Capitolo 1 de I Promessi Sposi - Analisi e Commento


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del primo capitolo (cap. I) del celebre romanzo I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.


La struttura

L'alternanza di pause e scene
Il capitolo può essere suddiviso in sei sequenze principali: la prima è costituita da una descrizione dettagliata dei luoghi e nei quali si svolge la vicenda; nella seconda, la passeggiata di don Abbondio e l'avvistamento dei bravi danno avvio alla storia che, dopo essere stata ambienta in uno spazio geografico, riceve ora una precisa collocazione nel tempo (7 novembre 1628); la terza rappresenta una digressione, una pausa nella narrazione, interrotta per presentare la condizione storica dei bravi; la quarta è una scena animata che, dal colloquio di don Abbondio con i bravi, permette al lettore di riprende il filo della storia, avviato a partire dalla seconda sequenza; la quinta è nuovamente una lunga pausa che fornisce dati storici (alcune caratteristiche del secolo), sociali e psicologici (la condizione e il carattere del povero curato); la sesta riproduce il colloquio tra don Abbondio e la serva Perpetua.
Prendendo in considerazione l'insieme delle sequenze, non si può non notare che pause (P) e scene (S) si alternano con perfetto equilibrio (P/S; P/S; P/S).
Le pause hanno un ritmo lento, che introduce il lettore nella storia, gli permette di crearsi dei punti di riferimento precisi (i tempi, i luoghi) e di cominciare a familiarizzarsi con il clima seicentesco; le scene, invece, animano il ritmo e lo rendono vivace. La scelta dell'autore è dunque quella di guidare per mano il lettore, di farlo entrare nella storia catturando e mantenendo desta la sua attenzione: pause e scene formano una struttura varia, che produce suspense, ravviva la curiosità e crea, in chi legge, il desiderio di continuare, per vedere come va a finire.


Il paesaggio
La celeberrima descrizione del paesaggio in apertura di capitolo serve al narratore per collocare l'azione narrativa su uno sfondo geograficamente preciso ricco di particolari: lo richiede la scelta di scrivere un romanzo storico, che deve essere ambientato in luoghi reali, circoscritti e riconoscibili.
È interessante, al di là della ricostruzione topografica della località, mettere in evidenza la tecnica usata da Manzoni nella ricostruzione del paesaggio iniziale che, in modo abbastanza insolito, procede dall'alto al basso. Siamo in presenza di una descrizione di tipo cinematografico, come se si stesse facendo una ripresa dall'alto di un aereo in direzione nord-sud, partendo da uno spazio ampio, rappresentato dal monte e dal fiume, per arrivare allo spazio stretto (strade, viottoli). Un eventuale osservatore umano compare in un secondo momento: i particolari della cima del Resegone, ad esempio, saltano all'occhio, purché chi lo osserva vi si metta di fronte.



Le tecniche narrative


La descrizione
Già dal primo capitolo, il romanzo mostra una grande varietà di tecniche narrative, addirittura, una grande varietà all'interno di una medesima tecnica. Innanzitutto, la descrizione, che rappresenta i dati paesaggistici con rigore e obiettività: l'occhio del narratore ha scelto un punto d'osservazione (dall'alto al basso) e da lì guarda e descrive. È tuttavia ben riconoscibile il punto di vista di Manzoni: l'ironia con cui, per esempio, parla dei soldati spagnoli è una spia della sua personale opinione.


La digressione
La digressione o excursus (il termine è latino), di carattere storico, è un tipo di descrizione nella quale si sente la presenza dell'autore e del suo giudizio; in essa, egli sceglie e riporta documenti secenteschi (le gride), dati e osservazioni che gli permettono di darci un quadro della violenza della società di quel tempo, sollecitando la nostra riflessione in proposito. È l'autore che seleziona i dati in modo che potremmo dire soggettivo, scegliendo che cosa dire o non dire per rendere veramente significative le due digressioni contenute in questo capitolo.


Il ritratto
Il ritratto è utile per presentare l'aspetto fisico dei personaggi, il loro carattere e comportamento.
Il ritratti don Abbondio non è di tipo esteriore, ma psicologico: il carattere, l'atteggiamento, ciò che pensa sono i tratti che risultano maggiormente dalle parole del narratore. Dei bravi, invece, è descritto soprattutto l'abbigliamento, che li qualifica come appartenenti a una precisa categoria e permette a don Abbondio di identificarli immediatamente.


