Capitolo 7 de I Promessi Sposi - Analisi e Commento


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del settimo capitolo (cap. VII) del celebre romanzo I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.


La struttura e le tecniche narrative

Tra i capitoli letti finora, questo è sicuramente il più complesso dal punto di vista della struttura: l'elevato numero di sequenze permette infatti frequenti cambiamenti di scena e l'entrata/uscita dei vari personaggi, oltre all'inserimento di figure nuove (il Griso e i suoi bravi, l'oste, Gervaso). La complessa costruzione del capitolo è conseguente alla ricchezza dell'intreccio, nel quale confluiscono tre differenti iniziative che, incrociandosi fra loro, richiedono al lettore un'attenzione particolare. Si tratta del progetto di don Rodrigo di rapire Lucia, del tentativo del vecchio servitore di sventarlo e del matrimonio "per sorpresa" che vede alla ribalta i nostri protagonisti.



Il tempo e lo spazio

Il sole è al tramonto: è giovedì 9 novembre, pomeriggio, quando padre Cristoforo fa ritorno dal palazzotto di don Rodrigo. Renzo si congeda dalle due donne, dopo che Lucia ha accettato la soluzione del matrimonio "per sorpresa". La mattina del giorno successivo, 10 novembre, è segnata dalla visita di strani mendicanti che, entrati per ottenere l'elemosina, guardano dappertutto destando i sospetti di Agnese. Questo episodio si spiega facendo un passo indietro: il tempo della storia si ferma e, con un flashback piuttosto lungo, si ritorna al giorno precedente, giovedì 9. Il narratore racconta la reazione di don Rodrigo al colloquio con il frate. Quindi, portandoci alla mattina del 10 novembre, ci informa degli accordi con il Griso per progettare ed eseguire il rapimento della giovane. Il lettore è così messo in grado di comprendere che i «ronzatori misteriosi» non sono altro che ribaldi agli ordini del Griso: essi hanno il compito di fare una ricognizione della casa di Lucia, per potervi entrare indisturbati più tardi. Nel pomeriggio del 10, il vecchio servitore si muove verso Pescarenico, mentre a sera i bravi si appostano e la «brigata avventuriera» si muove alla volta della casa parrocchiale.

Spazi aperti e spazi chiusi si alternano nella narrazione, contribuendo efficacemente a realizzare un effetto di movimento, di azione dinamica, che raggiungerà il culmine nel capitolo successivo. Innanzitutto, la casa di Lucia, lo spazio protetto degli affetti familiari, nel quale, tuttavia, si stanno mettendo a punto gli ultimi dettagli di un piano che, nelle intenzioni, non è molto diverso da un inganno. All'opposto si colloca la dimora di don Rodrigo, nella quale si stanno tramando imbrogli. Il punto di contatto tra la casetta e il palazzotto è la visita dei bravi: lo spazio domestico sta per essere violato e la casa non sarà più, di lì a poco, un luogo sicuro. Il terzo spazio interno è rappresentato dall'osteria, della quale non possediamo una descrizione, ma che appare anch'essa come un luogo di trame e di imbrogli: Renzo, Tonio e Gervaso prendono accordi per l'impresa notturna; i bravi osservano le mosse di Renzo, lo spiano e, addirittura, cercano di seguirlo. Completano lo scenario le case del paese, le cui porte spalancate rivelano, quasi per l'intervento di un'immaginaria macchina da presa, immagini di vita quotidiana, semplici momenti d'intimità. Infine, quando il gruppo formato da Agnese, Renzo, Lucia e i testimoni esce di casa col favore delle tenebre, il brevissimo riferimento spaziale è anch'esso in funzione dell'intreccio: è un imbroglio di strade, vicoli, sentieri.



