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Riassunto: Fastidi Grassi


di Luigi Capuana
Riassunto: 

La novella ravvivata da battute satiriche, c'invita ad un amara riflessione: non c'è maggiore miseria della ricchezza! Sono parole severe e dense di significato, che sembrano concludere il discorso di un moralista; scaturiscono, invece, dalla realtà di una vicenda di vita, osservata senza preconcetto alcuno. Il protagonista del racconto, e le altre figure che in esso compaiono, appartengono ad un mondo reale che lo scritore vede attorno a sé e scruta con occhio acuto. E questo mondo egli lo raffigura così com'è, seguendo nella narrazione la tecnica del verismo.

Il Riassunto completo di Fastidi Grassi CLICCA QUI

Commento
Dop Pietro d'Accurso, il personaggio maggiore della novella, è l'egoista, l'uomo ricco e, a suo modo, onesto, perchè paga le tasse e non ha da dare niente a nessuno. Ma nella sua ricchezza e nella sua presunta onestà (lo chiami onesto chi va speculando, con le ipoteche, sulla disgrazia altrui?) è più infelice del suo servo che si contenta di un po' di pane e di cipolla e non ha preoccupazioni e tormenti. Un uomo siffatto riassume in sé tutti i difetti e le volgari brame di una società gretta che i veristi, e quelli siciliani in particolare, studiarono con molta attenzione e rappresentarono nelle loro opere. Questo don Pietro, anche se in un certo senso è una figura appena accennata, denunzia chiaramente la sua parentela, in arte, con due famosi personaggi verghiani: Mastro don Gesualdo, nel romanzo omonimo, e Mazzarò nella novella La roba; e lo possiamo paragonare, anche a papà Grandet di Balzac e a tutte le figure di <<avari>> di cui è ricca la letteratura di tutti i tempi.
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Trama: Fastidi Grassi


di Luigi Capuana
Trama:

Aveva passato tutta la vita a raccogliere e curare i suoi tesori.
Fin da piccolo aveva preferito ai giochi passare il suo tempo a collezionare le poche monete che il padre gli dava come paga settimanale.
Eh si', era una vera e propria collezione: non ne aveva speso nemmeno una! Ogni giorno il rito era lo stesso: toglieva le monetine dalla custodia di velluto, le lucidava, le rimirava, le contava e ricontava. Poi le rimetteva nella loro custodia e, senza farsi vedere, andava a nascondele in quell'angolo segreto del quale solo lui era a conoscenza, dietro l'armadio della sua stanza.
C'era infatti un vecchio mattone poco stabile che lui aveva abilmente spostato aiutandosi con un coltello e li' dietro metteva al sicuro tutte le sue ricchezze.
Crescendo questo suo culto per il denaro era diventato sempre piu' forte, con grande gioia del padre che alla sua morte aveva lasciato senza rimpianti nelle mani del figlio la ditta di famiglia e tutti i suoi possedimenti.
Accumulare denaro e potere erano diventate le sue uniche ragioni di vita. Bisognava dargliene comunque atto: ne aveva accumulate un bel po'.
Continuava a vivere nella vecchia casetta lasciatagli in eredita' dal padre, che ormai appariva grigia e stanca di essere sempre cosi' vuota.
Il muro dietro all'armadio conteneva ora una cassaforte, ma quello che era rimasto invariato era il rituale, che avveniva un po' meno spesso di prima perche' ora il lavoro era maggiore.
Una volta alla settimana tirava fuori dalla cassaforte tutti i suoi soldi, li lucidava, li rimirava, li contava e poi con inutili precauzioni, essendo ormai solo in casa, li andava a nasconedere dietro l'armadio.
Con il tempo si era perfino deciso a fare degli investimenti importanti comperando dei terreni e degli immobili. Non si fidava ad affidarne la gestione a degli estranei, quindi ogni giorno si occupava anche affinche' tutte le questioni inerenti ai suoi possedimenti fossero risolte con le minori spese per lui, ma sempre con il maggior guadagno.
La gente non l'aveva mai interessato, ora poi era fuori discussione concedere confidenze: ne' agli estranei, ne' tanto meno ai suoi parenti.
I suoi parenti erano tutti poveri, riuscivano a mala pena a pagare i loro conti, ma in ogni caso non avevano denaro a sufficienza per potersi considerare tranquilli.
Lui non voleva nemmeno sentirne parlare: ognuno aveva i propri problemi, i suoi poi erano immensi, non aveva certo tempo di badare anche a quelli degli altri. Lui le sue monetine le aveva tenute con affetto e precisione e ora ne stava godendo i frutti.
Quando comincio' a sentirsi troppo stanco per andare tutti i giorni in ufficio, trasferi' tutte le sue carte nella vecchia camera da letto dei suoi genitori che erano ormai passati a miglior vita da parecchi decenni.
Quando i suoi erano morti, diversi parenti erano venuti a trovarlo per dargli una mano e un po' di conforto, ma lui non aveva voluto nemmeno vederli, tanto era sicuro che questi fossero venuti per portargli via il suo denaro.
Ora nessuno cercava piu' di avvicinarlo e lui se ne beava, tranne la notte quando la solitudinve scendeva ad ammantarlo con la sua spessa coltre: allora avrebbe tanto desiderato che magari uno dei suoi paffutelli nipotini fosse li' a tenergli compagnia.
Poi pero' il sole tornava a splendere e le angosce della notte sparivano come per incanto.
Dal canto loro i vari parenti lo osservavano da lontano e cercavano di non incontrare quel vecchio scorbutico che non si degnava nemmeno di salutarli. Avevano cercato in tutti i modi di fargli capire che non era il denaro che volevano da lui, che se andavano a trovarlo era solo per sapare se stava bene oppure no, se aveva bisogno di qualcosa; ma forse lui preferiva la solitudine.
Fu con una punta di rincrescimento per non averlo mai veramente conosciuto, ma a dir la verita' non con troppo doloro, che i parenti lessero della sua morte sul giornale, quel mattino.
La cosa che lascio' tutti di stucco fu che malgrado la sua puntigliosita' non aveva lasciato nessun testamento. Alla casa furono messi i sigilli e le monete nascoste dietro all'armadio subirono i danni del tempo ricoprendosi di una patina verdastra all'interno delle loro custodie di velluto.
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