Il lampo - Pascoli: parafrasi, analisi, commento


Appunto di letteratura riguardante la poesia "Il lampo" di Giovanni Pascoli: testo, parafrasi, analisi del testo, figure retoriche e commento.

La poesia "Il lampo" è stata scritta da Giovanni Pascoli tra il 1891 e 1892 e fa parte della raccolta Myricae, nella sezione Tristezze.



Testo

E cielo e terra si mostrò qual era:

la terra ansante, livida, in sussulto;
il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì sparì d'un tratto;
come un occhio, che, largo, esterrefatto,
s'aprì si chiuse, nella notte nera.



Parafrasi

E cielo e terra si mostrarono com'erano:
la terra affannata, scura, in agitazione,
il cielo ingombro di nuvole, cupo, sconvolto:
nella silenziosa bufera una casa bianchissima
apparve improvvisamente e scomparve subito;
come un occhio che, dilatato, sbigottito,
si aprì e si chiuse nella notte buia.



Analisi del testo

Schema metrico: stanza di ballata piccola, composta di versi endecasillabi rimati secondo lo schema A BCBCCA. 

Il titolo "Il lampo" fa riferimento all'argomento su cui ruota tutto il componimento poetico.


Adesso andiamo ad analizzare il testo della poesia verso per verso:

E cielo e terra si mostrò qual era = Interessante è la scelta dei verbi al singolare "si mostrò" e "qual era". Il poeta utilizza i verbi al singolare anche se i soggetti a cui è riferito sono due, ovvero il cielo e la terra, perciò i predicati dovrebbero essere al plurale (si mostrarono quali erano). Il poeta usa il singolare non solo per ragioni metriche, ma anche, e soprattutto, perché cielo e terra, fusi idealmente, appaiono come una sola creatura illuminata dalla luce del lampo e in balia degli elementi che si stanno per scatenare. Scrivendo "qual era" vuole farci capire che nell'attimo di luce prodotto dal lampo vi è, per chi guarda, come una rivelazione dell'aspetto del cielo e della terra la cui visione era impedita dalla tenebra notturna infittita dal temporale.

La terra ansante, livida, in sussulto = la terra è livida perché viene vista sotto una luce violacea e sinistra ed è il colore cupo prima dell'arrivo del temporale; è ansante e in sussulto, cioè con respiro affannoso e in agitazione, perché è come un essere umano spaventato e smarrito che sta vivendo un incubo.

Il cielo ingombro, tragico, disfatto = il cielo spettrale e le nuvole scure ammucchiate in disordine offrono la visione apocalittica di un cielo che sta per sfasciarsi e cadere giù. 

Bianca bianca nel tacito tumulto = quando un aggettivo viene ripetuto due volte diventa un superlativo assoluto, quindi l'aggettivo "bianca" è diventato "bianchissima", ed è riferito alla casa (del verso successivo). Il tacito tumulto è il silenzio profondo che anticipa lo scatenarsi della bufera.

Una casa apparì sparì d'un tratto = infatti adesso nomina la casa a cui ha attribuito l'aggettivo bianchissima, per via della luce improvvisa del lampo che l'ha illuminata, ma il colore bianco è inteso anche come terrore e angoscia (es. bianco per lo spavento, è sbiancato per la paura). La casa che era sempre stata in quella posizione, è apparsa grazie alla luce del lampo ma è scomparsa nuovamente quando questa luce è andata via.

Come un occhio, che, largo, esterrefatto = questo bagliore improvviso lo paragona a quello di un occhio enorme e stupito.

S'aprì si chiuse, nella notte nera = un occhio che si apre e subito dopo si richiude nella buio della notte.




Figure retoriche

Terra ansante = personificazione (v. 2).

Ansante, livida in sussulto = climax ascendente (v. 2).

Ellissi = assenza del verbo essere (vv. 2-3).

Ingombro, tragico, disfatto, largo esterrefatto = climax ascendente (v. 3).

Cielo tragico = metafora (v. 3).

Bianca bianca, nel tacito tumulto/una casa apparì = anastrofe (vv. 4-5).

Tacito tumulto = ossimoro (v. 4).

Apparì sparì = paronomasia (v. 5).

Apparì sparì = antitesi (v. 5).

Come un occhio...s'apri si chiuse = similitudine e iperbato (vv. 6-7). 

Esterrefatto,/ s'apri = enjambement (vv. 6-7).

S'apri si chiuse = antitesi (v. 7).

Nella notte nera = allitterazione della N (v. 7).



Commento

Questa poesia è collegata ad altre poesie intitolate "Il tuono" e "Temporale", con cui ha molti elementi in comune come la struttura metrica e le sensazioni visive. Il poeta dimostra di essere capace di costruire in pochi versi uno scenario inquietante e drammatico. In questa lirica così suggestiva di immagini e di suoni i temi dominanti sono il terrore e l'ansia all'avvicinarsi del temporale preannunciato dal lampo. Il poeta, che è maestro nel ritrarre i fenomeni della natura con un linguaggio preciso e nuovo per far risaltare meglio le cose, ha saputo qui trasferire alla terra e al cielo quei sentimenti che sono propri dell'uomo. La conclusione ha un significato simbolico che stravolge la realtà: la casa illuminata dal lampo diventa un occhio che si apre d'improvviso nella notte e subito dopo si chiude per il terrore di quel cielo tempestoso. 
Può sembrare strana la similitudine tra una casa brevemente illuminata dal lampo e un occhio che, per un attimo, si apre nell'oscurità: l'unico elemento in comune è il fulmineo apparire-sparire di entrambi. L'occhio spaventato non è di un passante che ha appena avvertito il lampo, perché nel testo non si sta facendo riferimento a nessuna anima viva. Piuttosto, la fulminea apertura-chiusura di quell'occhio riassume la vicenda dell'esistenza umana, dalla luce della nascita alle tenebre della morte. Quando Pascoli ritrae la natura, quasi sempre ci offre la rappresentazione soggettiva dei suoi disagi interiori. L'apparire improvviso del fulmine di notte, perciò, non è raffigurato per quello che è, bensì per gli effetti che produce: effetti di sgomento, o meglio di incubo. Solo in sogno, infatti, si può pensare di vedere la terra ansante, livida, in sussulto; solo in questa circostanza un lampo può essere paragonato a un occhio. Pascoli dichiarò che questa poesia fa riferimento agli ultimi istanti di agonia del padre, al modo in cui il mondo apparve al suo sguardo (= occhio) poco prima della sua morte, avvenuta il 10 agosto 1867. Era questo l'incubo da cui il poeta non si liberò più. L'occhio spalancato della poesia riporta alla luce quanto giace nascosto nell'inconscio: la poesia pascoliana è la rivelazione di un oscuro e inquietante mistero, infatti il paesaggio descritto dal poeta è come una sorta di specchio deformante in cui le cose appaiono e scompaiono istantaneamente.


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