Paradiso Canto 15 - Figure retoriche


Tutte le figure retoriche presenti nel quindicesimo canto del Paradiso (Canto XV) della Divina Commedia di Dante Alighieri.

Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del quindicesimo canto del Paradiso. In questo canto fa la sua apparizione l'avo Cacciaguida che saluta Dante e si presenta a lui, gli parla dell'antica Firenze e della storia della sua vita, in particolare si sofferma sulla sua partecipazione alla seconda crociata. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 15 del Paradiso.



Le figure retoriche

Liqua (v. 1)latinismo. Dal verbo liquere, cioè "sciogliere".

La volontà di fare il bene, in cui si manifesta sempre l'amore ben diretto, così come la cupidigia si manifesta nella volontà malvagia = similitudine (vv. 1-3). Cioè: "La volontà di fare il bene, in cui si manifesta sempre l'amore ben diretto, così come la cupidigia si manifesta nella volontà malvagia".

Silenzio puose a quella dolce lira, e fece quietar le sante corde che la destra del cielo allenta e tira = metafora (vv. 4-6). Cioè: "fece stare in silenzio quella dolce lira e fece acquietare le sante corde che la mano di Dio allenta e tira".

Silenzio puose = anastrofe (v. 4). Cioè: "fece tacere".

La destra del cielo = perifrasi (v. 6). Per indicare la mano di Dio.

Tranquilli e puri = endiadi (v. 12). Cioè: "quieti e trasparenti".

Quale per li seren tranquilli e puri discorre ad ora ad or sùbito foco, movendo li occhi che stavan sicuri, e pare stella che tramuti loco, se non che da la parte ond’e’ s’accende nulla sen perde, ed esso dura poco: tale dal corno che ‘n destro si stende a piè di quella croce corse un astro de la costellazion che lì resplende = similitudine (vv. 13-20). Cioè: "Come nei cieli quieti e trasparenti all'improvviso passa una stella cadente, attirando lo sguardo che prima era fermo, e sembra una stella che cambi posizione, salvo che nel punto in cui essa si accende non sparisce nessun astro e il fenomeno è di breve durata: così, dal braccio destro della croce fino alla parte inferiore, si mosse una delle luci che costellavano quella figura".

S’accende ... perde = assonanza (vv. 17-18).

Né si partì la gemma dal suo nastro, ma per la lista radial trascorse, che parve foco dietro ad alabastro = similitudine (vv. 22-24). Cioè: "e l'anima preziosa non si separò dal suo nastro, ma percorse il braccio della croce simile a un fuoco dietro una lastra di alabastro".

Sì pia l’ombra d’Anchise si porse, se fede merta nostra maggior musa, quando in Eliso del figlio s’accorse = similitudine (v. 25, v.27). Cioè: "Così devota l'anima di Anchise si mostrò quando vide il figlio Enea nei Campi Elisi".

Nostra maggior musa = perifrasi (v. 26). Per indicare Virgilio, autore dell'Eneide.

Rivolsi ... il viso = iperbato (v. 32). Cioè: "rivolsi lo sguardo".

A la mia donna = perifrasi (v. 32). Per indicare Beatrice.

Stupefatto fui = anastrofe (v. 33). Cioè: "rimasi meravigliato".

De la mia gloria e del mio paradiso = endiadi (v. 36). Cioè: "della beatitudine e della felicità".

Trino e uno = perifrasi (v. 47). Per indicare Dio.

Nel mio seme = metafora (v. 48). Cioè: "alla mia discendenza".

Magno volume = perifrasi (v. 50). Per indicare la mente divina.

Mercè di colei ch’a l’alto volo ti vestì le piume = perifrasi (vv. 53-54). Per indicare Beatrice.

Da quel ch’è primo = perifrasi (v. 56). Per indicare Dio.

Tu credi che a me tuo pensier mei da quel ch’è primo, così come raia da l’un, se si conosce, il cinque e ‘l sei = similitudine (vv. 55-57). Cioè: "Tu credi che il tuo pensiero venga a me da Dio, così come dall'uno, se lo si conosce, derivano gli altri numeri (il cinque e il sei)".

