L'Italia dopo la prima guerra mondiale


Riassunto:
La prima guerra mondiale aveva lasciato l’Europa stremata per lo sforzo compiuto e pesantemente indebitata, in particolare con gli Stati Uniti. Oltre ai morti e alle distruzioni, si aggiungevano dunque le difficoltà economiche, che generarono ovunque un profondo malessere sociale. In Italia tali effetti furono particolarmente gravi perché misero in evidenza gli squilibri già presenti nel tessuto economico e sociale. Nel periodo del massimo sforzo bellico infatti tutte le risorse economiche erano state riversate nell’industria pesante, concentrata nel triangolo Milano-Torino-Genova, che si era notevolmente sviluppata e aveva accumulato ingenti ricchezze grazie alle commesse statali e alle numerose agevolazioni finanziarie. Tuttavia con la fine del conflitto la spesa pubblica era crollata e le industrie del Nord erano state costrette a provvedere in tempi brevi a una riconversione produttiva, cioè al passaggio da un’economia di guerra a un’economia di pace. Tale complessa operazione veniva rallentata enormemente dalla caduta generale del tenore di vita: gli Italiani, cioè, erano troppo poveri, a maggior ragione dopo la guerra, per alimentare un mercato interno di beni di consumo in grado di sostituire la domanda dello Stato e di garantire dunque sufficienti profitti alle industrie si manifestò sempre più la tendenza a sospendere ogni attività e a licenziare gli operai.
Lo sforzo di riconversione era aggravato anche dai problemi finanziari che affliggevano le banche italiane: queste, infatti, durante il conflitto avevano effettuato consistenti prestiti a lungo termine ai colossi dell’industria e ora faticavano a recuperarli. La crisi ebbe il suo culmine nel 1921, quando il fallimento di alcuni grandi trust, come il complesso siderurgico Ilva e quello meccanico dell’Ansaldo, provocò il crollo di importanti istituti bancari con immediati riflessi negativi su tutto il sistema industriale. Di qui un costante aggravarsi delle già difficili condizioni di vita dei lavoratori, specie di quelli a reddito fisso sui quali pesava un’inflazione galoppante. La crisi colpì anche la piccola e media borghesia, il cui tenore di vita era notevolmente peggiorato rispetto agli anni precedenti alla guerra. La produzione agricola a sua volta era crollata a causa dell’abbandono delle campagne, rese improduttive dalla lunga assenza degli uomini che combattevano al fronte. La situazione era particolarmente grave, se ricordiamo che in quegli anni l’Italia era ancora un Paese essenzialmente agricolo. Oltre a ciò, a partire dal 1917 gli Stati Uniti avevano iniziato a imporre delle limitazioni all’emigrazione transoceanica, precludendo ai contadini poveri la possibilità di cercare fortuna in America. Le conseguenze sull’occupazione furono pesanti e il numero dei disoccupati nel 1919 toccò la cifra di due milioni di unità.

Le rivendicazioni dei reduci di guerra
Ad aggravare ulteriormente il quadro sociale contribuiva la smobilitazione dei circa sei milioni di uomini chiamati alle armi dall’inizio del conflitto e che ora si trovavano a occupare lavori inferiori a quelli ottenuti durante la guerra o addirittura senza occupazione. La coscienza dei sacrifici affrontati spingeva la maggior parte dei reduci a rivendicazioni di ordine economico e sociale, inasprite dall’amarezza di non vedere realizzate quelle riforme e in primo luogo una più equa ripartizione delle terre incolte che erano state loro promesse nei duri giorni del fronte. Molti soldati infatti avevano combattuto nel fango delle trincee con la speranza di ottenere come ricompensa terre da coltivare, che soprattutto nel Meridione erano concentrate nelle mani di pochi latifondisti. Il governo italiano tuttavia non aveva attuato nessuna riforma agraria e i reduci attendevano invano le terre promesse.

Clima autoritario, violenze urbane e rurali
In breve tempo nel Paese si determinò una situazione di grande instabilità, caratterizzata da spinte autoritarie e antidemocratiche. Questa tendenza riguardò tutti i settori della società, a cominciare dallo Stato, i cui organi fondamentali (burocrazia, esercito, polizia, magistratura), abituati durante la guerra a esercitare un ruolo di effettiva autonomia nei confronti del Parlamento, erano poco disponibili a risolvere i problemi delle classi popolari, che chiedevano a loro volta una partecipazione attiva alla vita democratica del Paese. D’altra parte fra le masse la crisi d’identità sociale tendeva a manifestarsi in uno sfogo di nazionalismo irrazionalistico oppure nella tendenza a risolvere con l’azione diretta tutte le difficoltà. In tale contesto ebbe inizio una stagione di proteste e di scioperi: gruppi sempre più numerosi di persone davano luogo a uno stato di agitazione permanente contro il carovita, che spingeva molti addirittura al saccheggio e alla distruzione delle merci nelle città. Anche nelle campagne, soprattutto nel Meridione, la situazione diventava sempre più esplosiva, e ben presto le proteste dei contadini per la mancata riforma agraria culminarono nell’occupazione delle terre padronali.

