Capitolo 5 de I Promessi Sposi - Analisi e Commento


Analisi e commento del quinto capitolo de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.


Il testo si presenta in due macrosequenze di carattere dialogico con ampie parti descrittive dei luoghi.
• Nella 1° Agnese, Lucia, fra Cristoforo, poi Renzo in casa di Lucia decidono cosa fare.
• Nella 2° Fra Cristoforo si reca al palazzotto di don Rodrigo per dissuaderlo dal suo intento, mentre questo sta banchettando con il conte Attilio, Azzecca-garbugli e altri nobili "parassiti".


Luoghi

- Il primo luogo citato in questo capitolo è la casa di Agnese e Lucia
- Il secondo luogo è esterno: è descritto il gruppo di case dove vivono i bravi
- Il terzo luogo è il palazzotto di Don Rodrigo

Molto efficace è la descrizione dell'ambiente, la casa del tiranno: il palazzotto, con tutto ciò che lo circonda. Emerge capacità realistica e abilità di porre in relazione gli elementi naturali con le persone che abitano attorno al palazzotto, con l'animo del signore del luogo. L'atmosfera, dai bravi travestiti da contadini agli avvoltoi inchiodati ai battenti del portone dà una sensazione di decadimento di un mondo fatto di ingiustizie.
Il tempo della vicenda è molto breve, si svolge in un giorno.


Personaggi

Don Rodrigo: nel 5 capitolo compare la figura di questo signorotto spagnolo che si invaghisce di Lucia che, solo per capriccio, vuole avere per sé. Di lui l’autore non ci dà una descrizione sebbene sia lui il responsabile di tutta la vicenda. Il Manzoni però ce lo fa conoscere attraverso i simboli della sua forza: il suo palazzo, i suoi servi. Egli è rappresentante del suo secolo; è uno dei tanti nobilotti dell'epoca. La colpa di Don Rodrigo non è solo quella di infastidire una fanciulla innocente, ma nell'indifferenza con cui pratica il male. Rappresenta il mondo di piccola prevaricazione provinciale che asserve l'Italia.

Dottor Azzeccagarbugli: pur essendo un rappresentante del diritto, si guarda bene dal esprimere giudizi nella disputa tra il conte Attilio ed il podestà, ma si limita ad esprimere giudizi sui vini offerti nel banchetto.

Il conte Attilio: viene descritto come un presuntuoso ed ignorante che, nonostante la urbanità di cui vorrebbe far mostra, pronuncia italianizzandola malamente una parola tedesca. Mostra una forza basata sulla violenza e sulla sopraffazione degli umili, dunque ancora una volta completamente priva di qualunque senso di giustizia.

Il podestà: è colui che dovrebbe applicare la legge concretamente che in questo capitolo si limita a dare giudizi astratti sullo ius gentium.

I commensali di don Rodrigo: sono mediocri, piccoli parassiti, insignificanti relitti della storia, squallidi provinciali, il cui carattere è ancor più sottolineato ed enfatizzato per contrasto dalla presenza del conte Attilio, cugino di don Rodrigo, venuto a villeggiare da Milano. Don Rodrigo ha bisogno di circondarsi di uomini di legge, ma corrotti, perché per violare la giustizia occorre ingraziarsi proprio loro. Dalla discussione che potrebbe sembrare un cavillo di diritto cavalleresco appare che si è di fronte ad un gruppo di potenti mediocri, disonesti, ignoranti, imbecilli, volgari e violenti.

Fra Cristoforo: il capitolo si apre e si chiude con il padre Cristoforo, l'eroe cristiano del romanzo, il quale viene trattato con falso rispetto. In più di un occasione viene definito come conoscitore del mondo, richiamando alla memoria che prima di diventare cappuccino era un uomo di mondo. Subisce una cocente sconfitta, basti osservare quali reazioni suscita la sua osservazione sul dibattito in atto: il tema della non violenza appare in questo contesto come una presa in giro.
Intessuta di mancanza di cultura, è la conversazione che si svolge sotto gli occhi del padre Cristoforo. Il padre intento nel suo obiettivo non mostra tuttavia impazienza, anzi rimane in attesa e per questo di buon grado accetta il vino di Don Rodrigo.


Commento

Dalla lettura di questo capitolo si comprende la condanna per un intero secolo e mondo nel momento dell'asservimento dell'Italia allo straniero. La classe sociale qui raffigurata, che dovrebbe avere la responsabilità della vita italiana del tempo, è in realtà l'artefice del suo asservimento, che coincide con l'oppressione di quel popolo fatto di umili come Renzo e Lucia.



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