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Capitolo 14 de I Promessi Sposi - Analisi e Commento

Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del quattordicesimo capitolo (cap. XIV) del celebre romanzo I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.


La struttura

La sequenza iniziale ricollega la narrazione alla fine del capitolo precedente, chiusosi sui progetti del vicario, fermamente intenzionato a dimettersi. La folla ormai si disperde e la gente si prepara a rincasare. La seconda sequenza concentra l'attenzione del narratore sulla figura di Renzo che, da spettatore, si avvia a diventare protagonista. Le successive ruotano anch'esse intorno al giovane, prima impegnato in un discorso pubblico, poi condotto all'osteria dal falso spadaio. Con un procedimento già osservato in questa avventura milanese, l'ultima sequenza, continuando nel capitolo successivo, contribuisce a creare un'unica macrosequenza, una "storia nella storia" .



I personaggi


La folla
La folla, che è stata la vera protagonista del capitolo precedente, mette in luce un nuovo comportamento: nel dodicesimo capitolo se ne era mostrata la carica rivoluzionaria, esplosa nel tredicesimo con l'assalto alla casa del vicario di provvisione; qui invece la massa, esaurito il proprio slancio, si sbanda con la stessa facilità con cui si era riunita. Si formano diversi gruppi, per la descrizione dei quali il narratore utilizza sempre la metafora del tempo burrascoso. Alla voce corale della folla si sostituiscono le voci individuali, perché ognuno ha vissuto la giornata diversamente dagli altri e ne parla a modo suo. Le opinioni si mescolano e si confondono, ma non c'è vera comunicazione: le parole si trasformano in una babilonia di discorsi.



Renzo
Anche Renzo, in questa giornata particolare, in cui sembra che tutto sia miracolosamente cambiato, si lascia affascinare dalla parola, al punto di trasformarsi in oratore, capace di catturare e di tener desta l'attenzione del suo pubblico. La prima parte del capitolo è occupata da un lungo discorso, non sempre chiaro perché ai fatti pubblici si mescolano allusioni a quelli privati . Il linguaggio è semplice, ricco di termini che, appartenendo al registro basso della lingua, lo rendono immediato e vivace . Attraverso questo modo di esprimersi, perfettamente consono all'ingenuità e agli slanci generosi del personaggio, egli vuole fare, per sé e per gli altri, il punto della situazione, ripensare alle vicende vissute, cogliere in esse un significato più ampio di quello legato alle circostanze, alla contingenza dei fatti. Il giovane ha compreso che "politica" qualche volta può essere sinonimo di imbroglio, astuzia, dissimulazione e che non si può fare giustizia se manca la partecipazione popolare. La riflessione, improntata a un'evidente condanna della violenza (non bisogna spargere il sangue), salda gli avvenimenti politici a quelli personali: se c'è giustizia per tutti, se un potente come il vicario ne è stato colpito, essa prima o poi arriverà anche per gli umili, anche per quelli che non hanno voce. Purtroppo, Renzo ignora le reali intenzioni dei potenti (il lettore invece, grazie al punto di vista del narratore onnisciente, ha potuto conoscere il vero carattere di Ferrer) e si dimostra molto meno realista della voce anonima che, in mezzo alla folla, aveva detto: il lupo non mangia la carne del lupo.
Il suo ideale è infatti fondato sul sogno di una società capace di realizzare, attraverso graduali riforme, i principi di libertà e di giustizia. Il moderatismo di Renzo, del resto, è molto simile a quello del Manzoni stesso, peraltro assai più pessimista circa l'effettiva possibilità di realizzare nel mondo tali principi.
Nella seconda parte del capitolo, l'ebbrezza della parola è sostituita da quella prodotta dal vino e, anche in questo caso, si tratta di un'esperienza del tutta nuova per Renzo che dovrà purtroppo ancora sperimentare il potere della parola, quella di Ambrogio Fusella, segnata dalla falsità, dalla doppiezza: dopo essere venuti a conoscenza della vera identità dello spadaio, riconosceremo la metafora che indica la prigione e il magistrato. La sosta all'osteria, raduno di ladri, imbroglioni e sfaccendati, si configura come una sorta di "discesa all'inferno", un perdersi in una realtà ostile che stravolge i discorsi e fa scambiare Renzo per chi non è, cioè un ribelle e un rivoluzionario. L'osteria è il luogo dell'inganno: si ricorderà che nel settimo capitolo, il giovane si era recato in quella del villaggio per organizzare il matrimonio per sorpresa. In questa seconda circostanza, però da ingannatore egli diventa ingannato, vittima del birro travestito e dell'oste: l'unico ideale di quest'ultimo è difendere e conservare a tutti i costi il suo unico mezzo di sostentamento, giocando di pazienza e d'astuzia, qualità che egli evidenzia proprio con quel cliente che minaccia di procurargli guai grossi. La permanenza del giovane all'osteria, permette al narratore di creare una nuova immagine del personaggio: la scoperta della possibilità che a questo mondo ci sia giustizia per tutti e, quindi, anche per lui, ha prodotto in Renzo un'alterazione psicologica, un'incapacità di agire in modo razionale che, complice l'ubriacatura, lo condurrà sull'orlo della rovina. Solo più tardi, ritrovate lucidità e consapevolezza dopo aver sperimentato il lato oscuro di se stesso, riprenderà la propria strada con maggiore saggezza. L'eroe del romanzo è, in fondo, un uomo come tutti gli altri, con i difetti e le debolezze comuni a tutti: siccome, per Manzoni, l'arte deve rappresentare tutta la realtà, anche la debolezza di Renzo, che ha ceduto all'ubriacatura, può e deve essere descritta, poiché un processo di maturazione psicologica passa inevitabilmente attraverso il negativo.



Le tecniche narrative

Il tumulto si è spento e il disperdersi della folla ormai stanca segna un breve momento di pausa nella narrazione, preparando l'inserimento di Renzo e lo spostamento dell'attenzione sul singolo, non più sulla massa. La prima sequenza, ancora concentrata sui comportamenti della folla, la descrive attraverso il discorso indiretto che permette al lettore di guardare con l'occhio del narratore, il quale, a sua volta, esprime il proprio giudizio sugli sviluppi violenti della sommossa. L'imminente normalizzarsi della situazione è segnato anche dal fatto che le parole della gente riunita in crocchi non sono riportate direttamente, ma filtrate, quasi attutite, dall'intervento del narratore.
Se declina il ruolo di primo piano svolto dalla folla, emerge invece la figura di Renzo. Il giovane tiene un vero e proprio comizio (naturalmente, nella forma del discorso diretto) che finisce per assumere l'aspetto di un monologo, poiché l'intervento degli ascoltatori è ridotto ai minimi termini: egli parla al suo uditorio, ma anche a se stesso, tentando ingenuamente di ricavare principi generali dai fatti particolari di quella storica giornata (è convinto, per esempio, che in un regime tirannico, la volontà popolare possa diventare legge). Lo stile del discorso evidenzia la passione dell'oratore; la prevalenza della paratassi crea infatti un tono concitato, affannoso. La scelta della medesima tecnica narrativa per i discorsi di Renzo all'osteria riflette l'intenzione, da parte del narratore, di descrivere adeguatamente la confusione mentale del giovane, ormai in preda ai fumi del vino. Tuttavia, è interessante osservare che alcune affermazioni del personaggio esprimono le posizioni dell'autore: tra queste, la convinzione che l'ingiustizia domina la vita dei poveri, al punto che anche la cultura diventa strumento di oppressione (la polemica contro il latinorum e contro la parola scritta che può ritorcersi contro chi non si può difendere).



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