Nuovi partiti e movimenti politici nel dopoguerra
Nel difficile clima del dopoguerra, i partiti politici avrebbero potuto rappresentare un elemento di equilibrio all’interno della società italiana. Essi però si dimostrarono incapaci di dialogare con le forze sociali e di trovare una pur minima base di intesa per risolvere i gravi problemi che affliggevano il Paese. Il Partito liberale, dominator pressoché incontrastato della storia italiana dell’Ottocento, andava ormai perdendo peso politico, mentre il maggior partito di massa, quello socialista, nato nel 1892, era sempre più diviso al suo interno. Fu allora che sulla scena politica si affiancarono nuovi movimenti, che cercarono di rispondere alle sempre più pressanti richieste delle masse.
In questo quadro si formò un nuovo partito di ispirazione cattolica, il Partito popolare italiano, fondato il 18 gennaio 1918 per iniziativa di don Luigi Sturzo e con l’appoggio dello stesso pontefice Benedetto XV. Tra i punti più qualificanti del programma del nuovo partito vi era una radicale riforma agraria, che interessava i ceti rurali (coltivatori diretti, affittuari, mezzadri), considerati un baluardo contro la diffusione del socialismo. In base ad essa il proprietario avrebbe cessato di essere il padrone per diventare, al pari dei contadini e dei salariati, un socio dell’azienda agricola. Il programma prevedeva inoltre l’estensione del voto alle donne, l’adozione del sistema elettorale proporzionale in sostituzione del vecchio sistema uninominale e una maggiore autonomia locale e regionale, in contrasto con il centralismo liberale e giolittiano.
Questi principi favorirono l’unione di più persone appartenenti a classi sociali diverse in un’unica organizzazione politica, nella convinzione che l’apertura ai valori autenticamente cristiani potesse far trovare un’armonica integrazione dei vari interessi (interclassicismo). Tuttavia i popolari non incontrarono il favore  dei liberali, che giudicavano il loro programma troppo avanzato e li accusavano di bolscevismo bianco. Inoltre l’attenzione del partito di Sturzo nei confronti del problema operaio era molto limitata, anche perché presso il proletariato industriale era maggiormente diffusa l’ideologia socialista, basata sulla lotta di classe; dal canto loro i socialisti tendevano ad acuire il proprio anticlericalismo e a rifiutare ogni intesa con i popolari, accusati di essere sensibili solo al problema contadino.
All’interno del Partito socialista, passato dai 40.000 a 87.000 dal 1914 al 1919, prevaleva sempre di più la corrente rivoluzionaria o massimalista, guidata da Giacinto Menotti Serrati (1872-1926) e avversa a ogni collaborazione con lo Stato borghese. Questa impostazione risultava in piena sintonia con lo stato d’animo della maggior parte della classe operaia italiana degli anni 1919 e 1920, ma appariva ben lontana dal proporre un piano d’azione concreto, invocato invece dai riformisti, favorevoli alla collaborazione con la parte progressista della borghesia. E proprio gli esponenti riformisti, guidati da Filippo Turati (1857-1932), non perdevano occasione per sottolineare che il partito, in attesa della rivoluzione che non si realizzava, non avrebbe dovuto rinunciare all’uso degli strumenti che il sistema democratico poteva offrire, realizzando una progressiva trasformazione della società.
Proprio mentre la polemica tra le due correnti si faceva più rovente, se ne veniva costituendo una terza, legata ad Amadeo Bordiga (1889-1970) e al giornale torinese L’Ordine Nuovo, fondato nel 1919 da una vivace e colta elite intellettuale che ebbe tra i suoi esponenti più rappresentativi Antonio Gramsci (1891-1973) e Palmiro Togliatti (1893-1964) L’ordine Nuovo sollecitava la formazione di un partito rivoluzionario sul modello di quello realizzato da Lenin in Russia, un avanguardia operaia delegata a organizzare e a guidare la lotta armata attraverso i consigli di fabbrica, simili ai soviet russi.
Neppure i socialisti massimalisti, al di là dei loro discorsi violenti ed eversivi, si trovavano al momento preparati a un tipo di rivoluzione come quella prefigurata dai membri di ordine Nuovo. Tanto meno sembravano esserlo gli aderenti alla Confederazione generale del lavoro, controllata dai socialisti riformisti, i cui iscritti, passati dai 249.000 del 1918 agli oltre un milione e mezzo del 1919, costituivano una forza numerica imponente, accanto a quanti avevano aderito alla Confederazione italiana dei lavoratori, di ispirazione cattolica, basata essenzialmente su una massiccia partecipazione del mondo cattolico.

