Riassunto: Seconda Guerra Mondiale


Storia completa e dettagliata

Scoppia la seconda guerra mondiale (3 settembre 1939)
Le inaccettabili richieste di Hitler alla Polonia avevano finalmente aperto gli occhi alle potenze occidentali sull'inevitabilità della guerra, facendo scattare il sistema delle alleanza, ma ormai era troppo tardi: il successo diplomatico ottenuto con il patto di non aggressione con l’Unione Sovietica aveva infatti messo Hitler al riparo da sorprese militari sul versante orientale, e l’aveva convinto ad accelerare i tempi. Così il 1° settembre 1939, a soli sette giorni dalla firma di tale patto, il Fuhrer ordinò alle sue truppe di invadere il territorio polacco. Da quel momento tutto fu vano: l’accorato appello del nuovo pontefice Pio XII (1939-1958), il messaggio del presidente americano Roosevelt, perfino un estremo tentativo fatto da Mussolini. Il dittatore tedesco, ormai troppo forte, fu irremovibile. Pertanto il 3 settembre 1939 Francia e Inghilterra, sulla base di un trattato di alleanza stipulato con il governo polacco il 25 agosto, dichiararono aperte le ostilità. Il 5 settembre Usa e Giappone proclamarono la propria neutralità. Aveva inizio così la seconda guerra mondiale, con la sua terrificante prospettiva di distruzione e di morte.

Tedeschi e Sovietici si spartiscono la Polonia (1° e 17 settembre 1939)
La macchina bellica nazista mosse contro la Polonia con una formidabile massa di mezzi corazzati e di aerei portati in campo con prontezza di decisioni e rapidità di movimenti, secondo la tattica di sfondamento della guerra-lampo (Blizkrieg). Ben poco poté l’eroica resistenza dei Polacchi, e a rendere anche più difficile la difesa contribuirono non solo i terrificanti bombardamenti, ai quali venne sottoposta perfino la popolazione civile (guerra totale), ma anche l’improvviso attacco delle armate sovietiche, le quali il 17 settembre 1939 varcarono a loro volta il confine polacco, giungendo rapidamente alla Vistola. Chiuso in una morsa, l’esercito polacco fu costretto dieci giorni dopo ad arrendersi: la capitale Varsavia, accanitamente difesa, venne rasa al suolo e l’intera struttura politico-amministrativa venne distrutta. A meno di un mese dall’inizio delle ostilità lo Stato polacco cessò dunque di esistere e il suo territorio fu diviso fra la Germania e l’Unione Sovietica.

La guerra si sposta nel Nord Europa
Due mesi dopo, in base alle clausole segrete del patto di non aggressione tra Germania e Urss, l’esercito sovietico poneva sotto il proprio controllo le piccole repubbliche baltiche dell’Estonia, della Lettonia e della Lituania, nate alle fine del precedente conflitto mondiale, e attaccava la Finlandia, che dopo una valorosa lotta fu costretta a cedere un’ampia parte del proprio territorio (12 marzo 1940). La guerra si spostò quindi nella penisola scandinava. Nella primavera del 1940 Hitler, allo scopo di assicurarsi l’approvvigionamento di materie prime e più ampie basi di attacco contro l’Inghilterra, s’impadroniva con un’offensiva fulminea della Danimarca e della Norvegia (aprile-maggio 1940).

L’avanzata tedesca sul fronte occidentale
Nel frattempo sul fronte occidentale gli eserciti tedesco e francese si fronteggiavano dietro le opposte linee di fortificazione Sigfrido e Maginot. Quest’ultima linea difensiva, estesa per 400 chilometri dal confine svizzero a quello del Lussemburgo, era stata costruita dai Francesi alla fine della prima guerra mondiale ed era considerata inespugnabile. Il 10 maggio inaspettatamente le armate tedesche, dopo aver violato la neutralità dell’Olanda, del Belgio e del Lussemburgo, aggirarono da nord la linea Maginot e con un immenso spiegamento di aerei, di truppe e di mezzi corazzati la investirono di fronte e alle spalle, penetrando in Francia, tra Namur e Sedan. Nel giro di pochi giorni tutta la costa della Manica fu in mano tedesca, mentre il corpo di spedizione britannico sbarcato sul continente venne decimato e costretto a reimbarcarsi precipitosamente a Dunkerque (29 maggio-4 giugno 1940): le truppe in ritirata, circa 350.000 uomini, riuscirono a malapena a riattraversare la Manica, utilizzando un gran numero di piccole imbarcazioni da pesca e da diporto giunte appositamente dall'Inghilterra.

L’Italia dalla non belligeranza all'intervento in Europa
Allo scoppio del conflitto e fino alla prima metà del 1940, l’Italia aveva proclamato la sua non belligeranza e quindi il non intervento nella guerra, riscuotendo il plauso del pontefice Pio XII e dell’opinione pubblica pacifista. Questa scelta era stata determinata da tre importanti motivi:
- l’interpretazione dell’esercito, logorato dalle campagne di Etiopia e di Spagna;
- le insufficienti risorse industriali e la conseguente dipendenza dell’Italia da quelle estere;
- infine, un accordo segreto fra l’Italia e la Germania che prevedeva un rinvio della guerra di almeno tre anni e che Hitler non aveva rispettato, prendendo l’iniziativa senza nemmeno avere interpellato il duce.
La posizione dell’Italia tuttavia cambiò di fronte all'improvvisa disfatta francese e alle fulminanti vittorie di Hitler: Mussolini a quel punto non seppe resistere alla tentazione di poter sedere come vincitore al tavolo della pace, che sembrava ormai vicina. Pertanto il 10 giugno 1940 dichiarò guerra ala Francia e all'Inghilterra.

L’occupazione della Francia
Quattro giorni dopo l’esercito tedesco entrava a Parigi, spingendo la Francia a chiedere l’armistizio, che fu firmato il 22 giugno 1940 dal nuovo capo del governo francese, il vecchio maresciallo Henri Petain, l’eroe di Verdun nella prima guerra mondiale. In base alle sue clausole, tutta la Francia atlantica passava sotto il controllo tedesco, mentre la restante parte centro-meridionale, meno importante militarmente e strategicamente, veniva affidata all'amministrazione Petain e cioè al governo collaborazionista di Vichy, dal nome della capitale provvisoria. Il 24 giugno anche l’Italia firmava l’armistizio con la Francia, dopo avere occupato a costo di dolorose perdite un’insignificante striscia di territorio al di là delle Alpi.

La battaglia d’Inghilterra (agosto-ottobre 1940)
A quel punto, Hitler si adoperò per ottenere la pace con l’Inghilterra, convinto di trovare in breve tempo un accordo, ma i suoi tentativi restarono senza risposta di fronte alla più completa avversione nei confronti del nazismo del nuovo primo ministro Winston Churchill, eletto nel maggio 1940. Di qui il progetto di uno sbarco nel Paese, denominato operazione leone marino dal dittatore tedesco, che ormai disponeva di tutta le basi navali sulla Manica. L’8 agosto 1940 Hitler dette inizio alla cosiddetta battaglia d’Inghilterra, cioè a una serie di bombardamenti a tappeto sulle installazioni militari e sulle più importanti città dell’isola, che vennero sottoposte per 84 giorni a un’incessante pioggia di fuoco da parte dell’aviazione tedesca (Luftwaffe). Né le perdite umane subite, né le paurose distruzioni riuscirono però a fiaccare la volontà di resistenza del popolo inglese e della sua aviazione (la Raf, Royal Air Force), che si andò rapidamente rafforzando proprio sotto l’urto dell’attacco nemico, anche grazie ai continui rifornimenti di uomini e mezzi dalle colonie. Già nell'ottobre del 1940 la battaglia d’Inghilterra poteva considerarsi fallita: la perdita di più di tremila aerei finì infatti per indurre Hitler a rinunciare all'ambizioso piano di concludere prima dell’inverno la progettata guerra lampo.

