Calandrino e l'Elitropia - Trama e Analisi, Boccaccio


INTRODUZIONE:

La novella di Calandrino e l’elitropia, la cui narratrice è Elissa, viene scritta durante l’ottava giornata, nella quale, sotto il reggimento di Lauretta, si ragiona di quelle beffe che tutto il giorno o donna ad uomo, o uomo a donna, o l’uno uomo all’altro si fanno. In poche parole il tema della giornata, e della novella stessa, è la beffa.

PERSONAGGI:

  • Calandrino: è un pittore fiorentino realmente esistito, è presente in varie novelle del Decameron nelle quali viene descritto come un uomo semplice, sciocco, ingenuo, sprovveduto e credulone. E’ talmente sciocco da credersi furbo e per questo viene spesso deriso. Calandrino però non è semplicemente uno sciocco credulone, infatti in lui emergono anche dei lati violenti e maligni, come ad esempio la voglia di realizzarsi a discapito del prossimo, come vedremo più avanti. Calandrino trascorreva la maggior parte del suo tempo con altri due pittori fiorentini che si chiamavano:
  • Bruno e Buffalmacco: questi due peronaggi invece sono dei tipi allegri, amanti del divertimento e dello spasso ma allo stesso tempo molto astuti e intelligenti, che si divertivano spesso alle spalle di Calandrino proprio per la sua semplicità ed è proprio per questo che si divertivano a stare in sua compagnia.
  • Maso del Saggio: è un giovane astuto, intelligente e fortunato, che riusciva in tutto ciò che faceva ed aveva una nota passione per gli scherzi.
  • Monna Tessa: la moglie di Calandrino, una donna bella e intelligente, non sappiamo altro di lei e anche la sua comparsa all’interno della novella è abbastanza marginale.

La novella è suddivisa in tre sequenze principali evidenziando le tre scene principali che caratterizzano la novella.

Trama 1°:

Nella prima sequenza, vengono illustrati i preliminari della beffa, architettati da Maso del Saggio, un giovane astuto e fortunato che riusciva in tutto quello che faceva. Egli era noto soprattutto per la sua passione per gli scherzi, e, venendo a conoscenza dell’ingenuità del povero Calandrino, pensò di divertirsi alle sue spalle facendogli uno scherzo o facendogli credere qualcosa di assurdo. Trovandolo un giorno nella chiesa di San Giovanni, il battistero di Firenze, pensò che quello era il momento buono per mettere appunto il suo scherzo, e, messosi d’accordo con un suo amico, si avvicinò pian piano con lui a Calandrino facendo finta di niente e cominciò a parlare con il suo compare delle virtù, dei poteri magici, di alcune pietre preziose e ne parlava in maniera così precisa che sembrava fosse un esperto, un intenditore di pietre. Ecco che ci viene subito manifestata l’abilità di Maso del Saggio nel parlare, e sarà proprio grazie a questa sua abilità che riuscirà a prendersi gioco di Calandrino. Calandrino si mise ad ascoltare quei discorsi, e dopo un po’, vedendo che non parlavano in segreto, si unì a loro. Maso, che non attendeva altro, continuò a parlare tranquillo, e ben presto si sentì domandare da Calandrino dove si trovavano quelle pietre che possedevano tali virtù. Egli gli rispose che la maggior parte di esse si trovavano a Berlinzone, terra dei Baschi, in una contrada che si chiama Bengodi, nella quale narra che si legano le vigne con le salsicce e si aveva un’oca con un quattrino e un papero per giunta. V’è là una montagna tutta d formaggio parmigiano grattugiato, e sopra vi abitano genti che non fanno altro che preparare maccheroni e ravioli, cuocerli in brodo di capponi e gettarli giù: chi ne piglia più ne ha. Lì presso, poi, scorre un fiume di vernaccia, della migliore che mai si bevve, e senza un goccio d’acqua. Insomma Maso narra di un paese in cui regna l’abbondanza, questo paese ovviamente è un luogo di pura fantasia, è però un motivo molto importante perché ha delle radici profonde nelle credenze popolari del tempo, ricalca infatti il sogno del paese dell’abbondanza, dov’è possibile mangiare senza sosta, e questa era chiaramente la proiezione fantasticamente rovesciata del mondo di allora dove quotidianamente i ceti inferiori dovevano lottare con la fame. Questo tema inoltre l’avevamo già incontrato nei Promessi Sposi quando Renzo era entrato a Milano.
Durante tutto il dialogo tra Maso e Calandrino infatti Maso per trarre in inganno Calandrino usa spesso dei giochi di parole, frasi senza senso, frasi ambigue che sembrano vogliano affermare un concetto ma in realtà lo negano, ed è proprio con questi giochi di parole, degni di un intelletto sopraffino, che Maso si prende gioco di Calandrino che non riesce a comprendere ciò che veramente Maso gli sta dicendo.
A questo punto Calandrino vuole sapere se Maso ci fosse mai stato in questo luogo ed egli gli risponde che c’è stato una volta come mille. Egli inoltre quando Calandrino gli domanda quante miglia dista questo paese gli risponde che ne dista più di millanta. Queste risposte sono
Però il semplice e ingenuo Calandrino crede ciecamente a ciò che egli gli viene detto solamente perché vedeva che Maso gli proferiva quelle parole in modo serio e credibile senza mettersi a ridere. Ecco che ritorna l’aspetto della grande capacità oratoria di Maso che riesce a far credere a Calandrino le cose più surreali.
Calandrino però risponde che tale luogo era troppo lontano per le sue possibilità e allora chiede a Maso se si trovassero alcune pietre dotate di tali virtù anche in qualche zona locale più vicina. Maso ovviamente gli risponde di si e gli racconta in particolare di una pietra, chiamata elitropia, che rendeva invisibile chi la possedeva e inoltre racconta a Calandrino che questa pietra si trovava nei pressi del Mugnone, un fiume che scorre nelle vicinanze di Firenze. Nel descrivergli le sembianze della pietra però Maso anche qui è molto generico e ambiguo e sostiene che la pietra non aveva una grandezza specifica, non era né grande né piccola, l’unica indicazione che gli da è che il colore di questa pietra era quasi nero. Calandrino soggiogato dal dialogo con Maso prende persino appunti delle cose che egli gli aveva detto, come se gli avesse dato una descrizione dettagliata della pietra, cosa che non accade.

