avrà la possibilità, di segnalare a qualcuno la sua difficile situazione.


Renzo conosce il triste spettacolo della peste
Proseguendo nel suo cammino, Renzo vede la macchina della tortura in piazza san Marco; in ogni piazza di Milano infatti ve n’è una, in modo da consentire l’immediata punizione di quanti siano riconosciuti colpevoli di qualche reato. Mentre ancora osserva meravigliato quella macchina, Renzo sente un suono di campanelli, che annuncia il passaggio di alcuni carri colmi di cadaveri. Osservandoli, Renzo pensa con angoscia che tra quei morti potrebbe esserci Lucia poi, cercando di scacciare dalla mente questo pensiero, prende verso sinistra, nella direzione opposta a quella dei carri. In Borgo Nuovo scorge un prete che sta confessando; si ricorda dell’esperienza precedente e tenendosi a distanza gli chiede informazioni sulla casa di don Ferrante; ottenutele, raccomanda al sacerdote la donna che gli aveva chiesto aiuto. Andando verso il centro della città, Renzo s’imbatte in spettacoli sempre più desolati: usci chiusi, talvolta segnati da una croce che significa "morti da portar via"; cenci e fasce infette lasciati per terra; addirittura cadaveri abbandonati per strada. Soltanto il suono delle campane sembra conservare memoria della vita precedente. Anche l’aspetto delle persone ancora sane è squallido: abiti dimessi e privi di svolazzi, barbe incolte per il sospetto che i barbieri fossero untori, rimedi empirici come aceto o mercurio portati appresso per difendersi dal contagio.


La madre di Cecilia
Renzo giunge all’angolo di una strada in cui sono fermi i carri dei monatti, mentre all’intorno c’è un grande movimento continuo accompagnato da voci e frastuono. Il suo occhio è attratto da un'immagine che contrasta totalmente con questo sfondo: una donna sta uscendo dalla propria casa e sta dirigendosi verso il convoglio dei monatti; in braccio porta una bambina morta di peste, ma vestita di bianco e pettinata con grande cura. Un monatto che vorrebbe strappargliela dalle braccia è colto da un insolito rispetto; la madre colloca personalmente la bimba sul carro, facendosi promettere che non verrà toccata. Al monatto, poi, annuncia che la sera stessa potrà venire a prendere lei e un’altra bambina.


Renzo trova la casa di don Ferrante e si salva dalla folla inferocita saltando sul carro dei monatti
Renzo, profondamente toccato dallo spettacolo cui ha assistito, prosegue il suo itinerario verso la casa di don Ferrante, attraverso altre immagini di dolore e di pietà. Finalmente arriva e, pieno d’ansia, picchia alla porta. Una donna si affaccia a una finestra e, a Renzo che la interroga su Lucia, risponde sgarbatamente che è al lazzeretto, troncando cosi le domande affannate del giovane. Questi rimane un pò con il martello della porta in mano, indeciso sul da farsi, quando si accorge che il suo atteggiamento è stato mal interpretato: una donna lo ha scambiato per un untore e una piccola folla si prepara a dargli la caccia. Renzo corre, sentendo alle proprie spalle le urla degli inseguitori; quando, disperato, si ferma per affrontarli con il coltello, si accorge però che anch'essi si sono fermati, perché una fila di carri dei monatti sta avanzando. Renzo non ci pensa su due volte: spicca un salto, sale sul carro e si mette così al riparo dalla folla. I monatti lo apostrofano in modo rozzo, vorrebbero coinvolgerlo nel loro brindisi a uno dei morti che stanno trasportando; Renzo si schermisce e quando riconosce il corso di porta Orientale, da cui era passato al tempo del tumulto di san Martino, lascia il carro. Il lazzeretto è poco distante.


Renzo arriva al lazzeretto
Lo spettacolo che si offre agli occhi di Renzo è impressionante: colonne di ammalati che si muovono senza meta, persone che giacciono sul ciglio della strada, canti di folli, istupiditi dalla peste; a un tratto sopraggiunge un cavallo al galoppo, condotto da un uomo in preda al delirio della malattia. Tra queste immagini dolorose Renzo giunge alla porta di ingresso e rimane fermo in mezzo al portico.


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