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Capitolo 22 de I Promessi Sposi - Analisi e Commento

Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del ventiduesimo capitolo (cap. XXII) del celebre romanzo I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.


La struttura

Le prime righe del capitolo si collegano a quelle conclusive del precedente: è ormai l'alba; l'innominato, dopo una notte insonne, sente il suono festoso delle campane e vede gente in cammino. Un bravo gli reca la notizia dell'arrivo del cardinale Federigo Borromeo, in visita alle parrocchie della valle. L'incontro tra l'uomo della violenza e l'uomo della pace e della carità fraterna è tuttavia rinviato al capitolo XXIII; in questo, il narratore compie una lunga digressione per disegnare il ritratto del Borromeo; dopo il racconto di tanti orrori e l'incontro con personaggi tanto negativi si impone infatti una pausa che rassereni il lettore .
Il cardinale, inoltre, è un personaggio del romanzo e, come tale, va presentato al lettore, innanzitutto nelle sue caratteristiche concrete, di persona veramente esistita; con la ripresa del racconto, alla verità storica si mescolerà la finzione, ovvero la ricostruzione del dialogo con l'innominato e del ruolo da lui svolto nella storia di Lucia.



I personaggi


L'innominato
L'avvio della narrazione vede l'innominato in cammino per raggiungere il cardinale. Da vari segni è possibile comprendere che il potente signore non è più quello di un tempo. Le sofferenze della veglia notturna hanno inciso profondamente il suo animo, ma hanno anche fatto nascere in lui una speranza di conforto insieme al bisogno di confidarsi, di parlare: si ricorderà che, nel capitolo XX, il personaggio non aveva rivelato a nessuno le proprie inquietudini e, anzi, tentava di mascherarle con un atteggiamento ancor più arrogante e crudele. Adesso, persino i bravi intuiscono, seppure confusamente, che il padrone è cambiato e ne provano disagio. Per la gente incontrata lungo la via e i preti in attesa di un incontro con il cardinale, l'innominato è ancora il selvaggio signore: lo guardano con un'attenzione meravigliata e sospettosa che pone in risalto la solitudine dell'uomo. Il lettore, che conosce il suo stato d'animo, si trova in una posizione di onniscienza rispetto agli altri personaggi del romanzo che, pur notando la novità di alcuni suoi gesti, apparenze , non sanno nulla dell'avvenuto cambiamento.


Il cardinal Federigo
Federigo Borromeo non è certo il primo esempio di religioso che incontriamo nel romanzo, ma la sua figura assume un rilievo particolare: se fra Cristoforo è essenzialmente un uomo d'azione e don Abbondio e Gertrude hanno tradito l'ideale religioso, Federigo viene proposto come un modello, un "esempio" che incarna e realizza l'immagine del cristiano avviato sulla strada della santità. Più che raccontare o descrivere, il narratore ne elogia la fede e le virtù eroiche che egli ammira apertamente, volto ad un impegno costante. Il ritratto non presenta la fisionomia esteriore del personaggio, per lasciare spazio a quella interiore. Il processo di formazione della personalità viene ricostruito a partire dall'infanzia, età nella quale già si delineano con chiarezza le scelte morali di Federigo: spirito di sacrificio, umiltà, dignità, rigorosamente ispirate all'ideale evangelico. La decisione di intraprendere la carriera ecclesiastica mette in luce altre virtù che rivelano un impegno concreto a favore del prossimo: dedizione verso i più rozzi e derelitti del popolo, ai quali insegna la dottrina cristiana, carità e modestia. La nomina ad arcivescovo permette a Federigo di impiegare le sue doti personali e la sua autorità in opere di pubblico interesse, senza fargli dimenticare la consueta frugalità né la generosità verso gli altri: amante della cultura, fonda una biblioteca, l'Ambrosiana, concepita e diretta con criteri molto moderni per quei tempi.

Dalle osservazioni del narratore, è possibile rintracciare, nella sua vita, la presenza di due direttrici, intimamente fuse:
  1. la volontà costante di adeguare gli ideali religiosi all'esistenza concreta;
  2. un bisogno di coerenza che lo porta a rifiutare il potere, l'autorità priva di carità.

Ma è soprattutto nel rapporto con la società del suo tempo e nella lotta contro lo spirito del secolo che emergono i caratteri straordinari della personalità del Borromeo. Il conflitto tra mentalità diverse lo oppone prima di tutto ad alcuni di coloro che lo circondano: agli istitutori, che vorrebbero si distinguesse dagli altri e figurasse; ai familiari, che lo accusano di avvilire la dignità della casa, e infine ai prudenti, gli ipocriti benpensanti che, sostenitori del giusto mezzo, fanno della loro debolezza una virtù. L'antitesi diventa ancora più evidente quando egli si confronta con le convinzioni e le abitudini del secolo: in un'epoca sudicia e sfarzosa, egli si dimostra semplice e amante della pulizia; all'ignoranza profonda e diffusa, risponde con la fondazione della biblioteca. Contro l'usanza delle monacazioni forzate, si adopera, con grande spirito di tolleranza, per evitare che la volontà altrui subisca violenze e costrizioni. L'ammirazione per il personaggio non esclude un cenno ai suoi limiti umani. Quali fossero queste opinioni (la credenza nelle streghe e negli untori) non viene detto e altrettanto evasivo è l'autore sulla possibilità di giustificarle. In sostanza, Manzoni paga il suo tributo alla verità storica, ma senza incrinare il ritratto esemplare del personaggio.
Il profilo del cardinale ha infatti un significato che va ben oltre i dati storici utilizzati, desunti, come sappiamo, dalla consultazione di due storici milanesi, il Ripamonti e il Rivola. Esso è importante per capire alcuni aspetti della religiosità dell'autore che, attraverso il cardinale, ha voluto proporre una figura di santo "moderno", accessibile all'imitazione da parte di chiunque voglia procedere, secondo le norme evangeliche, lungo il cammino della perfezione religiosa. Se talvolta la rappresentazione appare un po' troppo astratta, si pensi che l'impegno del narratore è stato soprattutto quello di mettere in evidenza il legame tra ideale e realtà: il cardinale è un uomo pienamente inserito nella società del suo tempo e che non ha mai rinunciato all'impegno intellettuale; equilibrato e sereno, ha saputo vincere gli aspetti meno positivi del carattere («era l'effetto di una disciplina costante sopra un'indole viva e risentita»). Al di là dell'immagine del personaggio, ritroviamo l'esaltazione della fede che, nella concezione manzoniana, fortifica la volontà e le capacità umane, facendo di esse uno strumento d'amore e di carità.



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