Tesina sul Decadentismo


Il Decadentismo fu un movimento culturale che nacque in Francia, verso il 1880, intorno alla rivista Le Decadent, ma se ne erano avuti i presentimenti alcuni decenni prima, soprattutto nella sensibilità poetica di Charles Baudelaire che ne considerato il precursore. Del resto, stabilire dei limiti cronologici per il Decadentismo è più difficile che di qualsiasi altra manifestazione culturale: esso mette in luce delle linee di pensiero che si sfaccettano in mille sfumature diverse e danno origine a numerosi motivi culturali che durano ancora nel nostro tempo.
Anche determinare un’area geografica preferenziale per l’affermarsi delle tematiche decadenti è molto difficile, perché le inquietudini che si rivelano in Baudelaire nei suoi seguaci francese, si ritrovano artisti di tutta l’Europa ed esprimono ovunque un momento di grande tensione culturale.
Il vocabolo decadente , che all'inizio espresse un giudizio dispregiativo verso i giovani poeti che si ponevano al di fuori delle norme comuni della vita e dell’arte, assunse più tardi il significato di razionale consapevolezza della decadenza della società e dei suoi valori, nel dilagante materialismo di quegli anni.
Paul Verlaine, infatti, confessava di sentirsi come un romano della decadenza che vede sfilare davanti a sei barbari invasori. E i barbari invasori erano tutti i fenomeni di smodata esaltazione per le conquiste politiche e tecnologiche.
Siamo, quindi , in un’epoca in cui si manifesta vistosamente la divaricazione tra gli intellettuali e la società. Essi si sentono estranei ad un mondo di rapida trasformazione, dominato da interessi di carattere economico e materialista, dove le teorie ottimiste del Positivismo si rivelano fallimentari a spiegare scientificamente i misteri della vita e dell’uomo. Essi si sentono lontani sia dalla classe dominante borghese che prospetta nuovi limiti aggressivi, come l’imperialismo e il razzismo, sia dalle classi popolari che cercano l’emancipazione attraverso la lotta di classe, gli scioperi, la violenza.

La Storia

Negli anni tra il 1880 e la fine del secolo le grandi potenze europee proseguono la loro ascesa (Germania e Inghilterra) o riorganizzano la loro politica (Francia e Italia) tutte mosse dall'impegno di far fronte alle trasformazioni socio-economiche che il progresso industriale impone. E’ l’economia, infatti, la forza motrice della vita politica dello scorcio dell’Ottocento dominato
da un forte sviluppo della grande industria che determina una crescente competizione economica tra le potenze più forti per il controllo dei mercati;
dall'intensificarsi dell’espansione coloniale che scatena pericolosi imperialismi;
dall'affermarsi dei partiti popolari e dei sindacati in cui convergono le masse operaie, sempre più coscienti del loro peso sociale e dei loro diritti.

Lo sviluppo della grande industria

Le nuovi fondi di energia, la rapidità dei nuovi mezzi di comunicazione, i primi esperimenti di volo, il telefono, il cinematografo… le numerosissime della tecnica applicate al mondo della produzione, accelerano lo sviluppo della grande industria che diventa sempre più l’asse portante di tutta l’economia europa.
In Germania la politica del Bismark favorisce lo sviluppo industriale e il formarsi dei potenti monopoli intorno alla produzione dell’acciaio e delle armi in questa forze economiche si incentrano i principi di nazionalismo e di competizione con le altre potenze, fulcro della politica egemonica tedesca.
In Inghilterra lo sviluppo industriale è all'avanguardia  e una politica liberale assicura tanto ampi riconoscimenti dei diritti dei lavoratori quanto un’incontrastata supremazia nel controllo dei mercati europei. Quindi l’Inghilterra è guardata come il paese modello dello sviluppo industriale.
La Francia e l’Italia, dopo le vicende del 1870, sono impegnate a ristabilire la politica interna; la prima riaffermando i principi liberali della tradizione repubblicana con la Terza Repubblica, si adopera uno sforzo notevole per il riassetto economico nel settore industriale, per competere con le altre potenze. In Italia nel programma del governo della Sinistra, che ha preso il potere dal 1876, è contemplato anche un impulso all'industrializzazione  per dare alla nazione una svolta di modernità nel campo dell’economia. Purtroppo per incoraggiare le industria è necessario applicare una politica protezionista (che scoraggi l’introduzione di prodotti stranieri) e di aiuto da parte dello Stato; questo sforzo è utile allo sviluppo economico del Nord, ma accresce le discordanze con il Sud, ancorato ad una misera agricoltura (che non produce neanche tanto da pagare le forti imposizioni fiscali) e dove disoccupazione e fame raggiungono livelli penosi. Nasce perciò il fenomeno dell’immigrazione verso le Americhe, dove gli Stati Uniti, fortissimi economicamente dopo la conquista del Far West e l’espansione imperialistica nel centro e nel sud, offrono lavoro alla mano d’opera dei più poveri paesi europei.

