La pioggia nel pineto - D'Annunzio: parafrasi, analisi e commento


Appunto di letteratura riguardante la poesia "La pioggia nel pineto" di Gabriele D'Annunzio: testo, parafrasi, analisi, figure retoriche e commento.

La poesia "La pioggia nel pineto" è stata scritta da Gabriele d'Annunzio nel 1902 e fa parte del secondo gruppo di liriche di Alcyone. Questa lirica è una delle più famose di D'Annunzio.



Testo

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.

Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitio che dura
e varia nell'aria secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
né il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immensi
noi siam nello spirito
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.

Ascolta, ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta: ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.

Piove su le tue ciglia nere
sì che par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca
aulente,
il cuor nel petto è come pesca
intatta,
tra le palpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alveoli
son come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
( e il verde vigor rude
ci allaccia i melleoli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.



Parafrasi

Taci. All’ingresso
del bosco non sento
parole che puoi definire
umane. Ma sento
parole più straordinarie
che parlano le gocce di pioggia e le foglie
lontane (perché il suono proviene dal folto del bosco).
Ascolta. Piove
dalle nuvole disseminate nel cielo.
Piove sulle tamerici
che sanno di sale e sono bruciate dalla calura,
piove sui pini
scagliosi (perché i tronchi sono ruvidi e come coperti di scaglie) e
ispidi (per le foglie aguzze)
piove sui mirti
divini (perché sacri a Venere),
sulle ginestre che splendono
per i fiori raccolti in mazzi,
sui ginepri ricoperti
di gemme profumate,
piove sui nostri visi
che fanno parte della foresta,
piove sulle nostre mani
nude,
sui nostri abiti
leggeri (attraverso i quali filtra la pioggia),
sui freschi pensieri
che l’anima fa sbocciare
rinnovata,
sulla favola bella
che ieri
ti illuse, che oggi mi illude,
o Ermione.
Odi?
La pioggia che cade
sul fogliame della pineta deserta
producendo un crepitio che dura
e varia secondo quanto è folto il fogliame.
Ascolta. Alla pioggia risponde
il canto delle cicale
che non è fermato
né dalla pioggia né dal colore scuro del cielo.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancora, e le gocce di pioggia sono come miriadi di dita che fanno suonare diversamente queste piante.
Noi siamo nel più intimo della foresta, non più esseri umani ma vivi d’una vita vegetale;
E il tuo volto bagnato ed inebriato dalla gioia e le tue chiome profumano come le ginestre, o creatura originata dalla terra che hai nome Ermione.
Ascolta, ascolta. Il canto delle cicale che stanno nell’aria va diminuendo sotto la pioggia che aumenta. Ma in crescendo si mescola un canto più rauco, che sale dall’ombra scura dello stagno in lontananza. Solo una nota ancor trema, si spegne, risorge, trema, si spegne. Non arriva il suono delle onde sulla spiaggia. Non si sente sulle fronde degli alberi scrosciare la pioggia d’argento che purifica, lo scroscio che varia secondo i rami più folti, meno folti.
Ascolta.
La cicala è muta, ma la figlia del lontano fango, la rana, canta nell’ombra più profonda, chissà dove, chissà dove.
E piove sulle tue ciglia,
o Ermione.
Piove sulle tue ciglia nere
che sembra tu pianga ma di piacere;
non bianca ma quasi verde, sembri uscita dalla corteccia di un albero.
E tutta la vita è in noi fresca e odorosa,
il cuore nel petto è come una pesca non ancora toccata,
gli occhi tra le palpebre
sono come fonti d’acqua in mezzo all’erba;
i denti nelle gengive sembrano mandorle acerbe.
E andiamo di cespuglio in cespuglio, ora tenendoci per mano ora separati
(la ruvida e forte stretta delle erbe aggrovigliate ci blocca le ginocchia)
chissà dove, chissà dove!
Piove sui nostri volti
divenuti tutt’uno con il bosco,
piove sulle nostre mani nude,
sul nostro corpo,
sui nuovi pensieri sbocciati dall’anima rinnovata,
sull’illusoria favola dell’amore
che ieri
mi illuse, che oggi ti illude,
o Ermione.



Figure retoriche

Taci = apostrofe (v. 1).

Piove = anafora, apostrofe e iterazione (v.10, v.12, v. 14, v. 20, v. 22, v.97, v. 118).

Salmastre ed arse = allitterazione della S (v. 10).

Gocciole = onomatopea (v. 6).

Che parlano gocciole e foglie = personificazione (v. 6)

Ascolta = anafora (v.8, v.40, v.65, v.88)

Mirti / divini = enjambement (vv. 14-15).