Mussolini crea i fasci di combattimento
Dello stato di confusione della politica italiana seppe abilmente approfittare Benito Mussolini (1883-1945). Dopo essere stato espulso dal Partito socialista nel 1914 per le sue posizioni interventiste, una volta rientrato dal fronte si era messo a difendere dalle colonne del suo giornale, Il Popolo d’Italia, i risultati della guerra vittoriosa contro l’arrendevolezza e l’incomprensione della classe dirigente e a farsi sostenitore dell’ordine interno contro i disordini che agitavano il Paese. Dotato di una non comune capacità non oratoria, era perciò riuscito a raccogliere intorno a sé alcuni simpatizzanti fra i nazionalisti, gli ex combattenti e soprattutto i giovani della media borghesia, con l’appoggio dei quali aveva fondato i Fasci di combattimento (marzo 1919).

Il programma di San Sepolcro
Il programma del nuovo movimento (detto di San Sepolcro, in quanto approvato a Milano in un vecchio stabile affacciato su una piazza dallo stesso nome) prevedeva l’instaurazione della repubblica con ampie autonomia regionali e comunali, il suffragio universale esteso anche alle donne, l’istituzione del referendum popolare, l’abolizione del Senato in quanto di nomina regia, l’eliminazione dei titoli nobiliari, della polizia politica e della coscrizione obbligatoria. Prevedeva inoltre il pagamento dei debiti dello Stato da parte delle classi più abbienti, la lotta alle speculazioni borsistiche e bancarie, la terra ai contadini, la partecipazione dei lavoratori agli utili delle aziende, la concessione di industrie e servizi pubblici a organizzazioni operaie, a riduzione dell’orario di lavoro.
Come è facile rilevare, il programma di San Sepolcro raccoglieva un insieme di posizioni generiche ed eterogenee: d’altra parte, lo stesso Mussolini tendeva a considerare i fasci come un movimento politico duttile ed elastico che come un partito con una sua precisa ideologia. Noi fascisti – affermava allora – ci permettiamo il lusso di essere aristocratici e democratici, conservatori e progressisti, reazionari e rivoluzionari, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo e di ambiente. I fascisti non hanno dottrine prestabilite: la loro unica tattica è l’azione.

Le idee-forza del fascismo
Tuttavia, a dispetto della presenza di differenti correnti all’interno del movimento fascista, comparivano già allora alcuni elementi chiave che sarebbero rimasti invariati anche in seguito, con la presa del potere: il nazionalismo, l’esaltazione dell’azione individuale e della violenza, l’ostilità sia verso i socialisti; soprattutto un sostanziale antiparlamentarismo e la volontà di imporre il proprio modo diretto e violento di fare politica. Un significativo segno di quali sviluppi potesse avere il nuovo movimento si ebbe il 15 aprile 1919 durante uno sciopero generale a Milano, allorché un gruppo di fascisti e di loro fiancheggiatori procedette al saccheggio e all’incendio della sede dell’Avanti!, quotidiano del Partito socialista. Nonostante ciò, l’opinione pubblica e i politici del tempo non compresero la portata del fenomeno fascista e ritennero impropriamente che fosse destinato a rientrare ben presto nei limiti della legalità o a sparire del tutto.

