Analisi Storica de Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa


Uno dei romanzi più letti del secolo scorso è Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa che continua ad affascinare per l'intrigante psicologia dei personaggi, per le ragioni storiche emerse dal mondo in cui il romanzo è ambientato.

Il gattopardo è l'opera che ha reso celebre Giuseppe Tomasi di Lampedusa, nato a Palermo nel 1896 e morto a Roma nel 1957. La pubblicazione del romanzo, avvenuta nel 1958 ad opera di Feltrinelli, suscitò violenti dibattiti, dal momento che essa fu successiva alla morte dell'autore, che in precedenza si era visto chiudere la porta in faccia da tutte le più importanti case editrici, secondo le quali quel genere di libro non era da considerarsi conforme alle richieste dei lettori dell'epoca.
L'ottuso rifiuto si può spiegare parzialmente con la diffusione del neorealismo, per la verità già in crisi, ma ancora largamente operante come punto di riferimento letterario.
Sorprendentemente, Tomasi di Lampedusa ambienta il suo romanzo in un'epoca ormai trascorsa, anche se non lontanissima, senza curarsi minimamente delle beghe politiche dei suoi tempi e della crisi della società, ancora lontana dal riprendersi dopo la fine della seconda guerra mondiale. Sta di fatto che Il gattopardo ottenne un eccezionale successo alla sua uscita, sancendo la fine del neorealismo e l'inaugurazione di un filone letterario che si poneva agli antipodi rispetto a quello che aveva dominato durante la prima metà del Novecento.
La grande capacità espositiva dell'autore, geniale soprattutto nella caratterizzazione dei sofisticati personaggi, ci trasporta immediatamente in quel mondo pieno di fasti e di miseria, nel quale ci troviamo ad essere spettatori perplessi e protagonisti marginali, oggetto e soggetto, allo stesso tempo, del mutamento che in quel mondo incombeva.
Va però sottolineato il parallelo mutamento del tessuto sociale italiano nell'epoca in cui il romanzo si afferma: a partire dall'immediato dopoguerra, che ebbe inizio un'emigrazione di massa dal Sud, poverissimo e disperato verso il Nord, dove l'industria andava già assumendo notevoli proporzioni. Non per niente l'idea di riunificazione era partita ed era stata portata avanti dal Piemonte.
Quando, nel dopoguerra, venne il momento di rimboccarsi le maniche e di ricostruire daccapo il sistema economico non vi furono dubbi su come sarebbero andate le cose.
Il romanzo riscosse notevole interesse proprio perché volto all'esposizione di gravi problemi postunitari e delle disastrate condizioni dell'Italia meridionale. Altrettanto interessante l'estrazione sociale dell'autore, proveniente da una famiglia di nobili: i genitori erano principi di Lampedusa e duchi di Palma e Montechiaro.
Tomasi di Lampedusa viaggiò a lungo per tutta l'Europa assieme alla sua famiglia prima di dedicarsi, negli ultimi anni di vita alla letteratura. Naturalmente, così facendo, egli ebbe modo di accostarsi alle diverse realtà letterarie del continente, che ne forgiarono la poliedrica personalità. Il romanzo, di chiara ambientazione storica, raccoglie circa mezzo secolo di storia siciliana, dal 1860 (spedizione dei Mille) al 1910.
La dominazione borbonica portò al collasso l'Italia meridionale, che venne di fatto isolata dall'Europa, divenendo una specie di feudo gigantesco. Dopo la cacciata dei Borboni, infatti, il potere finì nelle mani delle classi più agiate, formate dai ricchi di sempre e dagli arricchiti dell'ultima ora, sempre più avidi e pronti a tutto per incrementare ancora di più il loro patrimonio. In fin dei conti, cambiò poco o niente e i contadini dell'interno, sobonda, ossessionata da presagi di rovina, dall'altra borghesia, piena di vigore, che incombe, pronta ad appropriarsi delle sue spoglie.
