Inferno Canto 24 - Parafrasi


Appunto di italiano riguardante la parafrasi del canto ventiquattresimo (canto XXIV) dell'Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri.

Dante e Virgilio giungono alla rovina del ponte crollato, tanto erta da essere impraticabile al vivo; dopo l’iniziale turbamento della guida e di riflesso anche dell’allievo per la difficoltà della risalita, Virgilio esorta Dante e lo aiuta nell’impresa che infine, dopo molta fatica e qualche rischio, li conduce sull’argine della settima bolgia. Dal nuovo fossato si leva una voce incomprensibile: dato che l’oscurità non permette di vedere dal ponte quello che succede sul fondo, i due scendono nella bolgia. Il luogo è infestato da ogni tipo di serpenti, con i quali sono legate dietro la schiena le mani dei peccatori, i ladri. Uno di questi, trafitto fra il collo e le spalle da una serpe, viene incenerito all’istante, ma, subito dopo, riprende sembianze umane risorgendo dalle sue ceneri come l’araba fenice. A compiere la metamorfosi è il pistoiese Vanni Fucci, ladro sacrilego, che, per vendicarsi della curiosità di Dante, gli profetizza l’ascesa dei guelfi neri a Firenze e la rovinosa sconfitta della parte bianca a Pistoia.

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 24 dell'Inferno. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