L’offensiva italiana nel Mediterraneo e in Africa
Contemporaneamente ai massicci bombardamenti sulle città inglesi, nel Mediterraneo e in Africa ebbe inizio l’offensiva italiana, mirante a colpire l’Inghilterra paralizzandone le linee di navigazione attraverso i canali di Sicilia e di Suez. Si ebbero così una lunga serie di incursioni aeree sulla piccola isola di Malta, colonia inglese, e un duplice attacco: quello delle truppe presenti nell'Africa orientale, che si concluse con la conquista della Somalia britannica, e quello delle truppe inviate in Libia, che portò all'occupazione di alcuni importanti capisaldi al di là del confine egiziano.

Il Patto tripartito e la creazione di un ordine nuovo
Alla fine del 1940 il Patto d’acciaio fra Germania e Italia fu esteso al Giappone con la firma a Berlino del Patto tripartito (27 settembre 1940). Tale patto prevedeva l’impegno da parte dei tre contraenti di creare un ordine nuovo esercitando un vero e proprio predominio su tutti gli altri popoli asiatici ed europei, in base a un rigido sistema di gerarchie fra le potenze firmatarie. La Germania si riservava il compito di controllare l’Europa continentale, l’Italia il bacino del Mediterraneo e il Giappone il continente asiatico.

L’est europeo spazio vitale per la Germania hitleriana
Fra la fine del 1940 e l’inizio del 1941, i diplomatici tedeschi avevano avviato delle trattative con l’Ungheria, la Romania, la Bulgaria, la Iugoslavia e la stessa Slovacchia, divenuta nel 1939 protettorato tedesco, che si conclusero di lì a poco con la loro adesione al Patto tripartito. Tale iniziativa aveva lo scopo di trasformare i Balcani in una regione satellite della Germania, in vista di un inevitabile attacco all'Unione Sovietica: del resto Hitler aveva sempre considerato l’Est europeo il vero spazio vitale della Germania, ritenendo che la conquista delle terre abitate dalla razza ariana. Naturalmente l’estendersi dell’influenza tedesca nell'area balcanica finì col suscitare la preoccupazione di Stalin, che voleva fare valere le clausole del patto di non aggressione stipulato nell'agosto del 1939. Hitler, di fronte alle rimostranze dei Sovietici, rispose inizialmente con toni rassicuranti, volendo aspettare il momenti più opportuno per sferrare l’attacco.

L’offensiva in Grecia e in Iugoslavia
Fu proprio in quel momento che Mussolini, spinto da motivi di prestigio e preoccupato di controbilanciare l’espansione tedesca nei Balcani, attaccò improvvisamente dall'Albania la Grecia (28 ottobre 1940). L’offensiva, mal preparata e insufficientemente equipaggiata, venne ben presto bloccata dall'esercito greco, che, rifornito dagli Inglesi, contrattaccò energicamente, penetrando a sua volta in territorio albanese (dicembre 1940). Hitler a quel punto fu costretto a giungere in soccorso dell’alleato italiano, sia per risparmiargli l’umiliazione di una sconfitta, sia per impedire agli Inglesi di prendere l’iniziativa nell'area dei Balcani: dopo avere occupato la Iugoslavia, dove nel frattempo era salito al potere un governo ostile alla Germania, i Tedeschi invasero la Grecia e la costrinsero alla resa (aprile 1941). La stessa sorte toccò all'isola di Creta, già da qualche mese in mano agli Inglesi, che avrebbero voluto trasformarla in una base avanzata per attacchi aerei al continente.

I fallimenti italiani nel mediterraneo e in Africa
Nel frattempo anche l’offensiva italiana nel Mediterraneo e in Africa si stava rivelando fallimentare: la flotta italiana subì gravi perdite a Taranto (novembre 1940) e nelle acque greche di capo Matapan (marzo 1941) ad opera degli Inglesi. Anche in Africa le sorti della guerra si rovesciavano rapidamente: le forze britanniche con una decisa avanzata dall'Egitto riuscirono a penetrare in Libia, conquistando gran parte della Cirenaica (dicembre 1940-gennaio 1941). A quel punto, nel febbraio del 1941, Hitler decise di inviare in appoggio alle truppe italiane un potente corpo corazzato tedesco (Afrika Korps) al comando del generale Erwin Rommel (1891-1944) che costrinse gli Inglesi ad abbandonare la Cirenaica e a ritirarsi al di là del confine egiziano. Tuttavia un altro contingente inglese in Africa orientale era passato alla controffensiva occupando la Somalia, l’Eritrea e l’Etiopia, dove fu riportato sul trono abissino il negus Hailé Selassié (gennaio 1941); dopo pochi mesi anche l’ultimo presidio italiano al comando del duca d’Aosta Amedeo di Savoia (198-1942), arroccatosi a estrema difesa sull'Amba-Alagi, costretto ad arrendersi (17 aprile 1941): tramontava così, dopo appena cinque anni, l’impero fortemente voluto dal duce.

La Germania invade l’Unione Sovietica (22 giugno 1941)
Con le conquiste operate nei Balcani i tedeschi avevano messo piede in quasi tutta l’Europa continentale. Hitler a questo punto guardava con apprensione verso l’Unione Sovietica, il cui potente esercito rappresentava una temibile minaccia. Egli sapeva quale pericolo avrebbe potuto costituire per la Germania combattere su due fronti, se si fosse stabilito un accordo tra Unione Sovietica e Inghilterra, delle cui trattative era informato dai servizi segreti. Inoltre l’obiettivo fondamentale del nazismo restava pur sempre la distruzione dello Stato comunista. Ecco perché, il 22 giugno del 1941, il dittatore tedesco si decise a dare il via all'operazione Barbarossa, ordinando alle sue divisioni di attaccare l’Unione Sovietica. Hitler era convinto di poter mettere fuori combattimento l’avversario in poche settimane e di potersi quindi riversare con tutte le sue forze contro l’ultimo nemico, l’Inghilterra, dopo essersi impadronito del grano dell’Ucraina e del petrolio del Caucaso.

L’avanzata italo-tedesca e la resistenza tedesca.
L’avanzata nell'immenso territorio sovietico motorizzate tedesche, appoggiate da un corpo di spedizione italiana di 200.000 uomini (Armir), fu profonda, rapida, travolgente: nel giro di breve tempo l’esercito invasore poté infatti impadronirsi di territori sterminati e di un immenso bottino, riuscendo a stringere da vicino Mosca e Leningrado e a occupare il ricco bacino del fiume Donez. Tuttavia, come già al tempo dell’invasione napoleonica, il grosso dell’esercito sovietico era riuscito a sfuggire alla morsa, lasciando dietro di sé il deserto e un vigoroso movimento di resistenza, destinato a organizzare la lotta partigiana alle spalle dell’invasore. A metà ottobre il sopraggiungere di un inverno precoce bloccò l’avanzata tedesca, impedendo l’occupazione di Mosca. La progettata guerra-lampo dei Tedeschi era pertanto da considerarsi fallita, proprio mentre l’intera Unione Sovietica si preparava alla controffensiva, riorganizzando l’esercito sotto al guida del generale Georgij Zukov.

