Capitolo 23 de I Promessi Sposi - Analisi e Commento


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del ventitreesimo capitolo (cap. XXIII) del celebre romanzo I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.


La struttura

Anche questa volta, le battute iniziali del capitolo, legandosi al precedente, avviano alla conclusione il dramma interiore dell'innominato che aveva raggiunto il punto più tragico durante la notte seguita al rapimento di Lucia. La parte centrale della narrazione è occupata dal colloquio del potente signore con il cardinale Borromeo, di cui si era tracciato in precedenza un profilo biografico.
L'innominato ritorna al castello per liberare Lucia; lo accompagna don Abbondio, la cui presenza domina umoristicamente la parte conclusiva del capitolo.
L'avventura di Lucia si avvia così verso la sua fine, mentre si incrina la perfetta riuscita dei piani di don Rodrigo, irrimediabilmente compromessi dalla conversione dell'innominato.



I personaggi e le tecniche narrative


L'innominato e il cardinale
Il dialogo tra quest'ultimo e il cardinale mette a confronto due uomini dalla personalità eccezionale, tra i quali finisce per instaurarsi un rapporto totalmente positivo, grazie all'intuito del prelato che, fin dalle battute iniziali, evita di umiliare l'interlocutore, relegandolo nel ruolo di peccatore bisognoso di una lezione morale.
Il colloquio tra i due personaggi è credibile solo se si presuppone che la trasformazione interiore dell'uno sia già incominciata e che l'altro abbia una sua precisa, ma limitata funzione. Né Lucia né il cardinale hanno provocato la conversione dell'innominato: essa è nata dalla sua coscienza, da un travaglio interiore sul quale ha agito potentemente la grazia divina, accolta liberamente, sebbene non senza contrasti e ripensamenti.
Proprio in questo consiste il realismo della rappresentazione manzoniana. Se l'innominato è in procinto di diventare un altro, ciò non accade in modo miracolistico, per una specie di illuminazione improvvisa, ma grazie a un processo lento e doloroso che passa attraverso varie fasi: dal disgusto per i crimini commessi all'inquietudine e persino ad una certa nostalgia per l'antico modo di sentire, fino alla caduta nella più atroce disperazione.
La resa dell'innominato, se così vogliamo chiamarla, non avviene mediante un processo lineare, ma per tappe disuguali, in cui lo stato d'animo oscilla tra la tentazione di ritornare all'antica vita di scelleratezze e la tensione verso un'esistenza diversa, che esige lo scioglimento di tanti nodi e l'abbandono di tanti complici.

Le parole del cardinale hanno la funzione di rivelare all'innominato i suo stessi sentimenti, di fargli sentire la potenza e, insieme, la misericordia di Dio. Il tono è solenne e incalzante molte espressioni sono tratte dall'Antico Testamento e dal Vangelo, ma vengono pronunciate con un fervore appassionato che le rende nuove, originali; esse ricordano al potente signore le sue colpe e, al tempo stesso, lo rassicurano, mostrandogli con chiarezza la via da percorrere: mettere al servizio di Dio quelle doti che prima erano usate per commettere il male e la violenza. La risposta dell'innominato non arriva attraverso le parole, ma per mezzo dei gesti. La pace dello spirito è una conquista faticosa che passa dal riconoscimento delle proprie colpe, per arrivare al reinserimento nella comunità cristiana, siglato dall'abbraccio dei due uomini.
La scena rischia, se protratta dopo questi momenti di intensa commozione, di cadere nel patetico. Il narratore interviene allora per riprendere il filo dell'intreccio e ricollegarsi al dramma di Lucia, ancora prigioniera nel castello. Ritorna in primo piano don Abbondio, del quale, dopo la notte degli imbrogli, non s'era saputo più nulla.


Don Abbondio
La sua apparizione produce un mutamento d'atmosfera: la comicità scaturisce quasi spontaneamente dal confronto diretto tra il personaggio e la situazione che, suo malgrado, egli è costretto ad affrontare. Dopo il tono solenne, in alcuni punti sublime, del colloquio fra il cardinale e l'innominato, il lettore viene riportato ora al tono medio e alla dimensione gretta del curato, chiamato a partecipare a un dramma di cui nemmeno può comprendere la portata e le ragioni. Cambia la focalizzazione: se nelle pagine precedenti il racconto era prevalentemente focalizzato sull'innominato, ora diviene dominante il punto di vista di don Abbondio. Egli si esprime attraverso il soliloquio, il modo tipico con cui il narratore riferisce le parole e i pensieri di questo personaggio. La ragione è facilmente intuibile: costantemente dominato dalla paura, solo attraverso il soliloquio può rivelare ciò che sente in realtà e che non ha il coraggio di dichiarare apertamente. Si tratta di uno spazio sicuro d'espressione, per mezzo del quale dare libero sfogo ai suoi sentimenti. In questo capitolo e nel successivo, il soliloquio del curato, prima in viaggio verso il castello dell'innominato e poi di ritorno dalla spedizione, costituisce una specie di ricapitolazione di tutte le caratteristiche psicologiche del personaggio, l'esposizione completa di quella "filosofia del quieto vivere" di cui si era parlato nel primo capitolo. Accanto all'innominato, chiuso in un silenzioso esame di coscienza, don Abbondio rovescia la sua rabbia su coloro che hanno il gran torto di turbare la sua tranquillità: egli accomuna in una medesima categoria (quella di chi non si accontenta di essere agitato, ma coinvolge anche gli altri nella propria smania d'azione) tanto gli estremi negativi (don Rodrigo) quanto i positivi (il cardinale e, addirittura, Dio). Il registro basso della lingua, arricchito da espressioni popolari o proverbiali rende con vivacità lo sconvolgimento emotivo del povero curato. Egli se la prende con tutti, ma in particolare con l'innominato. Mentre, secondo l'ottica del narratore, quest'ultimo ha avuto il merito e il grande coraggio di cambiare vita, compiendo una scelta difficile e rischiosa, a don Abbondio il sinistro compagno di viaggio appare soprattutto come un esibizionista, colpevole di non essersi convertito quietamente a casa propria «senza dar tant'incomodo al prossimo», cioè a lui stesso. In questo modo, la figura dell'innominato subisce un processo di straniamento, grazie al quale una realtà, che il lettore ormai conosce bene, appare deformata, strana, incomprensibile. Lo stesso accade per il cardinale: il suo spirito di carità, la sollecitudine per Lucia vengono scambiate per manifestazioni un po' troppo precipitose di uno zelo incauto, imprudente e privo di carità. Infatti, nell'ottica distorta di don Abbondio, la carità consiste nel non togliere un povero prete alla tranquillità delle sue abitudini quotidiane.
A partire dall'incontro con i bravi, tutte le vicende che vedono protagonista don Abbondio costituiscono una smentita della sua persona: quanto più egli tenta di star lontano dai guai, tanto più vi si trova coinvolto, al punto che il soliloquio si chiude con il più sconsolato dei paradossi.
Dopo quella dell'innominato, siamo al culmine di un'altra crisi, quella dell'egoista chiuso all'amore come dono di sé e disponibilità verso gli altri.


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