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La Prima metà del '500

Alla gravissima crisi della libertà italiana (una depressione politica, civile, militare, cui comincia ad aggiungersi più tardi quella economica) non fa tuttavia riscontro alcune crisi letteraria o culturale, anzi, mentre l’Italia diviene preda di eserciti stranieri continua il suo magistero artistico e intellettuale in Europa. Questa iniziativa di una cultura sovranazionale era da tempo implicata nella tradizione italiana e in particolare in quella umanistico rinascimentale, coincide con le ragioni profonde d’un certo tipo di civiltà e va considerata nell'ambito di questa come il risultato di una decadenza civile e morale.
La crisi italiana ha molte complesse cause per esempio lo scontro diseguale fra le grandi monarchie europee (Francia e Spagna) sostenute ormai da una tradizione plurisecolare, espressione dello sviluppo di tutta la nazione, e i molti staterelli italiani retti da dinastie spesso improvvisate impegnati in sterili lotte di predominio, non nel rafforzamento reale che può essere prodotto da una piena compartecipazione al governo di ampi strati della popolazione. I principi nuovi si appoggiano al ceto nobiliare e ai gruppi di potere economico, ai ceti che avevano favorito il passaggio dal Comune alle Signorie, sulla base di interessi limitati dalla consorteria. Mentre si approfondisce il distacco fra città e campagna, si accentra quello fra corte e sudditi.
La corte esercita una funzione dominante anche nell'organizzazione della cultura, diventa polo di attrazione di gruppi di intellettuali e incentivo di sviluppo connesso al fasto della corte stessa, alla sua civiltà raffinata presentata come forma di credibilità politica.
Aumenta in questi anni il numero di letterati, per la richiesta crescente delle varie corti, e aumenta il pubblico colto che nelle corti ritrova un centro di acculturazione e di scambi. E’ merito della civiltà di corte aver elaborato modelli letterari e linguistici e di letteratura italiane, non più toscane, cessa quella che è stata chiamata colonizzazione toscana e si compie quella che è stata conquista della tradizione toscana da parte dei letterati d’ogni parte d’Italia, che mentre si riconoscono in tale tradizione l’assillano e la fanno propria, la rendono di fatto italiana.
Gli scrittori producono per un pubblico di corte e sono legati alle esigenze politiche del Signore; raramente possono trattare questioni ideologiche e politiche in piena libertà. E’ stato osservato almeno che una metà degli scrittori italiani dell’epoca è legata alla chiesa: o sono ecclesiastici o godono di benefici ecclesiastici, che sono loro economicamente necessari.
Una parte cospicua dei rimanenti è di famiglia aristocratica, poco di ceto artigiano o giuridico notarile come spesso nell'età precedenti. Quest’analisi sociologica permette di comprendere la tendenza universalistica della cultura, cui si ispirano, e il fatto che, in sostanza preferiscono parlare dell’uomo ideale eterno (ossia di quel tipo di società statica, che garantisce soltanto a un certo ceto la conservazione dei privilegi acquisiti) piuttosto che dei problemi concreti della società in cui vivono per la soluzione dei quali, d’altra parte non si chiede la loro collaborazione.

Realismo e Idealismo
Il primo cinquantennio del secolo è ancora dominato dalla spiritualità, l’uomo è posto al centro dell’universo considerato prevalentemente nella sua realtà e nella sua missione terrena, come l’essere che in se armonizza natura e spirito e crea il proprio destino e la propria civiltà del mondo.
La letteratura del ‘500 esprime frequentemente questo ideale di armonia, esalta l’individualità libera e creatrice. Alla tendenza idealizzata fa riscontro quella realistica, rappresentata soprattutto dalle opere del Machiavelli e del Guicciardini. In esse gli autori pur accettando il motivo della centralità dell’uomo nel mondo e della storia come sua creazione e rigettando ogni visione provvidenzialistica e religiosa, osservano la realtà politica, la sua violenza, la sua contraddizione e ne indagano le leggi.
Alla visione idealizzante contrappongono quella del dramma dell’uomo nella storia, con la capacità critica e spregiudicata e il ripudio di ogni conformismo e d’ogni principio d’autorità che appaiono il frutto migliore della civiltà rinascimentale.
Le due tendenze sono intimamente connesse, in quanto corrispondono ad un’unica concezione laica e mondata della vita. Solo che l’una rappresenta una coscienza amara ma ancora combattiva del momento politico gravissimo che l’Italia sta attraversando, l’altra contrappone ad esso il sogno d’una vita più bella e più nobilmente umana, un sogno utopistico, anche se pur sempre legato allo spirito del Rinascimento. La tendenza idealizzante e la raffinatezza stilistica che essa ricerca condurranno col tempo ad una letteratura povera di contenuto umano e sanzioneranno il distacco tra intellettuale e popolo.
Nella prima metà del secolo tale fenomeno è poco evidente, si tratta di una letteratura più universalistica che nazionale, che inala ad un ideale di classicità, e un messaggio, cioè, per tutti e per sempre, eludendo i concreti e immediati problemi.



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