Gli Stati Uniti fra isolazionismo e aiuti all'Europa
I Russi poterono fare affidamento anche sugli aiuti provenienti dagli Stati Uniti che, pur schierati per il più rigido isolazionismo, il 10 marzo 1941 avevano approvato su proposta di Roosevelt (eletto per la terza volta presidente), la legge affitti e prestiti (Lend Lease Act), con la quale si autorizzava il governo a vendere, prestare o affittare materiale bellico e prodotti agricoli e di ogni altro genere a quei Paesi la cui difesa fosse stata giudicata vitale per gli interessi degli Stati Uniti. Tale provvedimento rappresentava un importante sostegno agli Stati europei nella lotta antinazista. Nello stesso tempo, gli Stati Uniti in questo modo non entravano direttamente nel conflitto, considerato da buona parte dell’opinione pubblica americana come un affare tutto europeo, mentre le industrie statunitensi conoscevano un notevole slancio produttivo, diventando l’arsenale delle democrazie.

La Carta Atlantica: la necessità di sconfiggere il nazismo
Tuttavia, la politica sempre più aggressiva della Germania finì con il convincere Roosevelt della necessità di sconfiggere il nazismo, rilanciando il ruolo di potenza mondiale degli Stati Uniti. Il 14 agosto 1941 il presidente statunitense e il primo ministro inglese Churchill si incontrarono su una corazzata nell'Atlantico  al largo dell’isola di terranova, e firmarono la Carta atlantica, una dichiarazione congiunta dove venivano fissati alcuni fondamentali principi ispirati alla libertà e alla democrazia, da realizzare dopo la definitiva distruzione della tirannia nazista. E proprio sulla base di tali presupposti venne firmata il 1° gennaio 1942 a Washington da Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione Sovietica, Cina e da venti altre libere nazioni una Dichiarazione delle Nazioni Unite e successivamente fu creata l’Organizzazione delle Nazioni Unite (Onu).

L’attacco giapponese a Pearl Harbor e l’ingresso in guerra degli Stati Uniti
Gli Stati Uniti avevano considerato la Germania come l’unica nazione in grado di vincere la guerra, ma ben presto entrarono in collisione con un’altra grande potenza, il Giappone. Nella seconda metà del 1941, infatti, si verificò un importante avvenimento destinato a dare nuovi sviluppi al conflitto mondiale: il fulmineo attacco aereo giapponese alla base navale statunitense di Pearl Harbor, nelle isole Hawaii. Il bombardamento, avvenuto all'alba del 7 dicembre del 1941, senza una dichiarazione ufficiale di guerra agli Stati Uniti da parte del governo di Tokyo, ebbe conseguenze catastrofiche: vennero posti fuori combattimento otto corazzate, tre incrociatori e tre cacciatorpediniere, e furono distrutti più di duecento aerei. L’azione giapponese determinò l’immediato intervento degli Stati Uniti (8 dicembre): la guerra diventava così veramente mondiale, investendo tutti i continenti.

Il progetto di una Grande Asia sotto l’egida giapponese
A indurre il Giappone a sferrare l’attacco era stato l’ambizioso proposito di assicurarsi il controllo dell’Asia sud-orientale e del Pacifico in vista della costruzione di una grande Asia sotto l’egemonia nipponica. Per raggiungere tale risultato era indispensabile procedere alla conquista totale della Cina, sconfiggendo la resistenza guidata dai comunisti di Mao Tsetung e dai nazionalisti di Chiang Kaishek. Nel frattempo, approfittando del crollo dell’Olanda e della Francia, nel settembre del 1940 il Giappone aveva occupato l’Indocina e tentava di espandersi nelle Indie Orientali Olandesi (attuale Indonesia), circondando la Cina da sud e minacciando da vicino il Pacifico orientale, area in cui gli Stati Uniti avevano interessi economici e numerose basi aereonavali.
Dinanzi all’espansionismo nipponico, gli Usa avevano deciso di interrompere le forniture di acciaio e di petrolio, dalle quali l’industria giapponese era strettamente indipendente; inoltre aveva esteso al legge affitti e prestiti alla Cina, a sostegno del movimento di resistenza. Tale presa di posizione convinse i comandi militari nipponici dell’inevitabilità di uno scontro e li spinse ad attaccare la flotta americana a Pearl Harbor, nella speranza che di fronte a una massiccia e improvvisa sconfitta gli Usa avrebbero negoziato un accordo che avrebbe permesso loro di avere una via libera in Asia.

Ultimi successi dell’Asse
Nonostante l’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto, il nuovo anno si aprì con una nuova offensiva da parte delle potenze del Patto tripartito. Nella primavera del 1942 i Giapponesi, sfruttando la sorpresa e la loro perfetta preparazione, riuscirono con una serie di brillanti e rapide vittorie a occupare tutte le zone militarmente importanti dell’?Estremo Oriente al punto da minacciare da vicino l’India e, dopo lo sbarco in Nuova Guina, la stessa Australia. Anche in Occidente la ripresa delle operazioni portò ad alcuni vistosi successi dell’Asse, in particolare in Africa, mentre l’esercito tedesco avanzava in Unione Sovietica giungendo fino a Stalingrado. Fu senza dubbio quello il momento più critico della guerra per gli Alleati. Eppure i nuovi successi conseguiti dovevano segnare l’inizio della fine per le potenze dell’Asse. Infatti l’enorme allargamento del fronte e il crescente allontanamento delle truppe dalle basi di partenza avevano talmente allungato le linee di rifornimento da rendere difficili i contatti con le retrovie e sempre più problematico l’invio di uomini e di materiali ai reparti combattenti.

L’importanza degli aiuti statunitensi
Le truppe alleate, al contrario, trovavano in quel momento il fondamentale sostegno degli Stati Uniti d’America, che in tempi brevi e con un poderoso sforzo produttivo riuscirono a mobilitare quattordici milioni di uomini e a inviare sui fronti di tutti i continenti enormi quantitativi di viveri, medicinali, munizioni, autocarri, aeroplani e carri armati. Come diretta risposta la Germania dette inizio a una guerra sottomarina su vasta scala, mirante a bloccare i convogli di navi carichi di rifornimenti americani. L’accanita caccia condotta dai sommergibili italo-tedeschi non riuscì tuttavia a creare agli Alleati perdite superiori al continuo sviluppo della produzione americana. Ecco perché già verso la fine del 1942 la guerra sottomarina condotta dalle potenze dell’Asse poteva dirsi fallita, proprio mentre iniziavano i bombardamenti massicci degli aerei alleati sulle maggiori città europee, che indicavano le ferma intenzione degli Anglo-americani di portare alle estreme conseguenze la guerra totale, colpendo e sfibrando moralmente e materialmente le popolazioni civili e i centri di produzione non meno delle truppe combattenti.

