Riassunto capitolo 31 I Promessi Sposi


Riassunto del trentunesimo capitolo (cap. XXXI) del romanzo I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.

Dove: a Milano e nel territorio circostante

Quando: dall'ottobre 1629 al maggio 1630

Chi: le autorità pubbliche, i medici (Ludovico Settala e Alessandro Tadino), il cardinal Federigo, i cappuccini, il popolo di Milano



Sintesi

Il narratore introduce la digressione storica sulla peste
Il capitolo si apre con un'introduzione al nuovo argomento: la peste. Successivamente, il narratore giustifica la digressione storica, che occuperà i capitoli XXXI e XXXII attraverso una duplice esigenza: creare lo sfondo su cui si muoveranno i personaggi d'invenzione e, soprattutto, ricostruire un evento di grande rilevanza, di cui non esistono trattazioni organiche ed esaurienti.


La peste portata dai lanzichenecchi si diffonde nel territorio di Milano
Il passaggio dell'esercito dei lanzichenecchi lascia nel territorio di Milano uno strascico di morti di cui le cause non sono immediatamente individuate; soltanto i più anziani infatti sanno riconoscere i sintomi della peste, per aver vissuto quella precedente, del 1576. I provvedimenti del tribunale della sanità, sollecitati dal medico Lodovico Settala, sono superficiali: una prima ricognizione si conclude senza andare a fondo del problema. Una seconda ricognizione, affidata al medico Alessandro Tarlino e a un magistrato del tribunale, denuncia invece la presenza della peste. Sono disposte le bullette: a Milano potrà entrare soltanto chi dimostri di provenire da una zona immune da contagio. Tuttavia l'autorità politica, innanzitutto il governatore Ambrogio Spinola, sottovaluta colpevolmente il pericolo, mentre la stessa popolazione si rifiuta di prendere coscienza della situazione; soltanto il cardinal Federigo raccomanda ai parroci di avvertire la gente; ad aggravare il rischio sono poi le lentezze burocratiche: il provvedimento delle bullette diventa finalmente esecutivo il 29 novembre, quando ormai in Milano è entrata la peste.


La peste fa il suo ingresso a Milano
Il responsabile dell'ingresso della peste a Milano sarebbe stato un soldato italiano al servizio della Spagna. Costui, entrato in città verso la fine di ottobre o ai primi di novembre, si ammala e, portato all'ospedale mostra sotto l'ascella un bubbone, terribile segno della peste. Alla sua morte segue quella di alcune persone che gli erano state accanto; alcuni ammalati sono ricoverati nel lazzeretto, ma ormai il contagio comincia a diffondersi in città. La popolazione però, per evitare che la propria roba venga bruciata e le case siano sequestrate, non denuncia i casi sospetti, ricorrendo anche alla corruzione dei funzionari della sanità. Quelli che, fra i medici, sono più decisi nell'ammonire del pericolo, sono fatti oggetto di odio e insulti. Si arriva al colmo di assalire per strada il primo medico di Milano, Lodovico Settala, a stento sottratto al linciaggio.


I casi di peste aumentano di numero
Verso la fine del marzo 1630, i casi di peste si infittiscono, ma ci sono ancora persone che non vogliono ammetterne l'evidenza; per esempio, quei medici che, anziché parlare di peste, usano giri di parole (febbri pestilenziali) per non dichiarare di essersi sbagliati nel negare il contagio. Il governo del lazzeretto, sempre più affollato, costituisce uno dei problemi che l'autorità pubblica non sa risolvere: si chiede dunque ai cappuccini di occuparsene, cosa che essi faranno con grande spirito di carità e dedizione, fino alla morte.


La responsabilità della peste viene attribuita agli untori
Con l'aumentare del numero degli ammalati, l'opinione pubblica deve rassegnarsi ad ammettere la presenza della peste. Tuttavia non ne individua le cause vere, bensì attribuisce la responsabilità di quel male agli untori, che ad arte avrebbero diffuso il contagio cospargendo muri e oggetti con sostanze infette. Alcuni episodi accrescono la psicosi degli untori: prima il sospetto che siano state unte le panche del duomo induce le autorità a una precauzione eccessiva (farle portare in piazza per essere lavate); poi il fatto reale dell'imbrattamento dei muri, probabilmente uno scherzo, suscita le illazioni più varie. Con tutto ciò, alcuni si ostinano a negare la peste: per persuaderli del contrario, il tribunale della sanità, in occasione della festa di Pentecoste, espone in pubblico i cadaveri di alcuni appestati.


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