Di questa vita = perifrasi (v. 62). Per indicare il Paradiso.

Ne lo speglio = perifrasi (v. 62). Per indicare Dio.

Pandi = latinismo (v. 63). Dal verbo latino pandere, cioè "spiegare".

La voce tua = anastrofe (v. 67). Cioè: "la tua voce".

Balda e lieta = endiadi (v. 67). Cioè: "ferma e gioiosa".

Fece crescer l’ali al voler mio = metafora (v. 72). Cioè: "fece crescere le ali al mio desiderio", ovvero ne aumentò l'intensità del desiderio.

Voler mio = anastrofe (v. 72). Cioè: "mio volere", inteso come "mio desiderio".

Sol = perifrasi (v. 76). Per indicare Dio.

V’allumò e arse = endiadi (v. 76). Cioè: "vi illuminò e vi scaldò".

Questa / disagguaglianza = enjambement (vv. 82-83).

Gioia preziosa = perifrasi (v. 86). S'intende la Croce del cielo di Marte.

Che questa gioia preziosa ingemmi = metafora (v. 86). Viene usata la metafora delle pietre preziose per indicare i beati e gli astri celesti.

O fronda mia in che io compiacemmi pur aspettando, io fui la tua radice = metafora (vv. 88-90). Si usano termini legati all'albero per indicare un certo legame fra i due personaggi. Con il termine "fronda" (ramoscello di foglie) s'intende che Dante è un suo discendente, con il termine "radice" s'intende che lui fu il capostipite o progenitore della famiglia di Dante.

Quel da cui si dice tua cognazione e che cent’anni e piùe girato ha ‘l monte in la prima cornice = perifrasi (v. 91-93). Per indicare Alighiero I, che si trova nella prima cornice del Purgatorio.

Mio figlio fu = anastrofe (v. 94). Cioè: "fu mio figlio".

L’opere tue = anastrofe (v. 96). Cioè: "le tue preghiere o le tue buone azioni".

Sobria e pudica = endiadi (v. 99). Cioè: "tranquilla e rispettosa dei limiti".

Non = anafora (v. 100, v. 103, v. 106, v. 109).

Non avea catenella, non corona, non gonne contigiate, non cintura = accumulazione (vv. 100-101). Cioè: "le donne ancora non esibivano catenelle, corone, gonne ricamate, cinture".

A veder più = anastrofe (v. 102). Cioè: "più appariscenti".

Sardanapalo = metonimia, il concreto per l'astratto (v. 107). Cioè: "il re assiro Assurbanipal (VII sec. a.C.) viene usato per indicare la lussuria fatta a persona".

Montemalo e Uccellatoio = sineddoche (vv. 109-110). Cioè: "sono due luoghi che si trovano, rispettivamente, all'ingresso nord di Roma e di Firenze. Per sineddoche stanno qui a significare le due città".

Cinto / di cuoio e d’osso = enjambement (vv. 112-113).

E le sue donne = antonomasia (v. 117). Non vengono nominate col nome proprio.

Oh fortunate! = esclamazione (v. 118). 

A studio = latinismo (v. 121). Latinismo dalla parola studium, cura.

Una Cianghella, un Lapo Salterello, qual or saria Cincinnato e Corniglia = metonimia (vv. 128-129). La coppia formata da Cianghella e Lapo Salterello viene contrapposta a quella formata da Cincinnato e Cornelia: i quattro soggetti citati diventano per metonimia simboli di dissoluzione morale, i primi due, e di buoni costumi i secondi.

A così = accumulazione (vv. 130-132).

Ne l’antico vostro Batisteo = anastrofe (v. 134). Cioè: "nel vostro antico Battistero".

Fui cristiano = metonimia, l'effetto per la causa (v. 135). Dice "divenni cristiano", effetto, anziché "fui battezzato", causa.

Fu mio frate = sineddoche, il singolare per il plurale (v. 136). Cioè: "i miei fratelli furono Moronto ed Eliseo".

Di quella legge = perifrasi (v. 143). Per indicare la religione Islam.

D’i pastor = perifrasi (v. 144). Per intendere i pontefici.


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