Colonialismo e imperialismo

La politica coloniale è figlia della politica industriale: questa fase del francese Jules Ferry ci fa subito capire quale fu lo stimolo che spinse le grandi potenze alla conquista dei continenti cosiddetti sottosviluppati. La forte crescita economica fece nascere il bisogno di nuove fonti di materie prime e di più ampi mercati, e anche una smodata ambizione di possedimenti territoriali.
Le nazioni forti videro nella gara espansionistica un mezzo per affermare il loro prestigio e la loro potenza politica, tanto più se la conquista si associava alla missione di civiltà che esse potevano svolgere nei confronti di popolazioni barbare e primitive, di popoli inferiori incapaci di sfruttare le ricchezze naturali dei loro territori. Diventò un diritto delle grandi potenze conquistare terre d’Africa, d’Asia o d’America, assoggettando le popolazioni indigene in nome di un’ipotetica superiorità della razza bianca.
Inghilterra, Francia, Germania, Belgio stabilirono ampie colonie in Africa e in Asia. La Russia partecipò con la Francia e l’Inghilterra alla spartizione della Cina, contrastata da Giappone, la nuova potenza che dal 1894 in poi cominciò a manifestare le sue ambizioni nazionalistiche e imperialistiche nell’Estremo Oriente.
In America, gli Stati Uniti erano ormai la potenza egemonica che poteva espandere le sue conquiste verso le regioni più occidentali del suo continente, assoggettando o sterminando gli Indiani, oppure verso il Centro-Sud sottraendo ampie colonie al dominio spagnolo.
Anche l’Italia fu coinvolta nelle conquiste coloniali (non sempre con fortuna) soprattutto dall'acceso nazionalismo del governo Crispi (1893-1896) e più tardi, con maggiore oculatezza, dal governo Giolitti.
L’avventura imperialistica, dunque, fu un fenomeno di vaste proporzioni e generalizzato a tutte le grandi potenze mondiali, frutto di un sentimento nazionalista sempre più esasperato, spesso accompagnato da pericolose teorie di superiorità e inferiorità di razziale. E non furono conquiste inerenti  ma richiesero guerre, sacrifici e massacri.