Una svolta decisiva nella guerra: La battaglia di Stalingrado
I primi segni di un'inversione di tendenza a favore degli alleati si ebbero però sul fronte russo, dove i nazisti avevano dato vita a una potente offensiva in direzione di Stalingrado, città di enorme importanza strategica, situata fra il Don e il Volga. L'assedio tedesco ebbe inizio nel luglio 1942 e fu condotto in maniera brutale casa per casa; tuttavia i Russi riuscirono a resistere per ben 180 giorni, creando le premesse della resa tedesca. Infatti, quando le armate sovietiche scatenarono la controffensiva, le forze della Wehrmacht erano ormai decimate e indebolite dalla fame e dal freddo di un inverno particolarmente rigido. Nonostante ciò, la sesta armata tedesca ricevette da Hitler l'ordine di resistere a oltranza fra le rovine della città, finché il 2 febbraio 1943 il feldmaresciallo Friedrich von Paulus (1890-1957) trattò la resa. La disfatta di Stalingrado, costata alla Germania 280 mila soldati, segnò la svolta decisiva della seconda guerra mondiale, non solo per le sue immediate conseguenze militari, ma anche per la positiva ripercussione psicologica da essa esercitata in campo alleato.

La tragica ritirata degli italiani
Nel mese di marzo tutte le armate germaniche erano state già respinte al di là del Don e avevano ormai dato inizio a una disastrosa ritirata su tutto il lunghissimo fronte dal Mar Baltico al Mar Nero: una ritirata che avrebbe segnato il crollo delle ambizioni imperiali del nazismo. Nella lotta che seguì allo sfondamento del fronte non vi fu scampo neppure per il corpo di spedizione italiano (Armir), impegnato sul Don e uscito quasi annientato dall'avventura voluta da Mussolini. Scarsamente armati ed equipaggiati, privi di adeguati mezzi di trasporto e profondamente sconvolti e amareggiati per essere stati mandati allo sbaraglio in una lotta alla quale si sentivano sempre più estranei, i soldati italiani tentarono di aprirsi la via della ritirata: molti caddero combattendo contro il nemico che avanzava, e i più morirono per assediamento.

L'avanzata alleata in Estremo Oriente e nel Mediterraneo
Anche se la priorità era la sconfitta della Germania, gli Americani avevano iniziato la loro controffensiva anche in Estremo Oriente, nei territori occupati dai giapponesi. La strategia degli Stati Uniti prevedeva la conquista delle isole periferiche del Pacifico, più difficilmente difendibili, per avvicinarsi gradualmente verso lo stesso arcipelago giapponese: significative furono le vittorie conseguite dagli Americani nelle battaglie delle Midway (giugno 1942) e di Guadalcanal (agosto 1942-febbraio 1943). Nel frattempo in Africa settentrionale gli Inglesi erano riusciti a sfondare il fronte nemico a El-Alamein, nonostante la decisa e generosa resistenza italo-tedesca (novembre 1942). Contemporaneamente gli Americani sbarcavano in Marocco e in Algeria (8 novembre), dove le truppe francesi fedeli al governo di Vichy offrirono una debolissima resistenza. Per l'Asse si determinò ben presto una situazione così negativa dal punto di vista militare da far considerare impossibile ogni ulteriore combattimento: tutto ciò determinò il rientro di Rommel in Germania (gennaio 1943) e nel maggio successivo la definitiva capitolazione delle truppe italo-tedesche rifugiatesi in Tunisia. Da allora tutta l'Africa del Nord si trovò saldamente nelle mani degli Alleati.

La conferenza di Casablanca
Nel gennaio 1943 Roosevelt e Churchill si incontrarono nuovamente in Marocco e nel corso della conferenza di Casablanca decisero di aprire un secondo fronte in Occidente. Essi, infatti, sfruttando l'Africa come base per l'invasione e approfittando delle difficoltà tedesche sul fronte russo, scelsero come obbiettivo dell'attacco l'Italia, dato che il Paese era giunto ai limiti delle proprie possibilità di resistenza, mentre andavano facendosi ormai evidenti nell'opinione pubblica e nelle stesse sfere dirigenti l'opposizione al regime e la convinzione che l'unica via di salvezza avrebbe potuto essere cercata solo in un immediato sganciamento dalla Germania. Nel marzo 1943, inoltre, erano scoppiati a Torino e in altre grandi città del Nord i primi grandi scioperi operai. E per l'appunto in seguito alle decisioni di Casablanca, il 10 luglio, dopo avere occupato le due isole di Lampedusa e di Pantelleria, tredici divisioni anglo-americane sbarcavano in Sicilia.

Gli Anglo-americani in Sicilia e la caduta del regime fascista
Con lo sbarco in Sicilia ebbe inizio per l'Italia il periodo più tragico di tutto il conflitto. Le truppe alleate ebbero presto la meglio sui reparti italo-tedeschi spediti frettolosamente nell'isola, mentre rilevanti forze aeree americane bombardavano Roma e Frascati, sedi del comando tedesco in Italia. Nella capitale, oltre agli obiettivi militari, furono colpite centinaia di abitazioni, provocando gravi danni e numerose vittime tra i civili. Sulla scia di questi eventi, nella notte tra il 24 e il 25 luglio il Gran consiglio del fascismo, al termine di una drammatica seduta, approvava a maggioranza l'ordine del giorno che stabiliva il ripristino dello Statuto e delle libertà costituzionali e, implicitamente, la fine del regime. Nello stesso pomeriggio del 25 luglio Vittorio Emanuele II convocava Mussolini obbligandolo alle dimissioni e ordinandone l'arresto. A questo avvenimento imprevisto l'Italia reagì con una clamorosa esplosione di entusiasmo. Si inneggiava alla fine della dittatura, che si dissolse con inaspettata rapidità e senza alcun tentativo di resistenza, mentre gli antifascisti e i condannati politici, liberati dalle prigioni, riprendevano pubblicamente la loro attività.

Il governo Badoglio firma l'armistizio (8 settembre 1943)
Gli italiani vennero però richiamati alla realtà dal proclama del nuovo capo del governo, il maresciallo Pietro Badoglio, già compromessosi col fascismo e appoggiato dai militari, che rivolse un messaggio alla nazione in cui annunciava la continuazione della guerra. Nei giorni successivi, tuttavia, il nuovo governo prendeva segreti contatti con gli Anglo-americani per trattare una pace separata e uscire dal conflitto, mentre i Tedeschi, resi sospettosi dagli avvenimenti, facevano affluire attraverso il passo del Brennero dieci nuove divisioni nella penisola. In tale quadro il 3 settembre 1943 fu segretamente firmato a Cassibale, nei pressi di Siracusa, un armistizio con gli Anglo-americani, che lo resero noto la sera dell'8 settembre senza che i comandi dell'esercito italiano ricevessero ordini su quale atteggiamento tenere nei confronti dei Tedeschi. Il risultato immediato di tale iniziativa fu quello di far precipitare l'Italia in un drammatico caos: all'alba del 9 settembre, infatti, il re Badoglio abbandonarono Roma e si rifugiarono presso gli Alleati a Brindisi.