Tematiche 1°:

Da questa prima sequenza narrativa ci vengono subito date alcune informazioni sui principali personaggi della novella, viene infatti esplicitata l’ingenuità di Calandrino che crede a tutto ciò che gli viene detto.
Alla figura di Calandrino viene contrapposta quella di Maso del Saggio che come abbiamo visto è un giovane molto intelligente e abile nel parlare. L’abilità con cui Maso del Saggio si prende gioco di Calandrino attraverso le parole è analoga a quella di Frate Cipolla, che si prende gioco dei contadini di Certaldo, anche qui infatti la beffa consiste nel far credere ad una persona semplice le realtà più strampalate e inverosimili. Anche quindi Maso del Saggio, come Frate Cipolla, possiede la virtù dell’industria ovvero l’abilità di superare ostacoli e di sottrarsi a situazioni difficili grazie alla prontezza dell’ingegno e grazie alla capacità di dominare la realtà, di plasmarla a proprio favore con la parola. Ricompare quindi anche in questa novella il tema della parola illusionistica, che sa costruire una realtà parallela a quella effettuale e farla apparire più vera di questa.

Calandrino dunque, dopo il dialogo con Maso del Saggio, vuole subito mettersi alla ricerca di questa pietra magica ma decide di volerlo fare assieme ai suoi due “amici” Bruno e Buffalmacco. Decide dunque di andarli a cercare e quando li trova gli racconta ciò che gli era stato detto da Maso che egli ritiene “un uomo degno di fede” quando invece era solamente un imbroglione. Calandrino cerca di convincere i suoi due compari a mettersi alla ricerca della pietra illustrandogli il guadagno economico che avrebbero potuto ottenere con essa rubando delle monete senza che nessuno li potesse vedere. Calandrino viene quindi subito attratto dalla prospettiva di potersi arricchire tanto da arrivare a giudicare con disprezzo la sua professione di pittore. Emerge quindi uno dei motivi più criticati e disprezzati da Boccaccio, ovvero il tema della “ragion di mercatura”, l’attaccamento estremo al denaro come unico senso della vita dell’uomo.
A quelle parole Bruno e Buffalmacco, che avevano già intuito che il suo discorso era insensato, si guardarono e iniziarono a ridere ma fecero finta di meravigliarsi della storia di Calandrino e decisero di seguirlo nel suo intento di recuperare l’elitropia. Bruno però interviene dicendo che sarebbe meglio andare a cercare la pietra di mattina quando il sole non ha asciugato le pietre rendendo anche le pietre scure più chiare di quello che sono, ma in realtà è il contrario infatti la mattina le pietre sono bagnate e quindi appaiono nere anche quelle chiare, Bruno quindi inganna Calandrino rovesciando la logica delle cose perché vuole indurlo a caricarsi di una maggiore quantità di pietre. Inoltre crede sia meglio andarla a cercare durante un giorno festivo quando la gente non lavora perché altrimenti nei pressi del Mugnone ci sarebbe varia gente a lavorare che potrebbe vederli e capire quello che stanno facendo e magari mettersi loro stessi alla ricerca della pietra che potrebbe quindi capitare nelle mani altrui. In realtà anche questa è una scusa perché Bruno e Buffalmacco non vogliono gente nelle vicinanze altrimenti la beffa di far credere a Calandrino di essere diventato invisibile non potrebbe funzionare. Calandrino ovviamente viene soggiogato da Bruno e Buffalmacco e si accorda con loro di andare alla ricerca della pietra la domenica mattina.