Conflitti di classe e movimenti operai

Dalle trasformazioni industriali delle società erano nate le idee del socialismo in cui, soprattutto il proletariato urbano, aveva trovato la sua più adeguata espressione politica. Il partito socialista, sul finire del secolo, si era affermato in tutti i Paesi europei (in Italia fu fondato a Genova nel 1892 da Filippo Turati), esso contribuiva a dare ai lavoratori una coscienza politica e una reale consapevolezza dei loro diritti all'interno della società industriale di cui erano propulsori e sempre più antagonisti.
Quando si affermò la forte impennata dell’economia con l’ascesa dell’industria in seguito al colonialismo, si intensificarono anche le inquietudini sociali. Da una parte cresceva la ricchezza della classe dirigente e padronale perché diventavano sempre più numerosi i mezzi per produrla; dall'altra aumentava la miseria proprio degli operai, che restavano ai margini del processo innovativo, con nuovi bisogni, dato l’innalzamento dei livelli economici generali, ma con lavori senza garanzie e senza protezioni, alla mercè dello sfruttamento dei loro padroni.
L’industrializzazione aveva portato all'affollarsi delle città dove le condizioni di vita si stavano assestando, rispetto ai decenni precedenti, ma dove notevoli erano i disagi contingenti, determinati soprattutto da estenuanti orari di lavoro, dalla esiguità dei salari, dalla mancanza di qualunque assistenza nei casi di malattia e di vecchiaia. Fu naturale, quindi che in questa realtà che mostrava un aspetto duplice e contraddittorio, crescessero e si inasprissero le tensioni e i conflitti fra la classe padronale, irrigidita nei suoi privilegi, e la classe operaia che scopriva la sua forza nella compattezza delle organizzazioni sindacali o in quelle di fabbrica. I sindacati, infatti, che in Inghilterra esistevano come Trade Unions fin dal 1868, sorsero rapidamente ovunque (in Italia nel 1906), creando legami di solidarietà e coordinamento le lotte rivendicative dei lavoratori che si iscrivevano al sindacato sempre più numerosi.
La questione sociale divenne un problema scottante, soprattutto dopo le agitazioni nelle miniere della Renaria (1878), nei porti inglesi (1892-93) e dopo gli scioperi, lunghi e numerosi, in molti altri paesi europei. Queste lotte misero in luce la determinazione dei lavoratori: essi non potevano essere più messi a tacere con mezzi repressivi, ma dovevano ottenere soddisfazioni alle loro rivendicazioni. Così furono redatte leggi che rispondevano alle loro richieste più generali come il diritto all'istruzione  la partecipazione alla vita politica, misure di assistenza e di pensione… Rimasero in certi rapporti con i datori di lavoro, non sempre disposti a fare concessioni su orari e salari. Più tardi sarà proprio la forza dei sindacati che riuscirà a sbloccare queste resistenze.
Anche la Chiesa si schierò con il lavoratori e, pure auspicando una politica di accordo tra le classi sociali, con l’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII, riconobbe la legittimità delle lotte operaie per la difesa delle condizioni di lavoro.
Rimanevano quasi totalmente fuori di ogni conquista sociale le popolazioni rurali e contadine, estranee alle motivazioni di lotta degli operai, verso di loro anche il partito socialista aveva mostrato scarsa iniziativa ed esse cominciarono più tardi a prendere coscienza delle loro condizioni e delle possibilità organizzative e di lotta, appoggiate ovunque dalle associazioni religiose cattoliche e protestanti.

Caratteri generali

Ci è facile capire come, nel contesto storico-sociale che abbiamo tracciato, nasca una progressiva scissione tra la gente comune (i barbari) alla ricerca del benessere materiale, e gli intellettuali appartati in un aristocratico isolamento alla ricerca di nuove dimensioni dello spirito umano. Con il Positivismo essi mostrano sfiducia nella ragione come fonte di conoscenza assoluta e preferiscono esaltare l’irrazionale che permette l’evasione nel sogno e nell'astrazione mistica e la sensazione del mistero: “non vogliamo più la realtà: dateci il sogno, il riposo nell'ombra dell’ignoto”.
La scienza è ridimensionata a semplice studio di fenomeni, e perfino la matematica sembra perdere le sue certezze indiscutibili con la scoperta della teoria dei quanti di Max Plank (1900) e del principio di relatività di Albert Einstein (1905).
Contro il dilagare delle manifestazioni e delle esaltazioni della masse, i decadenti si ripiegano nella solitudine e nella dignità dell’Io individuale, indagato nei meandri profondi della psiche secondo Sigmund Freud (1856-1939). Non è un ripiegamento rinunciatario e avvilito, ma piuttosto sdegnoso e aristocratico: essi non vogliono confondersi con la folla, compiaciuti nell'elevatezza del loro sentire.
In alcuni spiriti più vigorosi questo isolarsi diventa ansia di protagonismo, desiderio di emergere dalla mediocrità e di imporsi con spregiudicatezza sugli uomini comuni: sono le idee del filosofo Friedrich Nietzche (1844-1900) che, ai valori tradizionali dell’etica e della morale, contrappone la mitica figura del superuomo, esaltandone le doti di forza e di azione. Il superuomo vagheggia una vita “al di là del bene e del male”, assolutamente libertà e aperta a tutti i piaceri, esaltata da un vitalismo gioioso, edonistico e da un’incontrastata volontà di potenza (se ne ha esempio in alcune pagine di Gabriele D’Annunzio).