La vittoria mutilata
In un contesto caratterizzato da gravi difficoltà economiche e contrasti sociali, l’Italia doveva far fronte anche a un diffuso senso di frustrazione e di delusione riguardante l’esito della guerra. Sembrava infatti che i terribili costi, soprattutto umani, della guerra non fossero serviti a nulla, dato che il Paese non era riuscito neppure a ottenere gli ampliamenti territoriali previsti dal patto di Londra, e ciò nonostante avesse avuto un ruolo determinante nella sconfitta degli imperi centrali. Alla conferenza di pace di Parigi, l’Italia aveva infatti trovato un ostacolo insormontabile nel presidente americano Wilson, deciso a difendere il principio di nazionalità, in virtù del quale gli Slavi dovevano riunirsi in un unico Stato: perciò egli non volle riconoscere l’annessione all’Italia della Dalmazia, dove la popolazione era quasi tutta slava. Per i rappresentanti italiani Orlando e Sonnino, invece, il patto di Londra andava rispettato e quindi Dalmazia e Istria dovevano passare all’Italia, con l’aggiunta della città di Fiume, non menzionata in quel trattato ma abitata in maggioranza da italiani e proclamatasi italiana dal 1918. Anche Francia e Inghilterra si opposero a tali richieste, dal momento che non vedevano di buon occhio un aumento dell’influenza italiana sull’Adriatico. Di fronte alla fermezza e alle pressioni dei tre ex alleati, Orlando e Sonnino, sdegnati e irritati, abbandonarono i lavori. Tale gesto ebbe però delle conseguenze ancora più disastrose, visto che, quando si trattò di decidere le sorti delle colonie tedesche, queste furono spartite tra le altre potenze, mentre l’Italia venne ignorata. Su larga parte dell’opinione pubblica ebbe così vasta presa il mito della vittoria mutilata e in breve si diffuse fra gli ambienti nazionalisti l’idea fi riprendere le armi per correggere le storture dei trattati di pace.

L’impresa fiumana di D’Annunzio
A causa di tali avvenimenti nel giugno del 1919 il governo Orlando cadde e venne sostituito da un altro ministero liberale, retto dall’economista Francesco Saverio Nitti (1868-1953). Costui raggiunse con le potenze vincitrici un accordo in base al quale Fiume sarebbe stata evacuata dalle truppe italiane, che fino allora l’avevano presieduta, e affidata a reparti alleati in attesa di una definitiva soluzione del problema. La decisione irritò ben presto gli ambienti nazionalisti. Il poeta Gabriele D’Annunzio, facendosi interprete di tale esasperazione, nella notte tra l’11 e il 12 settembre 1919, alla testa di un folto gruppo di volontari e di un consistente numero di ufficiali e soldati, partì a Ronchi (Monfalcone) per occupare Fiume, dove instaurò un governo provvisorio sotto il nome di reggenza del Carnaro e proclamò contemporaneamente l’annessione della città all’Italia. Nitti, dal canto suo, non assunse una ferma posizione né a favore né contro gli eventi di Fiume, che si sarebbero risolti l’anno successivo, sotto il nuovo governo Giolitti.

Il nuovo sistema proporzionale e l’affermazione dei socialisti e dei cattolici
Nonostante l’esitazione manifestata a sproposito della questione fiumana, Nitti si dimostrò risoluto nel far approvare dal Parlamento il sistema elettorale proporzionale (detto anche a scrutinio di lista), in sostituzione di quello uninominale e nel renderlo esecutivo tre mesi dopo nel corso delle elezioni politiche generali del 16 novembre 1919, le prime tenute nel dopoguerra. Il primo ministro era infatti convinto che per avviare l’Italia verso un concreto progresso fosse indispensabile eliminare le grandi ma instabili coalizioni liberali e moderate, basate soprattutto sulla corruzione elettorale, e puntare sulla formazione di partiti politici solidi e come tali capaci di realizzare sul piano parlamentare la serie di riforme che il Paese aspettava. La riforma elettorale favorì in effetti i partiti organizzati secondo una struttura moderna, anche per l’approvata estensione del suffragio universale maschile a tutti i cittadini dai 21 anni in poi: i risultati elettorali ottenuti il 16 novembre confermarono tutto ciò, mettendo in chiara luce l’entità della crisi del liberalismo e della vecchia Italia prebellica a tutto vantaggio dei socialisti, che conquistarono 156 seggi contro i 52 del 1913, e dei cattolici, che ne conquistarono 100, pur essendosi presentati per la prima volta alle urne.

Dimissioni di Nitti e ultimi governo Giolitti
Nitti si rese ben presto conto dell’impossibilità di una collaborazione con i socialisti o con i cattolici, ed essendo osteggiato anche dalle destre non ebbe altra scelta che dimettersi. Vittorio Emanuele III allora convocò al Quirinale il vecchio Giolitti, il quale, fiducioso nella propria esperienza e abilità, si rese disponibile a dare vita a un nuovo corso riformatore nel Paese.
Anche Giolitti però si trovò in breve in gravi difficoltà a causa della profondità della crisi liberale da una parte e del carattere organico delle agitazioni di masse dall’altra: i lavoratori chiedevano sempre più compatti la riduzione della giornata lavorativa ma soprattutto l’aumento dei salari, ormai falcidiati dall’inflazione; gli industriali, dal canto loro, rifiutavano ogni concessione, trovandosi a loro volta in difficoltà sia per i problemi derivanti dalla riconversione delle strutture, sia per le pesanti tasse imposte dal governo, sia, infine, per la resistenza opposta dalle banche alle loro richieste di prestiti.