L'occupazione tedesca e la creazione della Repubblica sociale
Tale azione causò il definitivo sbandamento dell'esercito italiano e facilitò ai tedeschi il compito di occupare tutta la parte del Paese non ancora occupata dagli alleati. I Tedeschi fecero infatti scattare il piano Artico, precedentemente preparato in previsione di uno sbarco alleato sulle coste italiane. Lo stesso 8 settembre Roma fu conquistata dai nazisti, nonostante un tentativo da parte di alcuni ufficiali di organizzare la difesa della città. Anche oltre frontiera alcuni reparti di guarnigione, rimasti senza comandi e senza collegamenti, tentarono una disperata resistenza, ma furono sopraffatti dai Tedeschi, come avvenne ad esempio nell'isola greca di Cefalonia, o deportati in massa nei campi di concentramento nazisti. Una parte dei soldati, tuttavia, gettata la divisa, cercava semplicemente di confondersi con i civili e ritornare nelle proprie case.
Nel frattempo, il 12 settembre, un gruppo di paracadutisti tedeschi aveva liberato con un colpo di mano Mussolini, prigioniero a Campo Imperatore sul Gran Sasso, e lo aveva condotto in Germania. Il duce, divenuto ormai uno strumento nelle mani di Hitler, si affrettava a dichiarare di voler riprendere la guerra a fianco dell'alleato e proclamò l'istituzione della Repubblica Sociale Italiana (23 settembre 1943) o di Salò, dal nome della cittadina sul lago di Garda sede del nuovo governo.

La Resistenza in Italia: guerra di liberazione e guerra civile
Iniziava così una drammatica fase del conflitto per il nostro Paese, lacerato nella sua unità territoriale, privo di una sicura guida politica e invaso da due opposti eserciti. Davanti a una tale situazione, molti Italiani si trovarono divisi in due campi avversi: da una parte vi erano i repubblichini, fedeli al governo di Salò e schierati con i Tedeschi in difesa dell'onore nazionale infranto dall'armistizio e dal tradimento della monarchia e dei suoi seguaci; dall'altra i partigiani, gruppi spontanei di combattenti armati, formati da reparti dell'esercito e da civili, ostili alle truppe tedesche e di occupazione e di conseguenza anche a quelle fasciste, colpevoli di avere trascinato l'Italia in una guerra ingiusta. Iniziava dunque anche nell'Italia centro settentrionale la Resistenza; tuttavia la guerra di liberazione ebbe, come anche in altri Paesi retti da regimi fascisti, un altro risvolto, quello cioè della guerra civile: mentre per i repubblichini l'8 settembre costituiva una vergogna nazionale, per i partigiani era invece la data di inizio del riscatto morale e politico di una nazione oppressa: per tutti, comunque, segnava la drammatica dissoluzione di un intero Paese e del suo esercito.

L'organizzazione della lotta partigiana in Italia
Mentre l'esercito della Repubblica Italiana (Rsi) era formato da volontari fascisti (spesso gli uomini venivano reclutati con la forza), al comando del protagonista della campagna di Libia, il generale Rodolfo Graziani, i partigiani erano organizzati in bande che operavano clandestinamente soprattutto sulle montagne, ma anche nelle città. Le formazioni partigiane si diedero ben presto un'organizzazione unitaria, il Comitato di Liberazione nazionale (Cln), creato a Roma il 9 settembre 1943 e guidato da Ivanoe Bonomi (1873-1951), che collegava tutti i movimenti di opposizione al nazifascismo, dalle Brigate Garibaldi, di orientamento comunista, alle Brigate Giustizia e Libertà, collegate al Partito d'Azione (partito di orientamento democratico e socialista fondato nel 1942), alle formazioni di orientamento cattolico o monarchico. Inoltre il Cln era diviso in Clnai (Comitato di Liberazione nazionale alta Italia), con sede nella Milano occupata, e il Cnlc (Comitato di liberazione nazionale centrale).

La dichiarazione di guerra alla Germania e il ristagno sulla linea Gustav
Il governo legittimo retto da Pietro Badoglio decise a sua volta di schierarsi apertamente contro le forze di occupazione nazista, proclamando decaduta la vecchia alleanza e dichiarando ufficialmente guerra alla Germania (13 ottobre 1943). In tal modo altre truppe regolari poterono unirsi alla Resistenza; inoltre con tale iniziativa l'Italia venne riconosciuta cobelligerante (ma non alleato a pieno titolo) dagli Anglo Americani. Nel frattempo l'esercito alleato risaliva verso nord in Calabria mentre altri reparti, sbarcati a Salerno, puntavano verso Napoli, che insorgeva spontaneamente il 27 settembre e dopo quattro giornate di lotta costringeva le forze del presidio tedesco ad arrendersi (1° ottobre 1943). Così, quando giunsero gli Alleati, Napoli era già libera, prima città in Europa a cacciare i Tedeschi. Tuttavia la guerra di movimento sul fronte italiano fu di breve durata. Agli inizi dell'autunno infatti le truppe alleate furono costrette a fermarsi per alcuni mesi lunga una linea di difesa detta Gustav, che aveva il proprio caposaldo nella città di Cassino (Frosinone). All'inizio del '44 gli Anglo-americani tentarono uno sbarco alle spalle della linea Gustav e precisamente ad Anzio, nei pressi di Roma (22 gennaio 1944). Vennero però fermati da reparti germanici affluiti nella zona in tutta fretta, per cui le operazioni militari si bloccarono nuovamente fino alla primavera seguente.

Il governo di unità nazionale (22 aprile- 8 giugno 1944)
Proseguiva intanto l'attività politica. Mentre nell'Italia del Nord agivano le formazioni partigiane, a Bari, il 28 gennaio 1944, in un congresso dei partiti antifascisti che aderivano al Cln venne richiesta l'abdicazione del vecchio sovrano, ritenuto responsabile delle sciagure del Paese, in favore del figlio Umberto. Questa linea fu appoggiata da liberali e democratici cristiani, oltre che dagli alleati, mentre socialisti, comunisti e Partito d'Azione chiedevano l'immediata abolizione della monarchia. In tale situazione ebbe importanza la scelta del Partito comunista rientrato in Italia dall'Urss dopo diciotto anni di assenza, che offrì il suo appoggio al governo Badoglio, purché allargato e potenziato dalla partecipazione di tutti i partiti del Cln. Ciò rese possibile l'accordo del 12 aprile 1944, in base al quale il re si impegnava a nominare, al momento della liberazione di Roma, il figlio Umberto luogotenente del regno e a rimandare la scelta fra monarchia e repubblica a un referendum popolare da tenersi al termine della guerra. Fu possibile così a costituire a Salerno un governo di unità nazionale posto sotto la direzione di Badoglio, mentre il Clnai ebbe per delega poteri di governo nella conduzione della guerra nell'Italia occupata dai nazifascisti.