In quel periodo dell’anno da poco iniziato
quando il sole rinvigorisce i raggi perché è nella costellazione dell’Acquario
e le notti ormai cominciano a essere metà del giorno,
quando la brina sulla campagna riproduce (assempra)
lo spettacolo della sua bianca sorella (neve),
ma la tempera della sua penna dura poco,
il giovane contadino a cui scarseggia il cibo (roba),
si alza, e osserva, e vede la campagna
biancheggiare tutta; per cui egli si percuote il fianco,
ritorna in casa e va qua e là lagnandosi,
come il miserello che non sa come si debba fare;
poi ritorna fuori (riede) e riacquista (ringavagna) speranza,
quando vede che la terra (mondo) ha cambiato aspetto (faccia)
in poco tempo, e prende il bastone (vincastro) e
spinge fuori le pecorelle al pascolo.
Nello stesso modo mi fece sbigottire il maestro
quando gli vidi il forte turbamento sulla fronte,
ma altrettanto veloce giunse il rimedio (’mpiastro) per lo sconforto;
poiché, appena noi giungemmo al ponte rotto,
la guida si rivolse a me con quell’espressione (piglio)
dolce che io vidi per la prima volta ai piedi del colle.
Aprì le braccia, dopo avere preso tra sé la decisione (consiglio)
osservando prima bene le rovine del ponte (ruina),
e mi afferrò (per aiutarmi a salire) (diedemi di piglio).
E come colui che agisce ma riflette (estima),
in modo da mostrare di provvedere (proveggia) sempre in anticipo (’nnanzi),
così, mentre mi spingeva verso la cima
d’una sporgenza in pietra (ronchione), osservava un’altra roccia (scheggia)
dicendo: «Aggrappati poi su quella;
ma prima prova (tenta) se è abbastanza salda da sorreggerti».
Non era quella una strada per chi porta lunghe vesti,
poiché noi a stento, Virgilio leggero e io sospinto,
potevamo risalire di masso in masso (di chiappa in chiappa).
E se non fosse che da quella parte dell’argine (precinto)
il pendio era più corto rispetto all’altro,
non so Virgilio, ma io certo sarei stato sconfitto.
Ma poiché le Malebolge verso l’apertura (porta)
del pozzo più basso digradano costantemente (tutta),
la struttura (sito) di ogni bolgia fa in modo
che una parete sia più alta (surge) e l’altra più bassa (scende);
anche noi alla fine giungemmo sulla sommità (punta)
da cui (onde) sporge l’ultimo masso.
Quando fui in vetta, la resistenza (lena) del fiato
mi era così esaurita (munta) che non potevo andare oltre,
anzi mi sedetti appena fui giunto (prima giunta).
«Ormai è necessario che ti scuota di dosso la pigrizia (spoltre, spoltrisca)»,
disse il maestro; «poiché, sedendo sulle piume,
non si giunge alla fama, e neppure stando sotto le coperte;
chi passa la sua vita senza questa,
lascia un ricordo (vestigio) di sé sulla terra,
quale il fumo nell’aria o la schiuma nell’acqua.
E perciò alzati; supera la difficoltà di respiro (ambascia)
con quel vigore che vince ogni battaglia,
se non s’accascia con il suo pesante corpo.
È necessario salire una scala ben più lunga;
non è certo sufficiente essersi allontanati da costoro.
Se tu m’intendi, fa’ in modo che ti serva».
Allora mi alzai, ostentando una forza
superiore a quella che mi sentissi,
e dissi: «Va’ pure, che io sono forte e ardito».
Prendemmo la strada verso il ponte (scoglio)
che era roccioso (ronchioso), angusto e malagevole,
ed erto più ancora di quello precedente.
Mentre parlavo, continuavo a camminare per non apparire fiacco (fievole);
per cui una voce si levò dall’altra bolgia,
incapace (disconvenevole) di formar parole.
Non so cosa dicesse, benché mi trovassi
sulla sommità del ponte che qui scavalca;
ma colui che parlava sembrava muoversi camminando (mosso ad ire).
Io tenevo gli occhi rivolti in basso ma,
benché aguzzati non potevano giungere al fondo a causa delle tenebre;
per cui: «Maestro, vedi di arrivare
all’altro argine (cinghio) e discendiamo il dosso del ponticello,
poiché, come da qui sento ma non intendo il significato,
così guardo in basso ma non distinguo nulla».
Disse: «Non ti do altra risposta se non l’azione (lo far);
poiché una richiesta legittima (onesta)
deve essere seguita dall’opera e non dalle parole (tacendo)».
Noi discendemmo il ponte dalla sommità (testa)
dove si congiunge con l’ottavo argine (ripa),
e allora mi apparve il fondo della bolgia;
e dentro vidi un pauroso groviglio (stipa)
di serpenti, e di qualità tanto diverse
che il ricordo ancora mi raggela (mi scipa) il sangue.
Non deve più vantarsi la Libia con il suo deserto,
poiché se è ricca (produce) di chelidri, iaculi e faree,
e cencri e anfisbene,
non ha mai mostrato insieme a tutta l’Etiopia
e a quella regione a nord (di sopra) del Mar Rosso
tante specie velenose (pestilenzie) e nocive (ree).
In mezzo a questo ammasso (copia) crudele e malvagio
correvano anime nude e atterrite,
senza speranza di un rifugio o di un efficace rimedio (che li rendesse invisibili) (elitropia);
avevano le mani legate dietro con serpenti;
e questi ficcavano la testa e la coda lungo le reni,
e formavano un groppo davanti.
Ed ecco contro un dannato che si trovava dalla nostra parte (proda),
s’avventò un serpente che lo trafisse nel punto
in cui il collo si congiunge con le spalle.
Non fu mai scritta una O oppure una I così rapidamente,
come costui si accese e bruciò, e fu necessario
che cascando si riducesse tutto quanto in cenere;
ma dopo che fu così distrutto a terra,
la cenere da sola (per sé stessa) si raccolse
e ritornò di colpo (di butto) nella persona di prima (’n quel medesmo).
Così dai (per li) maestri di grande saggezza (li gran savi) si racconta
che la fenice muore e poi rinasce,
allorquando si avvicina al cinquecentesimo anno;
quando è in vita non si ciba né di erba né di biada,
ma solo di gocce d’incenso e di amomo
e le sue bende funebri (ultime) sono il nardo e la mirra.
E come colui che cade senza sapere il motivo (como)
per una forza demoniaca che lo getta a terra,
o per altro impedimento (oppilazion) che ostruisce (lega) le funzioni vitali (l’omo),
quando si rialza, si guarda attorno
tutto smarrito per il grande travaglio (angoscia)
che ha patito, e guardando sospira:
in tali condizioni si trovava il peccatore che poi s’era levato.
Oh potenza divina, com’è severa,
dal momento che come punizione lascia cadere (croscia) simili colpi!
La guida gli domandò poi chi egli fosse;
per cui rispose: «Sono caduto (piovvi) dalla Toscana,
è poco tempo, in questa bolgia (gola) feroce.
Mi piacque condurre una vita bestiale e non umana,
da vero bastardo (mul) quale fui; sono Vanni Fucci,
detto la bestia, e Pistoia fu per me una degna tana».
E io alla guida: «Digli che non tenti di sfuggire (mucci),
e domandagli quale colpa lo cacciò quaggiù;
poiché io lo conobbi come uomo di sanguinose e di violente imprese (crucci)».
E il peccatore, che intese, non esitò (s’infinse),
ma rivolse verso di me l’attenzione (l’animo) e lo sguardo,
e si coprì di vergogna sdegnosa (trista);
poi disse: «Mi causa dolore che tu m’abbia colto
nella miseria qui dove mi vedi,
più di quando fui tolto dalla vita umana (l’altra).
Io non posso rifiutare quello che tu mi chiedi;
sono destinato tanto in basso poiché fui
il ladro degli arredi sacri (belli) nella sacrestia (del Duomo di Pistoia),
ed erroneamente fu imputato (apposto) un altro (altrui).
Ma perché tu non gioisca di tale spettacolo (vista),
se mai uscirai dai luoghi bui (dell’Inferno),
apri bene le orecchie alle mie parole, e ascolta.
Dapprima Pistoia si spopola (si dimagra) dei Neri;
poi Firenze cambia sia cittadini che governo.
Marte (dio della guerra) trae fuori dalla Val di Magra un fulmine (vapor)
che è avvolto di torbide nuvole;
e con tempesta aspra e violenta (agra)
si combatterà (fia combattuto) attorno al Campo Piceno;
e questo (ei) violentemente (repente) spezzerà la nebbia
in modo tale che ogni Bianco sarà colpito (feruto).
E questo l’ho detto perché tu possa soffrirne!».


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