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Inferno Canto 27: analisi, commento, figure retoriche

Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del ventisettesimo canto dell'Inferno (Canto XXVII) della Divina Commedia di Dante Alighieri.

In questo canto scontano la loro pena i consiglieri fraudolenti; Dante incontra Guido da Montefeltro, che racconta il motivo della sua presenza lì attribuendo la colpa a Bonifacio VIII.



Analisi del canto

La struttura
Il canto ha una funzione analoga al precedente: ambientato nella stessa bolgia e si ha modo di parlare con un altro dannato, Guido da Montefeltro, con il quale si viene a creare un confronto indiretto con Ulisse per quanto riguarda il tema dell'intelligenza e l'astuzia non supportate dalla fede.

La struttura del canto è suddivisibile in tre parti:
  1. l'incontro con Guido (vv. 1-33);
  2. il tema geo-politico di Dante sulle terre di Romagna (vv. 36-54);
  3. il racconto di Guido sulla sua condizione di dannato (vv. 61-129).


Il gioco dell'equivoco
Nel canto 19 dell'Inferno Niccolò III, non potendo vedere chi avesse davanti e scambiando Dante per Bonifacio VIII gli racconta le sue colpe. Accade un equivoco simile anche per Guido che scambia Dante per un dannato della bolgia (a dimostrazione che l'astuzia che lo contraddistingueva in vita, non ha più efficacia nell'inferno, anzi viene a sua volta ingannato) e va a raccontare tutte le sue colpe commesse in vita e che mai avrebbe voluto che sulla terra ne venissero a conoscenza (ancora una volta uno spirito che cerca di mantenere una buon ricordo di sé in terra).


Situazione politica della Romagna
Quando Dante risponde alla domanda di Guido da Montefeltro sulle attuali condizioni della sua terra, la Romagna (se sia in pace o in guerra), nomina i luoghi di quella terra e i casati che le occupavano a quel tempo. È uno dei passi più famosi di geografia politica. 


La figura di Guido da Montefeltro
Dante descrive la figura di Guido da Montefeltro con un parlare cortese (vv. 19-24) e un profondo amor di patria (vv. 25-30), e assume nei suoi confronti toni pacati (vv. 55-57). Due volte scomunicato e due volte riconciliatosi con la Chiesa, Guido si convertì clamorosamente nel 1296 ed entrò nell’Ordine francescano per riscattare i suoi ambigui comportamenti, morendo due anni dopo in fama di santità. Il suo più grande rammarico è essersi fatto ingannare dal papa Bonifacio VIII, perché ingannare è sempre stata la sua specialità e invece questa volta è proprio lui la vittima.


Paradiso e Inferno
Nei versi 112-123 vi è una sorta di "discussione" fra San Francesco che stava per portare Guido nel Paradiso e il diavolo che si oppose sostenendo che invece meritasse l'Inferno, e così è stato. La destinazione del defunto che poteva raggiungere la salvezza o la dannazione eterna era tipica della poesia religiosa di quel tempo. La dimostrazione logica che il diavolo espose a San Francesco era che non si può assolvere chi non si pente della sua colpa, e pentirsi e voler peccare allo stesso momento è una contraddizione (per la contradizion che nol consente v. 120). All'epoca Bonifacio VIII era a capo della Chiesa e abusò dei propri poteri in quanto prometteva un'assoluzione anticipata per un peccato che ancora non era stato commesso e con questo pretesto Dante non perde occasione per condannare il papa nemico (l gran prete, a cui mal prenda! v. 70,), (il principe d'i novi Farisei v. 85).




Commento

Nell'ottava bolgia, disseminata di lingue di fuoco, Dante trova un consigliere fraudolento suo contemporaneo: Guido da Montefeltro. L'incontro permette al poeta di raccontare le complesse e drammatiche vicende dei principi di Romagna e di riflettere su un tema a lui caro: il rapporto tra colpa e libera volontà umana. Il canto s'incentra sulla diabolica azione di Bonifacio VIII, maestro di dannazione eterna. Il disprezzo per il nemico di sempre assume, in questi versi, la tonalità cupa di una condanna irreversibile, sia umana sia divina, e Dante si sente tanto più vicino a quegli spirituali, tra cui Jacopone da Todi, che contrastarono le azioni politico-militari del papa teocratico. Se il dannato che parla è Guido da Montefeltro, politico astuto al di là di ogni legge morale, anticipazione di quella figura di potente che disegnerà poi il Machiavelli nel Principe, l'episodio si concentra sulle trame e sulla bramosia di potere di Bonifacio VIII. Dopo una vita di inganni, Guido decide di vestire il saio francescano ma, sulla strada della salvezza, s'imbatte nel principe d'i novi Farisei. Questi lo induce a fornirgli quel consiglio fraudolento, cioè promettere molto e mantenere niente, che permette a Bonifacio VIII di prendere possesso delle fortezze dei Colonna. Se l'ottavo comandamento («non dire falsa testimonianza») è stato del tutto violato, Guido ha però l'attenuante che il papa lo ha assolto in anticipo, abusando in maniera sacrilega di una facoltà che non poteva essergli concessa. Lo apprenderà poi con chiarezza dalla viva voce del nero cherubino (= diavolo) che spiegherà a lui, e anche all'incredulo San Francesco, giunto per condurre l'anima di Guido in cielo, che né pentere e volere insieme puossi per la contradizion che nol consente (non è possibile, cioè, pentirsi del male e nello stesso tempo volerlo, per la contraddizione logica presente). La lucida logica del demonio ha scardinato l'impalcatura contorta e tendenziosa del gran prete, mettendo a nudo ciò che da sempre anche Guido avrebbe saputo, se solo più sincera e profonda fosse stata la sua voglia di purezza. Probabilmente in lui non si è mai pienamente realizzata la metamorfosi dal peccato alla santità, obiettivo perseguito più formalmente che sostanzialmente. Per Guido si può dire alla lettera che l'abito non abbia fatto il monaco, e il suo scaricare tutta la colpa sul papa non fa che ribadire il modesto livello di responsabilità morale posseduta. La scena di questi due anziani maneggiatori delle vicende storico-politiche del tempo appare fosca e inquietante. Essi tramano nel segreto della confessione, ubriaco di potere temporale l'uno, incapace di dominare l'antica voglia di ingannare l'altro, mettendo a nudo i vizi nascosti di un potere occulto. La denuncia politica, umana e religiosa si amplia alla necessità che il male vada rifiutato anche nel segreto del proprio cuore. Tragico sarà perciò il risveglio di Guido da Montefeltro, allorché si troverà nelle grinfie del nero cherubino e non potrà dire altro che: son perduto.