La ripresa dell'avanzata alleata e il nuovo arresto lungo la linea Gotica
Nella primavera del 1944 riprese finalmente l'avanzata degli alleati, che entrarono a Roma il 4 giugno. Nello stesso giorno Umberto di Savoia venne nominato luogotenente generale del regno, mentre il generale Badoglio venne sostituito da Ivanoe Bonomi, capo del Comitato di liberazione nazionale e rappresentante dell'antifascismo moderato. Bonomi restò in carica fino al giugno 1945, grazie anche all'appoggio degli Alleati, che favorirono inoltre la militarizzazione ufficiale dei partigiani, attraverso l'istituzione nel giugno del '44 del Corpo volontari della libertà (Cvl), formato da circa 200 mila combattenti e guidato dal generale Raffaele Cadorna (1899-1973).
Le truppe anglo-americane e i reparti italiani proseguirono la loro avanzata verso nord e ai primi di agosto raggiungevano Firenze. L'avanzata alleata, lenta e sanguinosa, fu però di nuovo bloccata nel mese di settembre, quando venne raggiunta la linea gotica, cioè la seconda linea difensiva preparata dai tedeschi fra il Tirreno e l'Adriatico. Da quel momento l'Italia restò per un altro inverno divisa in due tronconi. Quello del 1944-45 fu senza dubbio l'inverno più lungo e più tragico, in particolare per le regioni settentrionali, dove oltre alla fame, al freddo e ai continui bombardamenti, la popolazione civile dovette patire prepotenze e violenze di ogni genere.

La conferenza di Teheran 
Per spiegare il ristagno sulla linea Gustav va precisato che il comando alleato aveva giudicato il fronte aperto in Italia come secondario dal punto di vista strategico, mentre si riteneva di dover aprire un nuovo fronte nella Francia settentrionale. tale strategia era stata decisa già alla fine del '43 nel corso della conferenza tenuta a Teheran, che vide la presenza contemporanea di Roosevelt, Churchill e Stalin (28 novembre - 10 dicembre 1943). L'incontro assunse un significato importante in quanto i tre grandi mostrarono per la prima volta una forte volontà di giungere insieme alla vittoria: la decisione di aprire un secondo fronte a ovest diede infatti a Stalin la certezza che gli Anglo-americani non avrebbero cercato una pace separata con Hitler. perciò Stalin si impegnò a sostenere gli Alleati con una controffensiva da est, in modo da stringere in una morsa la Germania, prendendola tra due fuochi. Contemporaneamente il leader sovietico ottenne dagli Alleati il rispetto dei confini polacchi e delle acquisizioni nelle regioni baltiche stabiliti dal patto di non aggressione del '39. Almeno per il momento, dunque, erano dissolti diffidenze e sospetti reciproci.

Lo sbarco alleato in Normandia (6 giugno 1944)
Il progetto di invasione della Francia, definito operazione Overlod, doveva essere attuato per il maggio-giugno del '44. Puntualmente, il 6 giugno 1944 (due giorni dopo la liberazioni di Roma), gli Alleati sbarcarono presso Cherbourg in Normandia e, grazie al valore delle truppe, alla perfetta organizzazione e alla gigantesca quantità di navi e di mezzi impiegati, infransero la resistenza dei Tedeschi attestati dietro la grande linea di fortificazione eretta sulla costa della Manica (Vallo atlantico). Nel giro di dieci giorni l'esercito tedesco si trovò di fronte a più di un milione di uomini e a 300.000 mezzi corazzati, sottoposto a un'ininterrotta pioggia di fuoco dal cielo e dal mare. Nel mese di agosto un altro sbarco avvenuto in Provenza contribuì a far crollare l'accanita resistenza dei reparti tedeschi, grazie anche al concreto aiuto dato dalle forze partigiane francesi, sempre meglio organizzate. Così già nel settembre 1944 la Francia era liberata e affidata a un governo guidato del generale De Gaulle, rientrato trionfalmente a Parigi come liberatore fin dal 26 agosto.

L'avanzata dell'Armata Rossa e la liberazione della penisola balcanica
Quasi contemporaneamente sul fronte orientale l'Armata rossa che dopo la battaglia di Stalingrado era riuscita con incessanti offensive a liberare tutto il Paese, giunse al confine con la Polonia e iniziò la liberazione degli Stati balcanici (giugno-luglio '43). In seguito ai tracolli e ai fallimenti delle controffensive ordinate da Hitler, in Germania la situazione era diventata sempre più drammatica. Ormai isolato dalla realtà, il Fuhrer restava chiuso nel quartier generale di Rastenburg, dove il 20 luglio 1944 sfuggì per puro caso a un attentato dinamitardo organizzato dal colonnello Klaus von Stauffenberg (1907-1944).
In pochi mesi la morsa che attanagliava la Germania divenne sempre più stretta: dal luglio all'ottobre del '44 si arresero la Romania, l'Ungheria e la Bulgaria, mentre la Iugoslavia riacquistava la libertà grazie soprattutto all'azione dell'esercito partigiano, comandato dal capo comunista di origine croata Josip Broz (1892-1980), detto Tito, nominato fin dal novembre 1943 presidente di un governo provvisorio. L'ultimo atto della liberazione dell'Europa orientale e dei Balcani venne compiuto nell'ottobre del 1944 con lo sbarco inglese in Grecia.

L'offensiva degli Alleati su tutti i fronti (primavera 1945)
Sovietici e Anglo-americani minacciavano ormai sempre più da vicino il Terzo Reich. Tuttavia Hitler continuava a sperare di poter capovolgere le sorti del conflitto con le nuove armi segrete (missili V1 e V2, aeroplani a reazione, bomba atomica), alla costruzione delle quali lavoravano centinaia di tecnici altamente specializzati. Una speranza destinata a rivelarsi illusoria. Nella primavera del 1945 gli Alleati ripresero infatti l'offensiva su tutti i fronti. Gli Anglo-americani passarono il Reno e marciarono verso il cuore della Germania, dopo aver sottoposto le città tedesche a tremendi bombardamenti (particolarmente terribile fu quello di Dresda); i Sovietici, a loro volta, dopo avere liberato la Polonia occuparono la Prussia orientale e superarono l'Oder. La tenaglia antinazista si chiuse il 25 aprile con l'incontro delle avanguardie americane e sovietiche sull'Elba.

La liberazione dell'Italia (25 Aprile 1945) e la resa della Germania (7 maggio 1945)
Quasi contemporaneamente la resistenza tedesca crollava anche sul fronte italiano. Infatti, mentre gli Anglo-americani superavano in via definitiva la linea gotica e irrompevano nella Pianura Padana, in tutte le maggiori città del Nord il 25 aprile le popolazioni insorgevano e,affiancando le azioni dei partigiani che proteggevano dalle rappresaglie tedesche i grandi impianti industriali, si liberavano dall'oppressione nazista prima dell'arrivo degli Alleati. Nello stesso giorno il Comitato di Liberazione nazionale dell'Alta Italia assunse tutti i poteri civili e militari nelle regioni settentrionali. Il 27 aprile Mussolini, rifugiato su un camion di una colonna tedesca in ritirata verso la Valtellina, venne riconosciuto da una formazione partigiana presso Dongo (sul lago di Como) e il 28 fucilato. Due giorni dopo il comando tedesco in Italia firmava la resa senza condizioni. Questa volta la guerra era veramente finita: le armate sovietiche occuparono Berlino e, mentre nei sobborghi si combatteva fra le macerie casa per casa, Hitler si suicidava nei sotterranei della Cancelleria del Reich (30 Aprile 1945). Il 7 maggio a Reims la Germania sottoscriveva la resa incondizionata. L'Europa, ridotta a un cumulo di rovine, aveva così finalmente la sua pace.