Trama 2°:

Giunta la domenica mattina i tre si inviarono verso il Mugnone alla ricerca dell’elitropia. Calandrino era di certo il più entusiasta di quella ricerca e raccoglieva tutte le pietre nere che incontrava e, come previsto da Bruno e Buffalmacco, dopo poco tempo aveva già raccolto una grande quantità di pietre e aveva riempito sia la veste che il mantello. Essi vedendo che Calandrino era già carico e che l’ora di mangiare si stava avvicinando decisero di mettere in opera la beffa che avevano progettato e fecero finta di non vedere più Calandrino sebbene si trovasse li di fronte a loro. Iniziano quindi a dirsi tra di loro che erano stati ingannati da Calandrino che se n’era ormai già tornato a casa a mangiare e li aveva lasciati li a cercare come pazzi pietre nere. E’ proprio nell’apparente rovesciamento della situazione della beffa che si ha il momento più comico della novella, quando Buffalmacco dice la verità sull’inesistenza della pietra magica e finge di credere che sia stato Calandrino a prendersi gioco di lui e dell’amico, mentre Calandrino, che crede di aver trovato la pietra e di non essere visto, lo ascolta e si rafforza nella sua sciocca convinzione. Inoltre il rovesciamento della situazione è portato fino all’estremo quando Calandrino una volta ritornato a casa dovrà rassicurare gli amici di non averli burlati.
Calandrino dunque, credendo di aver trovato la pietra magica, decise di tornarsene a casa senza dire nulla ai suoi compagni, essi allora vedendolo allontanarsi decidono anch’essi di incamminarsi e nel mentre decidono di sfogare la propria rabbia tirandogli delle pietre addosso dicendo che quando l’avrebbero trovato gli avrebbero tirato le pietre addosso come lo facevano in quel momento, e così continuarono a lapidarlo fino alla porta a San Gallo dove i gabellieri, che si erano messi d’accordo con Bruno e Buffalmacco lo lasciarono passare senza dire nulla, ma non riuscirono a trattenere le risate. Calandrino così riuscì ad arrivare fino a casa sua e per fortuna non incontrò nessuna per la strada che lo salutò che altrimenti avrebbe rovinato la beffa.

Tematiche 2°:

Da questa seconda sequenza possiamo estrapolare un significato profondo, infatti nella beffa trionfa al massimo la virtù dell’industria, dell’intelligenza attiva, infatti la beffa può funzionare solamente grazie al calcolo accorto, alla sapiente preparazione pratica, all’abilità e prontezza nell’agire, alla capacità illusionistica della parola. In questa novella però l’intelligenza utilizzata per la beffa a Calandrino è diversa da quella usata per superare un ostacolo, fuggire da una difficoltà, ottenere un vantaggio, che sono i casi dell’industria sin qui incontrati. Nella beffa di Maso, Bruno e Buffalmacco si ha un esercizio dell’intelligenza fine a se stesso, situazione diversa invece è la beffa di Frate Cipolla ai danni dei contadini, che viene messa in opera per ottenere un vantaggio economico oltre che per sfuggire da una difficoltà.
Attraverso la beffa l’intelligenza crea una sorta di realtà parallela a quella effettuale, è una realtà prodotta interamente dall’uomo, che ne ha pieno dominio, e che può manipolare a proprio piacere. La beffa insomma diviene metafora della capacità dell’uomo di costruire e dominare il reale, attraverso l’intelligenza, la parola e l’azione.

