Montale: Noi non sappiamo quale sortiremo


di Eugenio Montale

Anno:1925
Temi: la poesia come eco dell’eterna voce del mare – l’incerto trascorrere della vita – la tensione verso l’infinita percezione del mare.
Al centro di Ossi di seppia Montale ha voluto collocare le nove poesie di Mediterraneo; questa lirica è la sesta del gruppo. Mediterraneo costituisce <<la serie più riccamente orchestrata e sonora del libro, il momento in cui anche un poeta come Montale, dotato fin dai suoi inizi di una fortissima misura critica di controllo, si abbandona a una certa rigogliosa di vena>> (M.Forti). <<rigogliosità di vena>> significa abbondanza di immagini, sonorità più “liriche” e musicali, desiderio di comunicare un messaggio positivo. Un po’ in tutte le nove poesie della serie il poeta si rivolge al mar Mediterraneo: un interlocutore fraterno, un esempio positivo, un compagno e testimone della sua ricerca. Infatti il mare, nell’eterno suo movimento, nella furia o nella bonaccia, sa rimanere sempre uguale a se stesso e conservare la capacità di suggerire immagini di vita sempre nuove.

La Metrica: un’unica strofa di 28 versi tra loro assai diversi; vi sono numerose assonanze e rime interne.

Testo
Noi non sappiamo quale sortiremo
domani, oscuro o lieto;
forse il nostro cammino
a non tòcche radure ci addurrà
dove mormori eterna l’acqua di giovinezza;
o sarà forse un discendere
fino al vallo estremo,
nel buio, perso il ricordo del mattino.
Ancora terre straniere
forse ci accoglieranno; smarriremo
la memoria del sole, dalla mente
ci cadrà il tintinnare delle rime.
Oh la favola onde s’esprime
la nostra vita, repente
si cangerà nella cupa storia che non si racconta!
Pur di una cosa ci affidi,
padre, e questa è: che un poco del tuo dono
sia passato per sempre nelle sillabe
che rechiamo con noi, api ronzanti.
Lontani andremo e serberemo un’eco
della tua voce, come si ricorda
del sole l’erba grigia
nelle corti scurite, tra le case.
E un giorno queste parole senza rumore
che teco educammo nutrite
di stanchezze e di silenzi,
parranno a un fraterno cuore
sapide di sale greco.


Analisi e commento
La lirica si costruisce attorno a un’antitesi di fondo. Da una parte c’è il mare, la sua lezione di vita, fatta di purezza e stabilità: il mare è un modello perché sa esser vasto e diverso / e insieme fisso. Qui il mare è chiamato al v.17 padre: un vocativo di tono religioso, da preghiera laica.
Dall’altra parte c’è il senso altrettanto forte della precarietà, del fallimento, del discendere irreparabile della vita fino al buio, alla morte.
Ma pur accorgendosi della propria piccolezza, il poeta sogna di trascendersi in un infinita vastità, quella di cui il mare è il simbolo eloquente.

Il testo è scomponibile in due parti equivalenti.
La prima sequenza (vv.1-15) offre una riflessione esistenziale. Dopo il dilemma iniziale (Noi non sappiamo, v.1) il testo prospetta uno scenario da favola: non tocche radure… dove mormori eterna giovinezza (vv.4-5); luoghi intatti, simbolo di una vita che non tradisce gli entusiasmi giovanili. Tale speranza è però compromessa dalla paura di cadere al fondo (vallo estremo, v.7), nel buio, senza neppure il ricordo della luce e degli entusiasmi iniziali. Vecchiaia e morte si oppongono (è un immagine del male di vivere montaliano) al mattino della giovinezza. Alla fine la mente dovrà rinunciare alla poesia, al tintinnare delle rime. La poesia si muta nella cronaca di uno scacco, del fallimento esistenziale di chi aveva osato sperare. Il discendere del v.6 giunge all’approdo finale: il silenzio, la cupa storia che non si racconta (v.15).
Il poeta non rinuncia però alla sua missione. E’ il tema della seconda sequenza (vv.16-28). Come in certi periodi dell’anno nei cortili oggi scuri penetrò il sole, come l’erba grigia conserva il ricordo della luce, così egli mantiene la memoria della grandezza e della luminosità del mare. Montale definisce sé e i poeti simili a lui api ronzanti: non aquile o uccelli d’alto volo, ma umili insetti; non poeti-vati, ma artigiani delle rime e delle sillabe, poeti di parole senza rumore (v.24). Ma la loro parola silenziosa può essere sapida, per chi ne sa cogliere la portata. I silenzi possono contare più della poesia altisonante; il loro messaggio sarà modesto, non gridato, ma penetrante (sapido) e ben dosato, secondo i canoni della perfezione greca. Il tutto per i pochi (i cuori fraterni) che sanno cogliere la sofferenza e la ricerca di verità espressi dal poeta.


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