Inferno Canto 30 - Analisi e Commento


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del trentesimo canto dell'Inferno (Canto XXX) della Divina Commedia di Dante Alighieri.
Gianni Schicchi, illustrazione di Gustave Doré


Analisi del canto

Nel canto rileviamo alcuni menti centrali della scrittura dantesca:
  1. la mitologia: il canto si apre con due episodi dalle Metamorfosi di Ovidio, come esempio di furore pazzo; si tratta dei casi del re tebano Atamante e della regina troiana Ecuba;
  2. la terminologia medica: nella descrizione dei mali che affliggono i dannati, e sopratutto nel caso dell'idropisia di mastro Adamo, Dante ricorre alle sue conoscenze anatomiche e al linguaggio tecnico della scienza medica;
  3. il ritmo narrativo: il virtuosismo dantesco si esprime anche nel ritmo comico-realistico del «contrasto» fra mastro Adamo e Sinone; il litigio fra i due è costruito sui modelli dell'antica commedia, sullo schema della ritorsione e della replica;
  4. le similitudini: troviamo nel canto esempi eccellenti di questa figura espressiva; oltre all'idropico assimilato alla forma del liuto (vv.49-51), ricordiamo i falsari che per la febbre fumano come le mani bagnate a contatto con il freddo (vv.91-93), e la reazione di Dante ai vv. 136-141.



Commento

Tutto il canto è giocato sul tema della perdita di sé che si realizza nella falsificazione. Dante riflette sul valore dell'identità individuale e trova che il mito classico ha espresso l'argomento in misura tragicamente sublime. La perdita di sé, per gli antichi, era un evento così potente da essere attribuito al volere degli dei. Così si spiegano le atrocità di Agave e Atamante, la tragedia immane di Troia che travolse Priamo, i suoi figli e la moglie Ecuba: il grido d'angoscia di una madre di fronte allo scempio dei suoi cari diviene il latrato di una cagna. Alla mente del poeta si affacciano Ovidio e le Metamorfosi, la saga tebana e troiana, ma anche quell'acuto senso della sofferenza umana che solo il mito sa rendere, associando verità ed emblematicità, l'analisi di sentimenti e di istinti e la naturalezza del loro manifestarsi. La perdita di sé causa la perdita dei tratti che caratterizzano l'umanità: così Atamante stravolge la sua paternità di sangue, Ecuba abbandona la sua voce di donna e i dannati diventano simili al porco lanciato nella caccia. Con un salto di secoli, dal tempo del mito a quello della storia, Dante ritrova la perdita di sé in Gianni Schicchi, che contraffece alla perfezione Buoso Donati, e gli pone accanto Mirra, anch'ella personaggio tratto dal mondo delle antiche storie. La donna contraffece la sua persona e sedusse il padre: orribile colpa l'incesto, ma l'orrore più grande fu proprio lo sdoppiarsi di Mirra, il suo porsi sotto una falsa identità. A questo punto irrompe sulla scena, drammatico e corposo, con tutta la sua plebea fisicità, maestro Adamo, il falsario che falsificò il fiorino. L'attualità, la vita borghese e degli affari del comune irrompono nel canto, spezzando il ritmo classico delle storie antiche. Maestro Adamo, ripugnante nel suo aspetto, parla con astio dei conti Guidi che lo indussero alla colpa, e il suo linguaggio ha la cadenza concreta della quotidianità. Ancor più vivace tuttavia appare la scena seguente, dominata dallo scontro tra maestro Adamo e Sinone, il greco che ingannò i Troiani. Passato e presente si scontrano nella baruffa che inizia tra i due: una vera lotta libera fisica e verbale, che ha un precedente mitico: la lotta tra Ulisse e Iro nel canto XVIII dell'Odissea. Accanto a Sinone, nel silenzio eterno di una febbre che la divora, giace la moglie di Putifarre, la falsa accusatrice di Giuseppe. Ma, nel canto dell'identità e della sua negazione, non poteva mancare il personaggio emblema di una fallace acquisizione di sé: Narciso, il giovane che amò la sua immagine riflessa e mori annegato. Così l'acqua viene definita da maestro Adamo: specchio di Narcisso. Dante guarda la rissa tra i due dannati e si diverte, lasciandosi prendere dall'atmosfera paesana di questo alterco plebeo, ma Virgilio lo rimprovera: il viaggio nell'Inferno ha lo scopo di conseguire la salvezza eterna, non quello di stuzzicare basse curiosità. Scompare la «scena da penitenziario» (cit. Momigliano): l'aspro rimprovero risveglia Dante da una perdita di sé che, in qualche modo, si era realizzata anche nella sua coscienza.


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