Paradiso canto 24 Analisi e Commento


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del ventiquattresimo canto del Paradiso (Canto XXIV) della Divina Commedia di Dante Alighieri.
Dante Alighieri meditante in un ritratto di Joseph Noel Paton


Analisi del canto

L'incipit del canto
Nella prima parte del canto viene evocato quel clima di gioia intensa e indicibile, tipica del Paradiso, fatta di danze, di «carole» coreograficamente studiate e frutto di movimenti diversi e singoli in cui ogni anima è protagonista e autonoma, cosicché l'armonia risulta dalla composizione perfetta di molte diversità, come le ruote dell'orologio congegnate in modo che la prima, a chi osserva, sembri immobile e l'ultima sembri volare. Al centro di questa coreografia paradisiaca si trova Beatrice, fulcro attorno a cui ruota il coro delle anime, centro che dà ordine e senso. Unitamente alla danza c'è il trionfo della luce determinato dalle anime che splendono al punto da apparire comete splendenti. L'incipit è costituito dalle parole stesse che Beatrice rivolge ai beati, commensali dell'Agnello divino al banchetto eterno del Paradiso, dove ogni desiderio viene realizzato e la gioia è piena; essi che hanno raggiunto la felicità e partecipano alla gran cena del benedetto Agnello, essi che attingono ogni conoscenza dalla fonte prima di ogni sapere, Dio, estinguano la sete di Dante e il suo desiderio di conoscere la verità che gli ha meritato il privilegio straordinario di potersi sedere alla mensa dei beati ancor prima della morte.


I tre canti delle virtù teologali
Con questo canto inizia una lunga sequenza che si sviluppa fino al canto xxvi, dedicata alle virtù teologali della fede, della speranza e della carità. Il viaggio di Dante, giunto all'ottavo cielo delle Stelle Fisse, deve sostare per affrontare un difficile esame sulle tre virtù fondamentali per il cristiano, indispensabili per la sua ascesa spirituale. Soltanto superando questo esame Dante potrà affrontare quella missione che la grazia divina ha previsto per lui e proporsi come esempio e modello, lui che è anche l'«inquieto cuore cristiano».


L'esame di Dante
La parte centrale e finale del canto è occupata dall'interrogazione di Dante sulla fede: si tratta di un vero e proprio esame teologico, costruito nelle sue varie parti e passaggi sul modello degli esami universitari medievali. Dante si rifà ai moduli della cultura filosofico-religiosa medievale e soprattutto alla più scolastica delle prove, cioè l'interrogazione, l'esame. L'eccezionalità della situazione è evidente fin dalla presentazione del primo dei tre esaminatori (gli altri saranno S. Giacomo e S. Giovanni), S. Pietro, il primo papa, lo spirito che diffonde la luce più intensa e si esprime in un canto così dolce da essere indescrivibile con i semplici mezzi umani. Questi dettagli contribuiscono a creare la giusta attesa di un evento che è destinato a costituire un momento centrale della Commedia intera, non dal lato dell'intreccio, ma dal lato dottrinale e didascalico. Per questo si muovono addirittura i tre apostoli che hanno avuto un ruolo determinante per la Chiesa delle origini, e, primo tra tutti, S. Pietro. La funzione didascalica della Commedia dantesca, centrale negli intenti del poeta, trova qui il punto di massima e più sistematica espressione.


Il ruolo di Beatrice
Ruolo determinante è quello di Beatrice, che non è solo il centro della coreografia celeste ma anche colei che porta avanti il progetto voluto da Dio per Dante. Tutto avviene sotto la sua regia e con la sua direzione; è lei il centro gerarchico a cui tutto fa riferimento. A ben guardare, è lei che conduce le fila dell'esame: a lei si rivolgono gli esaminatori, è lei a incitarli a procedere, è lei a ribadire l'importanza dell'evento. Gli esaminatori eseguono il loro compito sotto le direttive di Beatrice, poiché fede, speranza e carità sono appunto virtù teologali, parte determinante della teologia di cui Beatrice è simbolo.


Sentimento e poesia del canto
A differenza di altri canti in cui l'elemento dottrinario è esclusivo e spesso inaridisce la lettura, in questo, come nei due successivi, l'ardore della conoscenza e della dottrina si fonde all'ardore sentimentale degli affetti e della poesia: lo si percepisce dai segni di amore tra Beatrice e S. Pietro e tra S. Pietro e Dante, e risulta evidente dal linguaggio fortemente metaforico. Così il linguaggio apparterrà al codice tipico dei testi dei grandi autori scolastici, con continui riferimenti alla Summa di S. Tommaso, ma costante è soprattutto il richiamo alla centralità delle Sacre Scritture, in particolare alle lettere di S. Paolo da cui viene tratta la definizione, la quiditate (l'essenza) della fede stessa sustanza di cose sperate / e argomento de le non parventi (vv. 64-65). Su questa definizione paolina si innestano le altre domande di S. Pietro sulla fede, ma poi l'esame lascia il terreno dell'indagine filosofica e teologica per farsi indagine personale, per verificare se, accanto alle conoscenze teoriche, Dante possieda questo straordinario dono di Dio. È proprio questo passare dall'alta teologia ai risvolti individuali che permette al canto di non perdersi nelle altezze della teorizzazione astratta e di conservare intatta la cifra della poesia.


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