Trama 3°:

Calandrino entrò dunque a casa sua dove lo stava aspettando sua moglie, monna Tessa, una donna bella e intelligente. Essa, abbastanza turbata, dal lungo ritardo del marito, appena lo vide entrare lo riproverò dicendogli “finalmente il diavolo ti riporta a casa! A quest’ora ormai hanno già tutti mangiato mentre tu eri ancora via!”. A quel punto Calandrino, sentendo quelle parole e capendo di essere visto, fu pieno di dolore e di rabbia e iniziò a gridare verso la moglie e le disse: “Oh maledetta donna tu mi hai rovinato, me la pagherai!” e, scaricate tutte le pietre che aveva con sé, rabbioso, corse verso la moglie la prese per le trecce e inizio a picchiarla violentemente. Buffalmacco e Bruno nel frattempo, dopo aver riso assieme ai guardiani della porta, si erano avviati lentamente verso la casa di Calandrino e, giunti davanti all’uscio della casa, assistettero al pestaggio della moglie di Calandrino e facendo finta di essere appena arrivati chiamarono Calandrino, che tutto rosso, sudato e affannato si affacciò alla finestra e gli disse di entrare. Essi mostrandosi alquanto indispettiti notarono che la sala era piena di pietre e che Tessa stava piangendo in un angolo della stanza tutta piena di lividi. Bruno e Buffalmacco allora chiesero a Calandrino cosa fossero queste novità ma egli, affaticato dal peso delle pietre che aveva trasportato e dalla rabbia con cui aveva picchiato sua moglie non riuscì a rispondere perché doveva prendere fiato. Buffalmacco allora vedendo che egli esitava iniziò a dirgli che non avrebbe dovuto prendersi gioco di loro lasciandoli da soli come due sciocchi a cercare una pietra che non esisteva. Ma Calandrino allora gli raccontò che le cose erano andate diversamente e che era riuscito a trovare la pietra infatti quando loro lo stavano cercando lui era li dinnanzi a loro ma loro non lo vedevano e, vedendo che loro se ne stavano andando, pensò di precederli. Calandrino era talmente convinto di questa versione dei fatti che per giustificarla disse che perfino i guardiani della porta, che di solito controllano tutti, non lo avevano visto, in realtà Calandrino non ha capito che tutto ciò che è successo era stato architettato da Bruno e Buffalmacco. Inoltre disse, una volta tornato a casa, gli si presentò davanti sua moglie, che ora definisce come una maledetta donna, e sostenne che l’abbia visto perché come si sa, le donne fanno perdere le virtù ad ogni cosa, e quindi lui che avrebbe potuto diventare l’uomo più fortunato di Firenze, ora era il più sfortunato. Bruno e Buffalmacco udirono il discorso di Calandrino e fecero finta di meravigliarsi della sua versione dei fatti ma in realtà riuscivano a stento a trattenere le risate. Calandrino allora ripreso dall’ira per la sorte che gli era toccata, voleva tornare a battere la disgraziata moglie, ma Bruno e Buffalmacco, vedendolo levarsi furioso, gli andarono incontro e lo trattennero dicendo che la donna non aveva alcuna colpa e che lui, piuttosto, sapendo che le donne fanno perdere le virtù alle cose, doveva dirle di non comparirgli davanti per quel giorno. E certo Dio aveva voluto così per punirlo che egli avesse cercato di ingannare i suoi compagni, celando loro di aver trovato la pietra. E dopo aver detto molte altre parole, riuscirono a fatica a riconciliarlo con la dolente moglie, dopo di che se ne andarono lasciandolo malinconico e con la casa piena di pietre.

