Inferno Canto 29 - Parafrasi


Appunto di italiano riguardante la parafrasi del canto ventinovesimo (canto XXIX) dell'Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri.

Prima di lasciare la nona bolgia Dante cerca con gli occhi in essa un suo congiunto, Geri del Bello, seminatore di discordia, la cui morte violenta è rimasta invendicata, ma Virgilio gli ricorda che l’ombra di questo suo parente è passata sotto il ponte, mostrando sdegno e minacciandolo col dito, quando egli era tutto intento ad osservare Bertran de Born. Ripreso il cammino, i due pellegrini giungono sopra l’ultima bolgia dell’ottavo cerchio, nella quale si trovano i falsatori, divisi in quattro categorie: falsatori di metalli con alchimia, falsatori di persone, falsatori di monete, falsatori di parole. Con il corpo deformato da orribili morbi giacciono a mucchi o si trascinano carponi gli alchimisti. Due di questi dannati attirano l’attenzione di Dante: stanno seduti, appoggiandosi l’uno alla schiena dell’altro, e cercano, con furiosa impazienza, di liberarsi delle croste che li ricoprono interamente. Furono arsi sul rogo dai Senesi, il primo, Griffolino d’Arezzo, per non avere mantenuto fede alla promessa di far alzare in volo, novello Dedalo, uno sciocco; il secondo, Capocchio, per aver falsificato i metalli, da quell'eccellente imitatore della natura che fu in vita.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 29 dell'Inferno. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

