Analisi: Il passero solitario


di Giacomo Leopardi
Analisi del testo:

Dividiamo l'idillio in tre parti:

parte I (v.1-16)
Nella prima parte il poeta canta del passero, coi suoi costumi, rappresentato in un 'quadro basato non solo sulla natura ma anche sul comportamento degli altri
uccelli. Risalta subito il tema della solitudine, che nel passero non provoca dolore o angosciose domande sulla vita e sul destino. Anzi all'apparenza il 'solingo augellin' sembra padrone del cielo, col suo canto spiegato alla campagna, mentre la primavera è in festa nell'aria e nella natura e tutto sembra partecipare di una gioia comune. Ma già in questa prima stanza possiamo cogliere il filone o lo sfondo di una solitudine pensosa e quindi dolorosa.

parte II (v.17-44)
Il centro della seconda stanza è il poeta stesso che coglie il paragone tra la sua
vita e quella del passero ("quanto somiglia / al tuo costume il mio"). La stanza
sembra costruita in parallelo con la pn'ma, in una sorta di assoluta "corrispondenza", come abbiamo avuto modo di notare già nelle note: ma tutto si rivela apparente non appena si passa dall'immaginazione alla realtà. Riscontriamo quindi un doppio piano connotativo: uno superficiale (la festa, la gioventù gioiosa, ecc.) e uno profondo, rappresentato appunto dalla solitudine: "All'uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo ed immaginando, il mondo, gli oggetti sono in un certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna, udrà cogli orecchi un suono di una campana; e nel tempo stesso coll'immaginazione vedrà un'altra torre, un'altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose (Zib. 4418)". Ma questo bello e piacevole il poeta non riuscirà a coglierlo profondamente, proprio perché solitario; alla natura e alle cose non si abbandona: lo coglie piuttosto il pensiero, dettato proprio da quel "bello piacevole", dal sole che tramonta dolcissimo dopo un giorno sereno, "che la beata gioventù vien meno".

parte III (v. 45-59)
La terza stanza, attraverso una similitudine espressa non più per concordanza ma per contrasto, sviluppa proprio il tema del trascorrere inesorabile del tempo, del ritorno al tempo passato e del rimpinto doloroso di non averlo potuto o saputo vivere in modo diverso e più "piacevole", della primavera e della giovinezza ormai passate, che non torneranno più. Il limite estremo non è comunque il nulla, nel quale affogare le illusioni, le lacerazioni dell'anima, l'infelicità "naturale", ma l'angoscia che lo prenderà ogni volta che ripensando al passato e voltandosi "sconsolato" indietro, sarà cosciente di non averlo vissuto. Alla fine nella nostra mente spar

Creazione: pubblicato per la prima volta nel 1835; di data incerta (i critici lo pongono tra il 1828 e il 1835), quasi certamente fra la fine del 1831 e il 1834.

Metro: strofe libere con rime al mezzoiscono le scene di allegrezza e rimane solo il poeta colla sua malinconia, colla sua tristezza, coi suoi rimpianti.


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