Tematiche 3°:

Nella terza sequenza viene alla luce un nuovo aspetto di Calandrino. Non è solo lo sciocco credulone, facile preda dell’intelligenza dei beffatori: nell’accanimento con cui batte la moglie emerge un suo fondo violento e maligno. È un lato del suo carattere che si poteva già sospettare nella sua insofferenza per il lavoro e nel progetto di usare la pietra magica per derubare i cambiatori di moneta. Non solo, ma a ben vedere Calandrino è pronto a comportarsi in modo disonesto verso Bruno e Buffa1macco, quando, convinto di possedere la pietra, si guarda bene dal rivelarlo agli amici: evidentemente intenderebbe tenerla tutta per sé.
Nella violenza contro la moglie si manifesta poi il pregiudizio del tempo, la convinzione superstiziosa che le donne facciano perdere la virtù alle cose. E, se si tiene presente che il Decameron è un libro dedicato alle «carissime donne., che alle donne leva sovente le più alte lodi, esaltandone le qualità eroiche, questo comportamento di Calandrino si offre nella prospettiva di un'implicita quanto dura condanna. L'emergere di tutti questi lati negativi fa si che la figura di Calandrino assuma maggior spessore, e che egli si offra quale "antieroe" per eccellenza nel mondo decameroniano.

LA SATIRA DEL VILLANO:

La figura di Calandrino ricalca in parte la visione del contadino del tempo, egli infatti oltre ad essere uno sciocco che viene preso in giro dai più intelligenti, è vittima di alcune credenze superstiziose quali il paese di Bengodi e l’idea della donna come una creatura diabolica.
In quel tempo infatti, nella cultura della società comunale e mercantile, la figura del contadino era vista sotto una luce prevalentemente negativa: il “villano” (termine che stava ad indicare “l’abitante della villa” cioè della campagna) appariva come un essere rozzo, sciocco e ottuso, animato solo da voglie animalesche quali il cibo e il sesso, ed è, per questo, fatto oggetto di riso e di disprezzo. Le ragioni di questo atteggiamento nei confronti dei contadini vanno ricercate nella conformazione sociale della civiltà urbana. Nelle città infatti si erano sviluppare forme di vita civili e raffinate, unite ad una mentalità più aperta; le campagne erano rimaste invece in una condizione di maggior arretratezza materiale e intellettuale. Era naturale perciò che il cittadino guardasse con disprezzo il contadino, che continuava a vivere in condizioni bestiali, era vittima di credenze superstiziose ed ignorava ogni raffinatezza del vivere. Il cittadino, dall’alto della sua superiorità, faceva dell’abitante della campagna un oggetto di scherno e di divertimento.
Ma, sotto questo riso, si celavano tensioni più profonde. Il ceto dirigente delle città era subentrato in larga misura ai signori feudali nel possesso delle terre del contado; e il proprietario borghese, attento al guadagno, era ben più esoso nel controllare il lavoro dei contadini e nell’esigere il pagamento delle rendite. Il rapporto cittadino-contadino era dunque un rapporto sfruttatore-sfruttato. Il contadino, di conseguenza, nutriva odio e rancore per l’agiato borghese, che si appropriava dei frutti della sua fatica bestiale, lasciando a lui solo il minimo per sopravvivere, tra stenti, fame e malattie. Il cittadino, per parte sua, era ben conscio di questo odio, e ne aveva paura. Erano frequenti infatti, nel Medio Evo, le rivolte dei contadini (le cosiddette “jacqueries”), in cui i contadini sfogavano la propria rabbia repressa. Il riso divertito dei cittadini appare dunque come una forma di esorcizzazione della paura, suscitata dalla presenza minacciosa dei contadini. Il disprezzo, a sua volta, sfoga l’odio e l’aggressività dei proprietari verso quei minacciosi antagonisti.
Lo stesso discorso vale per il proletariato urbano: il lavorante a giornata o il piccolo artigiano della città trovavano risarcimento alla loro miseria e alla loro frustrazione sociale, scorgevano una forma di riscatto simbolico nello sfogare il loro disprezzo verso chi appariva ancora al di sotto di loro nella scala sociale. Ma anche qui vi erano al fondo conflitti materiali: i salariati temevano l’inurbamento dei contadini, e la concorrenza che ne derivava sul mercato del lavoro; il contadino affamato venuto in città si accontentava di un salario minore e poteva soppiantare il lavorante cittadino.

TEMA CENTRALE:

Il tema centrale della novella, come avevamo detto, è quello della beffa. La beffa, infatti, diviene metafora della capacità dell’uomo di costruire e dominare il reale, attraverso l’intelligenza, la parola e l’azione. Tutte queste sono alcune delle virtù descritte da Boccaccio per quel suo ideale umano. Quindi la beffa è anche per Boccaccio una punizione per i più stupidi.

GUARDA ANCHE: Versione più breve di Calandrino e L'Elitropia



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