La letteratura

Essendo l’esaltazione del soggettivismo, dall'introspezione e della sregolata irrazionalità, il Decadentismo in letteratura si contrappone al Realismo, basato sull'oggettività d tipo scientifico, e al Classicismo che prediligeva la perfezione formale imperniata su precise regole stilistiche.
La poesia è, per il decadente, la sola possibile intuizione della realtà e il poeta non è più considerato il vate guida e coscienza dei popoli, ma il veggente, colui che vede e sente mondi arcai e invisibili; le parole poetiche non hanno peso, sono musica evocativa e mistica, e i versi, svincolati da ogni regola metrica, diventano rapidi, intensi di significato e di simbologie, illuminati su impenetrabili misteri.
Attraverso la letteratura si chiariscono gli atteggiamenti dei decadenti: da una parte il ripiegamento interiore e il tormento di fronte al mistero dell’esistenza, dall’altra l’esaltazione dell’individuo nell'ansia sfrenata di vincere la mediocrità del reale rompendo tutti gli schemi precostituiti (Fogazzaro). In queste due divergenti direzioni vediamo muoversi poeti intimisti come Pascoli, Rilke, Yeats, Wilse e D’Annunzio. Rimbaud, Verlaine, Mallarmé sono considerati “poeti maledetti” per la loro eccentrica sregolatezza e Huysmans, nel suo romanzo A rebours, traccia il profilo esemplare del decadente esteta, che vive rifiutando la morale comune ed esaltando la bellezza. Sono anime in fuga dalla realtà, verso mondo personalissimi dove stravaganza ed edonismo servono a creare vita unica, inimitabile al volgo. In seno al Decadentismo fiorirono altre esperienze: il Simbolismo e l’Impressionismo letterario, come ci testimoniano il belga Maeterlink e i francesi Rimbaud e Mallarmé, e l’Intimismo degli scrittori della generazione del ’98 in Spagna, di cui fecero parte De Umamuno e Machado.
Alla fine del secolo il movimento era presente in tutti i paesi d’Europa e non fu certo un fenomeno di breve durata, ma segnò profondamente la cultura, condizionandone atteggiamenti e ispirazioni. Si può dire, anzi che da allora l’intellettuale, pur nella varietà di specifici atteggiamenti e risoluzioni, non ha mai cessato di essere un decadente, un uomo di pensiero, cioè, alla ricerca della propria identità e della propria funzione all'interno della società e della storia, ansioso di sperimentare nuovi e più adeguati mezzi espressivi.

Scienza e la tecnica

Il vertiginoso ritmo con cui si realizzarono le conquiste della scienza e della tecnica modificarono sostanzialmente la vita sociale della fine dell’Ottocento. Ma ben presto altre novità si realizzarono nel continente in ogni campo.
Nel 1892 l’invenzione del motore a combustione interna, da parte del tedesco Rudolf Diesel, rivoluzionò il settore dei trasporti; l’impiego del petrolio (e derivati), iniziato negli USA nel 1859, si diffuse anche in Europa, dove veniva estratto nel Caucaso, in Galizia o in molte colonie di recente conquista.
Nel 1893 le industrie tedesche Krupp brevettarono uno speciale acciaio che contribuì al grande rilancio dell’industria pesante, basata su ritmi produttivi sempre più rapidi.
Tra il 1894 e il 1896 vennero sperimentare le prime centrali elettriche, in seguito alla scoperta dell’elettricità da parte dello statunitense Thomas Alva Edison (1879) e già nel 1896 alcune città ebbero l’illuminazione elettrica nelle loro strade, mentre l’elettrometallurgia dava una nuova impennata alla produzione industriale. Seguirono altre invenzioni che furono, a dir poco, sbalorditive: il telefono (1877), la bicicletta (1878), l’automobile (1880).
Nel 1895, a Bologna, furono realizzate le prime trasmissioni radio da Guglielmo Marconi, mentre nello stesso anno a Parigi, i fratelli Louis e Auguste Lumiere presentavano il cinematografo di loro invenzione, e solo otto anni dopo i fratelli Orville e Wilbur Wright, negli Stati Uniti, realizzarono il primo volo in aeroplano.


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