Inferno Canto 29 - Figure retoriche


Tutte le figure retoriche presenti nel ventinovesimo canto dell'Inferno (Canto XXIX) della Divina Commedia di Dante Alighieri.

Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del ventinovesimo canto dell'Inferno. In questo canto sono puniti i seminatori di discordie (cioè coloro che hanno creato ad arte lacerazioni in campo politico, religioso, sociale). Qui incontrano geri del Bello; poi attraversando la X Bolgia incontrano i falsari, tra questii gli alchimisti Griffolino d'Arezzo e Capocchio. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 29 dell'Inferno.



Le figure retoriche

Miglia ventidue = anastrofe (v. 9). Cioè: "ventidue miglia".

E già la luna = anastrofe (v. 10). Cioè: "E la luna è ormai".

La luna è sotto i nostri piedi = metafora (v. 10). Cioè: "agli antipodi, quindi dev'essere circa un'ora dopo lo zenit perché la luna ritarda ogni giorno di circa 50 minuti sul sole, quindi sono le una del pomeriggio".

Retro li andava = anastrofe (v. 16). Cioè: "gli andavo dietro".

Parte sen giva, e io retro li andava, lo duca = iperbato (vv. 16-17). Cioè: "Intanto la mia guida (lo duca) se ne andava e io lo seguivo".

Mostrarti, e minacciar forte, col dito = iperbato (v. 26). Cioè: "indicarti col dito e minacciarti con violenza".

Che non li è vendicata ancor = anastrofe (v. 32). Cioè: "che non è ancora stata vendicata".

Chiostra / di Malebolge = enjambement (v. 40-41).

Lamenti saettaron me diversi = iperbato (v. 43). Cioè: "strani lamenti mi colpirono".

Qual dolor fora, se de li spedali, di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre e di Maremma e di Sardigna i mali fossero in una fossa tutti ’nsembre, tal era quivi, e tal puzzo n’usciva qual suol venir de le marcite membre = similitudine (vv. 46-51). Cioè: "Se dagli ospedali della Valdichiana, di Maremma e di Sardegna tra luglio e settembre si riunissero tutti i malati in un sol luogo ristretto, si vedrebbe una sofferenza simile a quella che c'era nella Bolgia e il puzzo che ne usciva era simile a quello delle membra in putrefazione".

De l’alto Sire infallibil giustizia = anastrofe (v. 56). Cioè: "infallibile ministra del sommo Re".

Non credo ch’a veder maggior tristizia fosse in Egina il popol tutto infermo = similitudine (vv. 58-59). Cioè: "non credo che la visione di tutto il popolo ammalato fosse più triste di quella dell'oscura fossa".

E non vidi già mai menare stregghia a ragazzo aspettato dal segnorso, né a colui che mal volontier vegghia, come ciascun menava spesso il morso de l’unghie sopra sé per la gran rabbia del pizzicor, che non ha più soccorso = similitudine (vv. 76-81). Cioè: "e non vidi mai un garzone atteso dal suo padrone, o uno stalliere che veglia controvoglia, usare la striglia come ognuno di loro usava le unghie su di sé per la smania del pizzicore".

E sì traevan giù l’unghie la scabbia, come coltel di scardova le scaglie = similitudine (vv. 82-83). Cioè: "e si toglievano la scabbia penetrando in profondità con le unghie come un coltello toglie le squame della scardova".

Che più larghe l’abbia = anastrofe (v. 84). Cioè: "che le abbia ancor più larghe".

E che fai d’esse talvolta tanaglie = metafora (v. 87). Riferito alle unghie usate per tagliare come fossero tenaglie.

Umane menti = anastrofe (v. 104). Cioè: "menti umane".

Sconcia e fastidiosa = endiadi (v. 107).

Senno poco = anastrofe (v. 114). Cioè: "poco senno".

A cui fallar non lece = anastrofe (v. 120). Cioè: "a cui non è lecito sbagliare".

Al detto mio = anastrofe (v. 125). Cioè: "alle mie parole".

Temperate spese = anastrofe (v. 126). Cioè: "spese moderate".

Aguzza ver me l’occhio = sineddoche (v. 134). Singolare per il plurale. Cioè: "aguzza verso di me gli occhi".


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