La resistenza giapponese
Dopo la morte di Hitler e la resa della Germania, tra le potenze del Patto tripartito resisteva soltanto il Giappone, colpito però da una lunga serie di drammatiche sconfitte a opera degli Stati Uniti: un avversario che continuava a schierare in battaglia nuove portaerei, navi sempre più numerose e uomini perfettamente addestrati a sostenere la difficile lotta nelle isole del Pacifico centrale e sud occidentale. La conquista americana delle Marshall, delle Marianne, delle Palau e delle Filippine richiese vari mesi ed ebbe il suo culmine tra il gennaio e il febbraio del 1945. Artefice principale dell'intera operazione fu il generale Douglas Mac Arthur, capo delle forze statunitensi nell'Estremo Oriente, Solo a quel punto gli Americani poterono sferrare un attacco allo stesso arcipelago giapponese e più in particolare all'importante base di Okinawa, conquistata nel giugno 1945, dopo un'epica battaglia costata la vita a oltre 100.000 Giapponesi, tra i quali numerosi giovani aviatori suicidi (kamikaze), che si gettavano sulle navi americane con i loro aerei carichi di bombe. 

La conferenza di Yalta (4-11 febbraio 1945)
Ciò nonostante le possibilità di resistenza dell'esercito giapponese continuavano a essere rilevanti, in quanto esso poteva contare ancora su oltre tre milioni di uomini sparsi nell'ampio territorio asiatico. Pochi mesi prima della sconfitta di Hitler, i tre grandi (Roosevelt, Churchill e Stalin) si riunirono nuovamente a Yalta, una città dell'Unione Sovietica sulla costa meridionale della Crimea (4-11 febbraio 1945). Nel corso della conferenza vennero prese alcune importanti decisioni relative agli assetti internazionali da attuare dopo la completa disfatta della Germania nazista; fu stabilita inoltre l'entrata in guerra dell'Unione Sovietica contro il Giappone due o tre mesi dopo la capitolazione tedesca allo scopo di accelerare la fine del conflitto.

La bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki (6-9 agosto 1945)
L'impresa tuttavia non risultava ancora né agevole, né di breve durata, anche per il fanatismo dimostrato dai Giapponesi, decisi a combattere a oltranza. Fu allora che il nuovo presidente americano, il democratico Harry Truman (succeduto a Roosevelt, morto in aprile), decise di ricorrere all'impiego di un'arma terrificante, attraverso la quale gli Alleati avrebbero definitivamente messo in ginocchio il nemico. il 6 agosto 1945, infatti, nelle prime ore del mattino un aereo statunitense sganciò una bomba atomica sulla grande città di Hiroshima, provocandone la distruzione totale, con oltre 70.000 morti e più di 100.000 feriti. Il 9 agosto, lo stesso giorno in cui l'Unione Sovietica faceva pervenire a Tokyo la propria dichiarazione di guerra, una seconda bomba colpiva anche la popolosa città di Nagasaki. Di fronte a queste tremende distruzioni anche i più determinati militaristi nipponici si convinsero a cessare le ostilità e il 1° settembre, a bordo della corazzata americana Missouri nella baia di Tokyo, il Giappone firmava l'atto ufficiale di resa.

L'Europa sotto il gioco nazista
Durante la seconda guerra mondiale quasi tutta l'Europa, fatta eccezione per la Svizzera, la Svezia, il Portogallo e la Spagna, dove il governo franchista, pur non nascondendo le proprie simpatie per il nazismo, non s'impegnava apertamente alla dominazione della Germania. In particolare, fra il 1941 e il 1942, quando la situazione internazionale era complessivamente favorevole alle forze dell'Asse, Hitler poté mettere in pratica il suo progetto di un nuovo ordine nel continente europeo. A livello politico il Fuhrer puntò prima di tutto alla disgregazione delle precedenti organizzazioni statali, sostituite da un nuovo sistema in cui la Germania era naturalmente al vertice, affiancata dai Paesi alleati come ad esempio l'Italia o l'Ungheria, che ricoprivano però un ruolo subalterno. Nel gradino più basso di questa piramide si trovavano i Paesi come la Polonia o la Grecia, occupati militarmente e considerati delle vere e proprie colonie.

Lo sfruttamento economico
Il nuovo ordine trovava una corrispondenza a livello economico, traducendosi in un barbaro e sistematico sfruttamento delle materie prime, dei rifornimenti alimentari e della manodopera presenti nei Paesi occupati. Una delle più immediate conseguenze dell'occupazione tedesca fu infatti il totale controllo delle risorse agricole e industriali da parte delle autorità naziste, ottenuto soprattutto attraverso la deportazione coatta in Germania di forza-lavoro. In pochissimi anni, milioni di persone furono portate con la violenza all'interno del Terzo Reich; soltanto una minoranza di queste erano civili, provenienti in prevalenza dall'Est, catturati all'uscita delle chiese, dei pubblici locali, delle abitazioni e dei posti di lavoro. In tal modo fu relativamente facile per i gerarchi nazisti procurarsi quel materiale umano che sostituisse i soldati al fronte, un immensa massa di schiavi necessaria alla produzione nelle fabbriche, nelle miniere e nelle campagne tedesche, sulla base delle esigenze della guerra totale.

Lo sterminio degli Ebrei e i campi di concentramento
Alla gerarchia politica e sociale corrispondeva un'altra gerarchia a sfondo razziale, in cui gli Slavi ma soprattutto gli Ebrei si trovavano all'ultimo posto. Mentre i primi potevano essere utilizzati come materiale-lavoro, per i secondi si iniziò sin dal 1941 a parlare di soluzione finale, complementare alla colonizzazione ariana dell'Europa. I nazisti organizzarono lo sterminio degli Ebrei con meticolosa crudeltà mediante deportazioni in massa, lavori forzati, disumane torture, quasi sempre destinate ad avere la loro tragica conclusione nelle camere a gas e nei forni crematori dei campi di concentramento. Alla fine della guerra si conteranno più di 900 campi della morte, fra i quali i più tristemente noti furono quelli di Auschwitz, Buchenwald, Dachau, Mauthausen, Ravensbruck, Treblinka: qui troveranno la morte la maggior parte dei sei milioni di Ebrei (la quasi totalità di quelli che vivevano nell'Europa continentale), nonché centinaia di migliaia di Polacchi, sovietici, ma anche Italiani, Francesi, Olandesi, Belgi, catturati come resistenti o fatti prigionieri.

Collaborazionismo e antinazismo nei Paese occupati
Dal momento che il governo centrale tedesco non aveva né uomini né mezzi per controllare direttamente le vaste regioni sottomesse, il dominio nazista fu estremamente agevolato dalla servile condiscendenza dei vari governi collaborazionisti: gli esempi più eclatanti di questi Stati satellite furono la Francia di Vichy, la Norvegia di Vidkun Quisling e, in seguito, la Repubblica Sociale Italiana di Benito Mussolini. Tuttavia sin dall'inizio della guerra, quella parte della popolazione che si rifiutava di subire la dominazione tedesca diede inizio a uno spontaneo movimento si costituì gradualmente in tutti i Paesi assoggettati dalle armate naziste, organizzato in gruppi di volontari, i partigiani, che agivano clandestinamente nelle città, nelle campagne e soprattutto sulle montagne, e che potevano contare sugli aiuti delle locali forze politiche e degli Alleati.