I personaggi e i nuclei tematici


Fra Cristoforo

Padre Cristoforo appare, all'inizio del capitolo, attraverso un paragone che ne evidenzia lo stato d'animo: afflitto, pensieroso, ma non scoraggiato né, tanto meno, abbattuto. Egli non abbandona la lotta, nonostante lo scacco subito, e concepisce la vita come un impegno attivo, quasi eroico. Non a caso, si congeda dai suoi protetti con le parole fede e coraggio. Sono i termini che ne definiscono la personalità: la fede appartiene a Cristoforo, il coraggio a Lodovico, e la sintesi è una figura nuova che, proprio in virtù di questi caratteri, esprime un nodo tematico di fondamentale importanza per Manzoni, quello della giustizia. L'argomento principale del discorso di padre Cristoforo è che il malvagio non è obbligato a dar conto della sua iniquità: anzi, mentre insulta e attacca l'avversario, si dichiara offeso. Il frate sa, per esperienza, che l'ingiustizia regna nel mondo e nelle coscienze umane, sostenuta e favorita dal potere politico che si fonda sulla violenza. Dunque, sui tempi brevi, non ci si può illudere che sia fatta giustizia: ma, poiché la Provvidenza opera per vie e con mezzi a noi sconosciuti, è certo che ciò, prima o poi, accadrà.
Gli uomini dello stampo di don Rodrigo potranno continuare le loro trame a danno degli umili e dei deboli, ma la vera norma di comportamento è quella dettata dalla fede che non cede di fronte alla vittoria momentanea del male.


Don Rodrigo
Di don Rodrigo, viene approfondito il carattere che, nei capitoli precedenti il narratore aveva tratteggiato per bocca di altri personaggi. In lui, dopo la partenza di padre Cristoforo, si agitano vari sentimenti: un oscuro timore suscitato dalle parole del frate, la rabbia di veder smascherati i suoi piani e il fastidio di trovarsi esposto agli schemi del cugino Attilio. È un momento di debolezza che, mista a desiderio di vendetta, lo vede misurare a passi lunghi la sala in cui si trova, tentato a un certo punto di ritirarsi dall'impresa, al solo ripensare alle parole di padre Cristoforo.

È evidente che la difficoltà consiste in questo:
egli non sa davvero che cosa fare e la consapevolezza della sua incapacità è acuita dalla vergogna che prova dinanzi ai ritratti degli antenati. Questi ultimi sono dei modelli di cui vorrebbe essere degno, sebbene non ne sia all'altezza; nell'ottica del narratore, un solo elemento accomuna don Rodrigo ai suoi avi: l'appartenenza a un'umanità degradata, violenta, la cui sigla è il terrore che ispira. La descrizione dei personaggi (il guerriero, il magistrato, la matrona, l'abate) richiama alla mente che essi sono i rappresentanti di quelle classi sociali (clero, aristocrazia, magistratura) sulle quali, nel secolo in cui è ambientato il romanzo, ricadono le colpe di una società avida, ingiusta e prepotente. In questo modo, ritorna il tema storico della rappresentazione del Seicento, i cui particolari compongono, procedendo nella lettura, un quadro via via più nitido.


Numerosi i personaggi di contorno. Il conte Attilio non è stato, per il momento, ritratto fisicamente: a Manzoni interessa delinearne il temperamento, già in parte evidenziato nel quinto capitolo. È un nobile cavaliere, ma tale nobiltà si fonda sul privilegio aristocratico: onore e punto d'onore sono parole che ricorrono spesso nei suoi discorsi, vuoti e superficiali. È innegabile, però, che nel confronto con don Rodrigo, sempre cupo e ombroso, il conte Attilio risulti più simpatico, sia per la sua intemperanza verbale sia per l'ironia indirizzata al cugino.


Il Griso
La presentazione di questo personaggio avviene in due modi:
  1. indirettamente, attraverso le parole del narratore che descrive lo strano mendicante entrato in casa di Lucia e ne rievoca i momenti fondamentali della vita;
  2. direttamente, attraverso le sue parole, che lo rivelano abile, astuto, violento, spavaldo. Il legame con don Rodrigo è dunque fondato sull'utile, sull'interesse: lo stesso rapporto che unisce l'oste ai suoi clienti.


L'oste
In lui, la logica economica prevale su ogni altra considerazione: i clienti migliori sono quelli che non criticano il vino e che pagano senza protestare. È anche ossequiente verso i più forti: non risponde alle domande di Renzo, ma non esita a soddisfare la curiosità del bravo.


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