Le agitazioni del Biennio Rosso (1919-1920)
Poco tempo dopo la nomina di Giolitti, si scatenarono una lunga serie di scioperi a catena e di manifestazioni, che culminarono in quello che viene definito biennio rosso. Di fronte alla decisione degli industriali di non concedere gli aumenti salariali richiesti, i sindacati di sinistra indissero uno sciopero bianco cui la controparte rispose con la serrata, ossia con la chiusura degli stabilimenti. Per tutta risposta tra la fine di agosto e i primi di settembre del 1920 i lavoratori metalmeccanici del Nord, aderenti al sindacato Fiom (Federazione impiegati operai metallurgici), e più in particolare del triangolo industriale Torino-Milano-Genova, procedettero all’occupazione di oltre seicento fabbriche. A ciò si aggiunse la protesta dei contadini, in particolare dei braccianti del Centro-Nord, i quali, con l’appoggio della Federazione dei lavoratori della terra, chiedevano un aumento dei salari e una maggiore stabilità occupazionale.

Il sostanziale fallimento della mediazioni di Giolitti
La situazione era divenuta molto grave e sarebbe potuta sfociare da un momento all’altro in una guerra civile dato che il movimento si era nel frattempo diffuso in tutta l’Italia, se Giolitti non si fosse energeticamente opposte alle richieste di tipo autoritario dagli industriali. Egli infatti decise di tenere lo Stato fuori dal conflitto, dette ordine alla forza pubblica di non assalire le fabbriche, ma al tempo stesso di non permettere l’uscita degli operai in armi dai luoghi di lavoro, mentre riuscì a raggiungere fra il 12 e il 20 settembre un accordo grazie alla collaborazione con i sindacati.
Così, dopo ben sette settimane di lotta, la vertenza poté considerarsi conclusa con insoddisfazione, però, di tutti. Gli industriali ritennero infatti di avere subito una grave disfatta, avendo dovuto accettare forme di controllo operaio sulle aziende, e presero atto della debolezza del governo, a loro avviso troppo favorevole allo spirito rivoluzionario delle masse. Gli operai, a loro volta, pur avendo ottenuto importanti risultati come la riduzione della giornata lavorativa a otto ore, avevano dovuto rinunciare all’occupazione e cedere su diverse richieste: ciò finì col danneggiare le forze popolari e le organizzazioni sindacali, che uscirono dunque indebolite dalla difficile contesa e con la prospettiva di una scissione ventilata dai più decisi sostenitori del massimalismo socialista.

La risoluzione della questione di Fiume
A confortare Giolitti intervenne la risoluzione della delicata questione di Fiume. Il 12 novembre 1920 il governo italiano firmò con la Iugoslavia il trattato di Rapallo, in base al quale Fiume veniva dichiarata città libera, dunque non soggetta all’autorità dell’Italia né a quella iugoslava, in cambio del controllo di alcune cittadine della Dalmazia. Di fronte a tale iniziativa diplomatica, D’Annunzio rifiutò fermamene di abbandonare la città. A quel punto Giolitti, subito dopo l’approvazione del trattato da parte della Camera e del Senato, dette ordine all’esercito di muovere contro Fiume (20 dicembre 1920). Dopo avere resistito un mese, D’Annunzio e i suoi seguaci dovettero lasciare la città (18 gennaio 1921).

L’indipendenza dell’Albania
Alla base del comportamento di Giolitti vi era stata l’aspirazione a eliminare un pericoloso focolaio di tensioni: la stessa aspirazione che lo aveva indotto un mese prima a ritirare le truppe dall’Albania, rinunciando al mandato affidato agli Italiani del trattato di pace, e a riconoscere ufficialmente l’indipendenza di quel territorio (agosto 1920).
Tale scelta però suscitò l’avversione dei non pochi seguaci del nazionalismo e del fascismo nascente, che accusavano il governo Giolitti di eccessiva accondiscenda nei confronti degli alleati, e in particolare del presidente americano, il quale voleva applicare i propri principi soltanto nei riguardi dell’Italia.
Giorni ancor più travagliati e difficili erano dunque alle porte: i liberali, lacerati da dissidi interni e violentemente attaccati dalle forze di destra e di sinistra, non esercitavano più un ruolo di primo piano, proprio mentre il fascismo diventava di giorno in girono sempre più aggressivo.


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