Le azioni della Resistenza
Inizialmente la Resistenza si limitò ad attività di spionaggio e di sabotaggio, ma nel corso del conflitto e con l'intensificarsi della violenza nazista, le formazioni partigiane diventarono sempre più numerose e meglio organizzate, al punto da poter agire secondo gli schemi di una vera guerra civile. Si rafforzò infatti la coscienza di combattere per la salvezza della civiltà e non soltanto per gli interessi nazionali: ciò dava alla popolazione una grande energia morale e una disperata fermezza di propositi. I combattenti nella Resistenza si prodigavano in una lotta senza quartiere per liberare il territorio nazionale dalle truppe nazifasciste e per intralciare lo sviluppo delle operazioni belliche dell'Asse, offrendo un sempre più significativo sostegno alle truppe alleate, dal momento che costringevano il nemico a sottrarre dal fronte consistenti forze militari. Tra le azioni militari svolte dai partigiani vi erano, oltre a colpi di mano, sabotaggi e attacchi di sorpresa ai Tedeschi, anche azioni di sorveglianza e rastrellamento e veri e propri scontri armati, quando le forze lo permettevano.

I diversi volti della Resistenza europea
Pur nella somiglianza delle strategie, la Resistenza ai nazifascismi assunse connotazioni diverse nei vari Paese europei, sia per la durata, sia per gli obiettivi. In generale si ritiene che nei Paesi aggressori, che già prima della guerra avevano conosciuto delle dittature, la Resistenza fosse iniziata in precedenza, in stretto collegamento con l'attività politica di opposizione ai fascismi: nel caso dell'Italia, ad esempio, sarebbe iniziata già nel ventennio fra le due guerre. Le Resistenze sorte nei Paesi demografici aggrediti ebbero invece caratteristiche diverse. In Norvegia, Belgio e Olanda, ad esempio, i governi legittimi trovarono rifugio in Inghilterra e continuarono a dirigere la lotta antinazista dall'esilio, spesso con il coordinamento o la subordinazione dei comandi militari britannici. Diverso il caso della Francia, in cui i movimenti che simpatizzavano per il nazismo erano molto radicati e avevano indebolito il regime democratico. La sola grande forza che si opponeva all'occupazione fu il movimento France libre, guidato da Londra dal generale Charles De Gaulle. Diverso ancora il caso della Polonia, in cui gli obiettivi della lotta comune contro il nazismo si saldavano con quelli della conservazione della propria identità nazionale, avendo subito l'invasione e la repressione congiunta di Tedeschi e Russi. Altrettanto avvenne negli Stati baltici, dove ad esempio i Sovietici uccisero e deportarono in Siberia centinaia di migliaia di persone.

Il caso dell'Urss e della Iugoslavia
D'altra parte, quando l'Unione Sovietica si trovò a sua volta a dover contrastare l'invasione tedesca, fu proprio la lotta partigiana a costituire un elemento di grande forza. La Resistenza sovietica fu l'unica che affiancò sin dall'inizio delle ostilità l'esercito nazionale, mai sconfitto dai nazisti. L'occupazione tedesca in Urss fu accompagnata infatti sin dal principio da un barbaro sfruttamento e da sistematiche violenze nei confronti della popolazione, con industrie smantellate e milioni di persone ridotte in schiavitù. Tutto ciò rese imponente la mobilitazione popolare, fondamentale sia nelle azioni di guerriglia svolte nelle campagne, sia nella difesa delle città, come ad esempio Stalingrado. Un movimento di resistenza altrettanto forte fu quello nato in Iugoslavia, dove fu guidato da un'unica forza politica, il Partito comunista di Tito. La lotta per la liberazione iugoslava fu particolarmente cruenta, anche perché i partigiani dovevano fronteggiare non solo i Tedeschi, ma anche i cetnici, sostenitori serbi del legittimo governo monarchico emigrato a Londra.

La rivolta del ghetto di Varsavia (19 aprile - 16 maggio 1943)
La risposta dei nazisti alle azioni dei partigiani era ovunque estremamente dura e consisteva essenzialmente in rappresaglie e rastrellamenti di civili: venivano prelevati ostaggi, distrutti interi paesi, ordinate esecuzioni in massa di innocenti. Uno degli episodi della Resistenza più dolorosamente famosi fu la rivolta del ghetto di Varsavia, dove i civili coinvolti erano per di più Ebrei e dove l'intensità della lotta partigiana e della rappresaglia tedesca raggiunse il suo culmine. Sin dal 1939 i nazisti avevano isolato all'interno dell'antico ghetto medievale i circa 400.000 Ebrei rastrellati nel Paese, dove subivano violenze di ogni genere. All'inizio del 1943, però i nazisti diedero l'ordine di radere al suolo il ghetto con un operazione speciale da concludersi in tre giorni. Inaspettatamente, i reparti speciali delle SS incaricati di eseguire l'ordine si trovarono la mattina del 19 aprile di fronte a una popolazione che, dopo aver trasformato fognature, scantinati e sotterranei in centri fortificati, aveva deciso di opporsi agli oppressori nazisti. Ebbe inizio così una disperata battaglia, che proseguì fino al 16 maggio per concludersi con la morte di oltre 7.000 Ebrei e con la deportazione di altri 50.000 nei campi di Sterminio di Treblinka e della regione di Lublino.

Stragi e violenze nell'Italia occupata dai nazisti
Anche in Italia la repressione nazifascista fu particolarmente feroce e aumentò considerevolmente mano a mano che gli Alleati avanzavano verso Nord. Fra i casi più tristemente noti la strage compiuta alle Fosse Ardeatine, presso Roma, il 24 Marzo 1944, nella quale 335 persone, detenuti politici ma anche semplici cittadini, furono uccise per rappresaglia in seguito alla morte di 32 militari tedeschi, avvenuta nel corso di un attentato partigiano nella stessa capitale. Un'altra strage di innocenti fu quella avvenuta a Marzabotto, un paese a 20 Km da Bologna i cui abitanti, secondo i fascisti, offrivano aiuto alla brigata partigiana Stella Rossa. Il 29 settembre 1944 una colonna di SS fece irruzione uccidendo barbaramente 1836 persone fra donne, vecchi e bambini.

L'eccidio delle foibe
Molti italiani residenti sul confine con la Iugoslavia dovettero subire la violenza dell'esercito comunista di Tito, che nel corso della guerra di liberazione aveva gradatamente occupato l'Istria, dove da tempo convivevano in pace la popolazione italiana e quella slava, e l'intera Venezia Giulia, in quanto considerata di tradizione slava. Tale rivendicazione, inizialmente favorita dallo stesso Partito comunista italiano, non venne accettata dagli altri partigiani del luogo, decisi a difendere i territori italiani dall'intento espansionistico di Tito. Furono poi gli Alleati a costringere le forze di occupazione iugoslave a ritirarsi dal Friuli Venezia Giulia, ma non dall'Istria, dove ebbe inizio una lunga serie di persecuzioni e azioni di pulizia etnica da parte iugoslava: vennero attuate vere e proprie esecuzioni di massa di cittadini, giovani, vecchi, donne, bambini scelti per il semplice fatto di essere italiani, gettati, vivi o morti che fossero, nelle più di 1500 cavità naturali scavate dalle acque nella roccia carsica della zona, comunemente dette foibe (dal latino fovea, fossa). E' stato calcolato che circa 15.000 persone persero così la vita.


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