Le figure retoriche

Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del ventisettesimo canto dell'Inferno. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 27 dell'Inferno.


Dritta e queta = endiadi (v. 1).

Dolce poeta = perifrasi (v. 3). Per indicare Virgilio.

Che dietro a lei venia = anastrofe (v. 4). Cioè: "che veniva dietro di essa".

Confuso suon = anastrofe (v. 6).

Come ’l bue cicilian che mugghiò prima col pianto di colui, e ciò fu dritto, che l’avea temperato con sua lima, mugghiava con la voce de l’afflitto, sì che, con tutto che fosse di rame, pur el pareva dal dolor trafitto; così, per non aver via né forame dal principio nel foco, in suo linguaggio si convertian le parole grame = similitudine (vv. 7-15). Cioè: "Come il bue siciliano che la prima volta muggì proprio con i lamenti di colui che l’aveva forgiato con la sua opera, e questa fu cosa giusta, muggiva per mezzo della voce di colui che era dentro torturato, così che, nonostante fosse di rame, sembrava tuttavia tormentato dal dolore; così le dolenti (parole all’inizio, poiché non avevano né un tragitto né un’uscita attraverso la fiamma, si trasformavano nel suo linguaggio".

Sanza indugio a parlare incominciai = anastrofe (v. 35). Cioè: "incominciai a parlare senza indugio".

Così com’ella sie’ tra ’l piano e ’l monte tra tirannia si vive e stato franco = similitudine (vv. 53-54). Cioè: "così come ella giace tra la pianura e il monte, vive tra tirannia e libertà".

L’aguta punta = anastrofe (v. 59). Cioè: "la punta aguzza".

Staria sanza più scosse = litote (v. 63). Invece di dire che "resterebbe quieta".

Sanza tema d’infamia ti rispondo = anastrofe (vv. 66). Cioè: "ti rispondo senza temere di essere infamato".

Il gran prete = perifrasi (v. 70). Per indicare "papa Bonifacio VIII".

Non furon leonine, ma di volpe = metonimia (v. 75). Il concreto per l'astratto, leonine invece di violenza, volpe invece di astuzia.

Li accorgimenti e le coperte vie io seppi tutte = anastrofe (vv. 76-77). Cioè: "Io conobbi tutti i trucchi e le vie nascoste".

Quella parte di mia etade ove ciascun dovrebbe calar le vele = perifrasi (vv. 79-80).

Lo principe d’i novi Farisei = perifrasi (v. 85). Per indicare Bonifacio VIII.

Come Costantin chiese Silvestro d’entro Siratti a guerir de la lebbre; così mi chiese questi per maestro a guerir de la sua superba febbre = similitudine (vv. 94-97). Cioè: "come Costantino chiamò a sé papa Silvestro dal suo rifugio sul monte Soratte per guarire dalla lebbra, così lui chiamò me per guarire dalla sua terribile febbre".

Superba febbre = perifrasi (v. 97). Perché non è la classica febbre, bensì la malattia del potere.

Domandommi consiglio, e io tacetti = antitesi (v. 98). Il consiglio è qualcosa che si dà a voce, il tacere è qualcosa che non si dà (a voce).

Lo ciel poss’io serrare e diserrare = metonimia (v. 103). Cioè: "posso chiudere e aprire il cielo" è l'effetto, mentre la causa è l'atto del "condannare e assolvere".

Cader deggio = anastrofe (v. 109). Cioè: "devo cadere".

Loico fossi = anastrofe (v. 123). Cioè: "fossi filosofo o fossi maestro di logica".

Torcendo e dibattendo = endiadi (v. 132). Cioè: "piegando e scuotendo".



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