Il dialogo
Il dialogo è presente in una grande varietà di toni:
1) abbiamo il dialogo nervoso spesso interrotto da esclamazioni, che è quello di don Abbondio;
2) quello che rivela arroganza unita a feroce ironia (così si esprime il primo bravo), oppure volgarità e rozzezza d'animo (il secondo bravo);
3) da ultimo, il dialogo dal tono schietto, vivace e ricco di termini popolari (il curato e Perpetua)



I personaggi

I personaggi non sono molti, in questo primo capitolo: don Abbondio, Perpetua, i due bravi, che fanno una rapida apparizione, e don Rodrigo, di cui non si sa ancora nulla di preciso e che, per il momento, è soltanto un nome.


Don Abbondio
Si può dunque affermare che don Abbondio, per la lunga presenza sulla scena e per l'interesse che gli dedica il narratore, sia il protagonista di questo primo capitolo. Egli ci appare mentre cammina bel bello, diretto verso casa: il narratore ne segue i movimenti, mettendo in risalto i gesti del personaggio: teneva il breviario, usando come segno l'indice della mano destra; buttava via con il piede i ciottoli che gli davano fastidio; alzava il viso; girava gli occhi all'intorno. Con la seconda digressione, il narratore arricchisce il ritratto di don Abbondio riferendo il suo sistema di vita, le sue opinioni, il suo comportamento. La combinazione dei due diversi punti di vista (prima l'aspetto esteriore, poi l'animo e il carattere) fornisce una presentazione che, pur essendo il romanzo al suo esordio, è già abbastanza completa.
Dai suoi movimenti Manzoni ci fa capire che Don Abbondio era un uomo che faceva sempre le solite cose e che non si aspetta niente di nuovo da quello che fa. Era un uomo disposto a cedere alla violenza; infatti risponde ai bravi dicendo che per lui celebrare il matrimonio è una pura incombenza (non ne vien nulla in tasca – riga 212). Non dimostra di nutrire nessun affetto nei confronti di Renzo e Lucia, che pur sono da anni suoi parrocchiani (ragazzacci, che, per non saper che fare, s’innamorano, vogliono maritarsi, e non pensano ad altro; non si fanno carico de’ travagli in che mettono un povero galantuomo…). Infatti lui si sente sempre una vittima proprio per questa sua paura. Nel capitolo si possono anche comprendere le cause per cui lui diventi sacerdote: non certo per vocazione. Queste gli sono state dette da giovane dai genitore: appartenere a una classe ricca e poter stare sempre tranquillo. Questa tranquillità si può dire che fosse la filosofia di vita di Don Abbondio mentre il suo “sistema di vita” è una neutralità disarmata: lui stava sempre con il più forte, ma cercava anche di non mettersi proprio contro l’altro, anzi si giustificava dicendo che era colpa sua perché non era abbastanza forte perché lui lo difendesse.


I bravi
Altri personaggi importanti di questo capitolo sono i bravi, dei quali è fatta una descrizione nella seconda sequenza. Questi i servitori di Don Rodrigo, un signorotto spagnolo innamorato di Lucia, che stava cercando di impedirne il matrimonio con Renzo. Avevano entrambi i baffi arricciati in punta, una cintura lucida di cuoio, e a questa attaccate due pistole; come collana un corno polveroso e, da un taschino dei pantaloni, fuoriusciva un coltellaccio; avevano anche una lunga spada: a prima vista sembravano proprio dei poco di buono. Al tempo di Manzoni, nella prima metà del ‘800, questi erano ormai scomparsi ma nel periodo di ambientazione della vicenda erano molto fiorenti, e l’autore, per verificarne la veridicità, trascrive nel testo alcune “grida” contro questi loschi figuri redatte negli anni precedenti la vicenda, ad eccezione di una, del 1632. Questa prolessi evidenza ancora di più la presenza di questi “bravi”, per assicurare che nel tempo in cui si tratta la vicenda erano ancora presenti in gran numero.


Perpetua
Un altro personaggio di questo capitolo è Perpetua, la serva di Don Abbondio. Era una serva affezionata e fedele, che sapeva ubbidire e comandare, secondo l’occasione, tollerare a tempo il brontolio e le fantasticaggini del padrone, e fargli a tempo tollerar le proprie, che divenivan di giorno in giorno più frequenti, da che aveva passata l’età sinodale dei quaranta, rimanendo celibe, per aver rifiutati tutti i partiti che le si erano offerti, come diceva lei, o per non aver mai trovato un cane che la volesse, come dicevan le sue amiche (righe 396–402). È chiaramente più forte caratterialmente di Don Abbondio e, per questa sua forza riesce a farsi spiegare dal curato in quale guaio si è cacciato. Un suo difetto però è quello di essere pettegola, infatti è per questo motivo che Don Abbondio, all’inizio, è un po’ restio a raccontarle la verità. Il curato avrà ragione perché sarà proprio lei a raccontare i fattacci in giro.


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