Il gran numero di peccatori e gli orribili (diverse) supplizi
avevano resi quasi ebbri (inebrïate) i miei occhi (luci),
a tal punto che erano desiderosi di piangere.
Ma Virgilio mi disse: «Che cosa fissi insistentemente (pur)?
perché il tuo sguardo si sofferma (soffolge) ancora (pur)
laggiù in basso tra le anime mutilate?
Tu non hai fatto così nelle altre bolge;
se hai intenzione di contarle tutte (annoverar), pensa
che la bolgia si estende su un cerchio di ventidue miglia.
La luna è ormai (già) sotto i nostri piedi,
il tempo che ci è concesso è davvero poco,
e c’è ben altro da vedere che non quello che tu ora stai guardando».
Poi risposi io: «Se tu avessi considerato (atteso)
il motivo per cui io guardavo,
forse mi avresti concesso (dimesso) di soffermarmi».
Nel frattempo (Parte) la guida si incamminava,
e io lo seguivo, già rispondendogli,
e soggiungevo: «Dentro quella fossa (cava)
dove io adesso tenevo gli occhi fissi (a posta),
credo che un’anima della mia famiglia (sangue) espii (pianga)
la colpa che in quel luogo causa tanto dolore».
Allora disse il maestro: «Da questo momento
il tuo pensiero non si soffermi (franga) sopra di lui.
Pensa (Attendi) ad altro, ed egli se ne rimanga là;
io infatti lo vidi ai piedi del ponticello
indicarti a dito e minacciarti con violenza,
e sentii che veniva chiamato Geri del Bello.
Tu eri in quel momento completamente assorto
su quel dannato che fu signore di Altaforte,
per cui non volgesti gli occhi là, fino a quando se ne fu partito».
«O mia guida, è stata la sua morte violenta
che non ha ancora trovato vendetta», dissi io,
«da parte (per) di qualche parente che sia partecipe dell’offesa,
a renderlo sdegnato; per questo egli andò
senza parlarmi, almeno così io credo:
e proprio per questo egli mi ha reso più pietoso (pio) verso di lui».
Così discorremmo fino al bordo (loco primo) del ponte (scoglio)
dal quale si scorgerebbe la bolgia successiva (altra)
fino al fondo (imo), se ci fosse più luce.
Quando giungemmo sull’ultima bolgia (chiostra)
di Malebolge, così che i suoi dannati (conversi)
potevano essere veduti da noi,
mi colpirono (saettaron) strani (diversi) lamenti,
che penetravano come punte di ferro per il loro tono pietoso;
per cui io mi chiusi le orecchie con le mani.
Quali sarebbero (fora) le grida di dolore se, dagli ospedali
di Valdichiana, della Maremma o della Sardegna,
nei mesi di luglio e settembre, i malati (mali)
fossero riuniti tutti insieme in un sol luogo ristretto (fossa),
così era qui, e vi esalava il medesimo puzzo
che si leva dalle membra incancrenite.
Noi discendemmo sull’estremo argine
del lungo ponte, ancora (pur) da sinistra,
e allora il mio vedere giù verso il fondo
fu più nitido, laddove la giustizia,
infallibile ministro del sommo Re,
punisce i falsari che qui (sulla terra) essa segna sul suo libro (registra).
Non credo che fosse una tristezza maggiore
vedere nell’isola di Egina tutto il popolo infermo
quando l’aria fu così colpita dalla pestilenza (malizia),
che gli animali, anche il più piccolo essere vivente (vermo),
morirono tutti, e in seguito le popolazioni originarie,
secondo quanto i poeti tramandano come certo,
rinacquero (si ristorar) dalla stirpe (seme) delle formiche;
quanto era triste osservare in quella bolgia oscura
languire quelle anime in diversi gruppi (biche).
Chi giaceva sul ventre e chi si addossava alle spalle
di un altro, e chi si trascinava (trasmutava) carponi
per il doloroso sentiero.
Noi procedevamo lentamente (Passo passo) senza parole,
guardando e ascoltando i dannati colpiti da malattie,
i quali non potevano sollevare il corpo.
Ne vidi due seduti che s’appoggiavano l’uno all’altro,
come si accosta teglia con teglia per farle scaldare,
infettati di croste (schianze) da capo a piedi;
e non vidi mai un garzone lavorar di striglia (stregghia)
quando è atteso dal suo padrone (segnorso),
né colui che sta sveglio controvoglia,
come ciascuno di costoro spesso dava forti colpi (morso)
con le unghie su di sé per la gran smania del prurito,
al quale non c’è altro rimedio;
e le unghie penetravano (traevan) tanto in profondo (giù) nelle piaghe della scabbia,
quanto il coltello nelle squame della scardova
o di altro pesce che le abbia ancor più larghe.
«O tu che ti laceri (dismaglie) con le dita»,
disse la mia guida a uno di costoro,
«e che talvolta le trasformi in tenaglie,
dicci se tra costoro che sono qui dentro
c’è qualche italiano (Latino), e possa (se) in eterno
la tua unghia bastarti per questo lavoro».
«Siamo italiani noi due che tu puoi vedere
entrambi così deturpati», rispose uno piangendo;
«ma chi sei tu che chiedesti notizie di noi?».
E la guida rispose: «Io discendo
con questo vivo giù di cerchio in cerchio,
e mi propongo (intendo) di mostrargli l’Inferno».
Allora si ruppe il reciproco (comun) sostegno (rincalzo);
e ognuno si volse tremando a me
con gli altri che ascoltarono indirettamente (di rimbalzo).
Il valente maestro si accostò tutto verso di me,
dicendo: «Di’ loro ciò che tu vuoi»;
e io incominciai, dopo che egli volle (volse):
«Possa (Se) il ricordo di voi non dileguarsi (s’imboli) nella mente
degli uomini nel mondo della prima vita (primo),
ma possa vivere ancora per molti anni (soli),
ditemi chi siete e di qual città (genti);
non vi trattenga dal mostrarvi a me
la vostra sconcia e fastidiosa pena».
Uno rispose: «Io fui (originario) di Arezzo,
e Albero da Siena mi fece mettere al rogo (foco);
ma non mi conduce in questa bolgia l’accusa di eresia per la quale io morii.
È ben vero che io gli dissi, ma parlando per scherzo:
‘Io sarei in grado di sollevarmi in volo per l’aria’;
e quello, che aveva curiosità ma poco senno,
volle che io gli insegnassi la tecnica; e solo
perché io non riuscii a trasformarlo in Dedalo, mi fece
ardere da un tale (il vescovo di Siena) che lo considerava come un figlio.
Ma Minosse, a cui non è lecito (lece) errare,
mi condannò nell’ultima delle dieci bolge a causa
dell’alchimia che praticai (usai) nel mondo».
E io dissi al poeta: «Esistette forse mai gente
talmente fatua (vana) come quella senese?
Di certo non così tanto quella francese!».
Allora l’altro lebbroso, che mi capì,
rispose alle mie parole: «Escludi (Tra’mene) Stricca (dei Salimbeni)
che seppe fare spese moderate,
e Niccolò che per primo scoprì l’usanza dispendiosa (ricca)
dei chiodi di garofano nell’orto
dove questo seme attecchisce (s’appicca);
ed escludi (tra’ne) la brigata in cui Caccia d’Asciano
dilapidò la vigna e gli ampi possedimenti (fonda),
e l’Abbagliato diede ampia prova (proferse) del suo senno.
Ma perché tu sappia chi è colui che ti asseconda
in tal modo contro i Senesi, aguzza l’occhio verso di me,
in modo che il mio volto possa ben risponderti:
così vedrai che io sono l’anima (l’ombra) di Capocchio,
che per mezzo dell’alchimia falsai i metalli;
e ti devi ricordare, se ti ho ben riconosciuto,
come io fui valente imitatore (buona scimia) delle cose della natura».


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