Ma don Fabrizio, il principe di Salina, sembra indifferente al pericolo che si avverte nell'aria della imminente rovina della sua famiglia. Egli si rende conto, per quanto gli costi ammetterlo, che i tempi nuovi non possono che spazzare via quelli vecchi, i suoi, come d'altronde è giusto, e che a nulla servirebbe qualsiasi suo tentativo di opporsi.
La sua storia non può essere messa in discussione: il solo modo per non esserne travolto è quello di assecondarla dolcemente, fino a goderne, quasi fosse una sua creatura che aiutasse a crescere paternamente per poi farsi prendere da essa le proprie cose, la giovinezza, l'amore, la voglia di vivere, quel suo saper essere dominatore in un mondo nel quale la gente, quasi tutta, si fa cristianamente dominare per poter accedere in Paradiso, facendosi strumento della necessità socio-storico-cattolica che la lega al proprio ceto di appartenenza, nel quale soltanto pochi eletti, i dominatori appunto, hanno il dovere-privilegio di assecondare quella necessità medesima che li vuole invece perennemente legati al loro ruolo, non sempre agevole, ancorché prestigioso e foriero di cristiane soddisfazioni, di padroni e signori delle cose terrene, quanto di quelle ultraterrene, se è previsto che ci siano, di quelle proprie non meno che di quelle degli altri, soprattutto dei poveri, dei dominanti ma anche degli stessi dominatori, se capita, non sempre all'altezza di esso ruolo o stanchi di ricoprirlo per secoli, i quali vagheggiano talora di assaporare l'ebrezza che magari provano i timorati di Dio nel farsi dominare, nel cedere le loro povere cose, le loro bestie, le mogli e le figlie, quasi le donassero, in un rito sacrificale, al Signore dei signori, a Dio in persona, perché li faccia passare per la cruna dell'ago e li accolga, quando sarà, nel suo Regno, nel Paradiso dei poveri e dei cammelli smilzi.
Dominatore verace di antico lignaggio, fedele più che mai al medesimo si conviene, don Fabrizio scopre una grande verità, di quelle su cui da sempre poggia il mondo dei potenti e che i diseredati, i puri di spirito e gli onesti non hanno ancora avito la fortuna o la capacità di comprendere: “Perché tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi”. Perciò don Fabrizio approva e incoraggia il nipote Tancredi, un aspirante dominatore senza dominio, povero quanto prestante e spregiudicato timorato di Dio senz'anima, un cucciolo di gattopardo che, mentre sembra chiedere al potente zio di fargli sposare la figlia di un borghese arricchito, tal Calogero Sedara, in realtà sta reclamando la sua ricca dote, il passaggio delle consegue del suo potere, ovvero la sua pelle di vecchio gattopardo, che è il simbolo del casato del principe ma è soprattutto destinato a diventare un simbolo del trasformismo.
Tancredi è la storia che incalza, ma anche il mutante, il portatore di una mutazione fittizia che dunque lascerà le cose immutate, come un vento impetuoso che per quanto soffi veloce tra le giuncacee della palude non può spezzare i fusti pieghevoli, ma soltanto fletterli a quanto, lasciandoli immutati e vigorosi. E' saggio, dunque, per don Fabrizio assecondare Tancredi, l'unico tramite possibile tra sé e il mondo che cambia, anche nella sua richiesta implicita di lasciarsi morire.
Imperturbabile e disincantato, egli rifiuta l'offerta che gli giunge da Torino di un aggio al Senato, proponendo la sua vece proprio Calogero Sedara. Egli non può attendere altro, ormai, che la morte. Per noi lettori di oggi, oltre al godimento della splendida prosa, l'interesse principale del libro sta probabilmente nel contributo che esso può dare alla scoperta delle cause che hanno impedito al Sud di svilupparsi al pari del Nord, lasciando immutata, alla fine del secolo XX, la questione meridionale.
Ma forse può anche aiutarci a comprendere come in quel mondo descritto il terreno per la coltura della mafia fosse già particolarmente fertile.


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