Paradiso canto 30 Analisi e Commento


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del trentesimo canto del Paradiso (Canto XXX) della Divina Commedia di Dante Alighieri.
Arrigo VII di Lussemburgo


Analisi del canto

L'ultima ascesa
Il canto occupa una posizione strategica nella struttura generale del poema. Comincia qui infatti l'ultima parte del viaggio di Dante: l'assunzione all'Empireo. Qui si compone anche l'ultimo «scenario» del poema: insieme a Beatrice il poeta si ritroverà al termine del canto, al centro della rosa dei beati, l'anfiteatro celeste che costituisce il vero e unico Paradiso, e da qui vivrà le mistiche esperienze che lo porteranno alla finale visione di Dio. La narrazione diventa dunque sempre più una descrizione del miracoloso spettacolo del Paradiso, mentre si fanno rare le digressioni di diversa natura, quali in questo canto la polemica politica finale (vv. 133-148) e più oltre la lezione di S. Bernardo sul battesimo.


La visione del paradiso celeste
Al centro del canto si colloca la miracolosa, stupefacente visione del Paradiso celeste, che Dante ci raffigura nelle sue varie componenti «fisiche»: il luogo (l'immenso anfiteatro e il lago di luce), i beati, gli angeli e, su tutto, Dio e la sua luce. A questa grandiosa rappresentazione si collegano gli altri elementi del canto. Innanzitutto, si realizza qui il trionfo della luce, come strumento fondamentale per la raffigurazione delle verità divine. E qui comprendiamo come l'intera Commedia sia da interpretare innanzitutto come una «visione» che si va progressivamente affinando fino alla perfezione dell'Empireo, e ci confermiamo nella convinzione del «primato della vista» tra gli strumenti di conoscenza, soprattutto nel Paradiso. Dante ce ne fornisce segni nell'insistenza in questi versi sulla progressiva crescita delle sue doti visive anche attraverso momentanee cecità e abbagliamenti, nelle scelte linguistiche, nell'incalzare delle visioni.


La sovrumana esperienza di Dante
Alla sublimità dell'esperienza di Paradiso, si accompagna la sempre maggiore potenza conoscitiva di Dante, l'esaltazione cioè di quella trasumanazione che era già cominciata nei primi versi della cantica (canto I, vv. 73-75) e che già allora era iniziata dalla visione della sovrumana bellezza di Beatrice. A questa crescita spirituale corrisponde però la denuncia di una sempre più fragile capacità espressiva: da questo canto in poi si intensificherà infatti la dichiarazione di «impotenza» a ridire quanto ha visto e vissuto, e a cominciare dall'ineffabile immagine della donna amata. È ai vv. 16-33, che Dante per l'ultima volta riprende il topos della miracolosa bellezza di Beatrice e denuncia la propria insufficienza a descriverla; ma qui lo tratta con tale insistenza e dovizia di particolari da lasciar intendere che ormai Beatrice, giunta nel suo regno, sia divenuta una creatura angelica fuori dell'umanità. Infatti, ella sta per lasciarlo riprendendo il suo posto fra i beati.


La fine del mondo
Descrivendo l'anfiteatro divino, Beatrice accenna al fatto che quasi tutti i seggi sono già occupati (vv. 130-132). È un particolare su cui Dante tornerà, ed è indicativo della diffusa convinzione apocalittica che i tempi della storia umana si avvicinassero alla fine. Una convinzione che è risuonata spesso nelle profezie e nelle invettive) di tutto il poema.


Impero e papato
Il finale del canto interrompe il flusso della mistica contemplazione, per lasciare spazio a considerazioni strettamente legate alla realtà terrena. Beatrice, nel descrivere l'ampiezza e la gloria dell'anfiteatro dei beati, indica il seggio in cui siederà Arrigo VII, l'imperatore su cui Dante riponeva tante speranze di un rinnovamento politico e morale e di una restaurazione dell'ordine sulla terra: e già l'annuncio in Paradiso della futura gloria e salvezza di un vivente è un fatto eccezionale. Ma ciò che più stupisce è che il cenno ad Arrigo VII dia spunto, qui nell'Empireo e per bocca di Beatrice, di un'estrema condanna del malcostume papale, dai toni così aspri da evocare espressioni infernali (cieca cupidigia, ammalia, muor per fame, sarà detruso, ecc.). Beatrice chiama in causa le figure abominevoli di Clemente VII e soprattutto Bonifacio VIII, principali autori dell'opposizione all'Impero: nel Paradiso celeste ancora si trovano di fronte le due forze, Impero e Papato, responsabili delle vicende umane sulla terra e quindi dei destini di salvezza dell'umanità; ma capovolgendo l'esito degli effettivi eventi storici, qui a trionfare è l'imperatore e a subire la giusta punizione sono i suoi avversari.


Il linguaggio della luce

Coerentemente con i contenuti, la caratteristica stilistica prevalente del canto è quella del «linguaggio della luce». Chiaro indice di ciò, il frequente ricorrere del verbo «vedere», il progressivo affinarsi della vista di Dante, l'uso di sempre nuove immagini di luce. A far da controcanto a tale alto registro, sarà l'espressività realistica dei versi conclusivi. Saremo però attenti anche ad altre ricorrenti formule poetiche quali l'incipit astronomico, la domesticità di certe similitudini, l'uso di ripetizioni ed esclamative.


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