Su i mirti divini... su le ginestre fulgenti... su i ginepri folti = accumulazione (vv. 14-18).

Freschi pensieri = sinestesia (v. 26).

Ermione = personificazione (v.32, v.63, v.94, v.126). Ermione ha un doppio significato, rappresenta sia la donna che ama, sia il concetto astratto di un amore dimenticato su cui fare ritorno.

Crepitio = onomatopea (v. 36).

Più rade, men rade = climax discendente (v. 39).

Ciel cinerino = allitterazione della C (v. 44).

Siam nello spirito silvestre = allitterazione della S (vv. 52-53).

D'arborea vita viventi e il tuo volto ebro= allitterazione di R e V (v. 54).

Come una foglia = similitudine (v. 58).

Come le chiare ginestre = similitudine (vv. 60-61).

Chiare ginestre, o creatura terrestre = allitterazione di R e T (vv. 61-62).

Ascolta, ascolta = anadiplosi (v. 65).

Umida ombra remota = allitterazione della M + sinestesia (v. 74).

S’allenta, si spegne = climax discendente (v. 76).

Trema, si spegne, risorge, trema, si spegne = asindeto (vv. 78-79).

Risorge, trema, si spegneclimax discendente (v. 79).

Si spegne = epifora (v.78, v.79).

Crosciare = onomatopea (v. 82).

Fronda = sineddoche (v. 81). La parte per il tutto, il ramoscello anziché l'albero.

Argentea pioggia = sinestesia (v. 83).

Croscio onomatopea (v. 85).

Crosciare, croscio = figura etimologica (v. 80, v.83).

Del limo lontana = allitterazione della L (v. 91).

Il cuor nel petto è come pèsca = similitudine (v. 104).

Son come mandorle acerbe = similitudine (v. 109).

Verde vigor rude = allitterazione di V e R (v. 112).

Chi sa dove, chi sa dove = anadiplosi (v.94, v.115).

E piove = anafora (v. 95, v.116).

Son come polle tra l'erbe = similitudine (vv. 107).

Che ieri m'illuse, che oggi t'illude, o Ermione = climax ascendente (vv. 126-127).




Commento

La pioggia nel pineto è una delle più belle e celebri liriche di D'Annunzio, che attraverso pochi elementi è riuscito a creare una narrazione lunga e dotata di impareggiabile potenza descrittiva. Qui la poesia diventa musica: non bisogna badare quindi al significato delle parole, ma alle immagini e ai suoni melodici. Un giorno d'estate il poeta si trova cola sua compagna, Ermione, sul limitare di una pineta deserta vicino al mare (litorale versiliese). D'un tratto vengono sorpresi da un temporale estivo. Comincia a piovere e le gocce, cadendo sui rami e sulle foglie, intonano una musicalità nuova e suggestiva, da ascoltare in silenzio (ecco perché il poeta dice taci, ascolta, odi alla donna amata). La pioggia aumenta di intensità e si assiste ad una meravigliosa sinfonia silvestre (cioè dei boschi) nell'aria densa di nuovi profumi, insieme con il canto delle cicale e il gracidare delle rane. I due amanti si inoltrano nel bosco e immersi in quella freschezza della pioggia che batte sulle piante, si sentono come trasformare in creature vegetali quasi fossero anch'essi piante di quella selva (illusione della metamorfosi, come in una fiaba).
In questa lirica domina l'elemento musicale sottolineato da pause di silenzio: le immagini visive, uditive, olfattive e tattili sfumano e si perdono in quelle sonore; e anche le persone (il poeta e la sua compagna) perdono il valore per diventare partecipi dell'immensa sinfonia della natura. Il poeta ascolta la voce della pioggia sugli alberi del bosco e la riproduce con ricchezza di immagini e varietà di suoni. Le parole stesse e il ritmo dei versi si dissolvono in note di canto. È in questa atmosfera di sogno e armonie, anche il poeta e la sua donna si sentono rivestire di una personalità nuova e diversa: immersi nel verde della pineta, inebriati di suoni e di profumi si fondono con la natura che li circonda fino a sentirsi parte integrante di essa. Proprio da questa poesia si evince una novità dello stile d'annunziano, il panismo, cioè la capacità del poeta di accostarsi alla natura non tanto per contemplare le bellezze, quanto per immergersi in essa e diventarne parte viva.
Da questo esile spunto narrativo di partenza D'Annunzio ha costruito il suo invito ad ascoltare, ad assaporare fino in fondo il grande canto della natura: una voce interpretata e immortalata dalla parola poetica, la favola bella che ieri m'illuse che oggi t'illude, o Ermione.


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