Scuolissima.com - Logo
Visualizzazione post con etichetta Svevo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Svevo. Mostra tutti i post

Tesina su Italo Svevo

La Vita:
Italo Svevo è lo pseudonimo di Ettore Schmitz, nato a Trieste nel 1861 e morto nel 1928. Di famiglia israelita, compie il suo tirocinio letterario scrivendo commedie e recensioni per giornali e riviste. Soggiorna a lungo in Germania, dove entra in contrasto con le correnti letterarie tedesche, il che determina in lui il convincimento  rafforzato dalla triestinità della sua origine e della sua formazione adolescenziale, di essere al centro di un crocevia culturale fra la Germania e l’Italia, inducendolo a scegliere quel particolare pseudonimo. Dopo il fallimento di una speculazione finanziaria del padre e dopo aver svolto alcuni lavori modesti, spostatosi, diventa uomo d’affari per conto dell’avviata impresa del suocero e, per ragioni di lavoro, compie viaggi in Italia e all'estero  soprattutto in Francia e in Inghilterra. Nel 1892 aveva esordito nella narrativa scrivendo Una vita e pubblicando il romanzo a proprie spese, ma l’opera era passata inosservata. Nel 1898 pubblica, sempre a proprie spese, il suo secondo romanzo, senilità, anche questo senza alcun successo né di pubblico né di critica, dopo di che comincia un lungo periodo di silenzio letterario, durante il quale non pubblica nulla se non qualche articolo giornalistico.
Ma durante questo lungo periodo, due fatti intervengono a risospingerlo verso la narrativa: l’incontro con lo scrittore irlandese James Joyce, insegnante presso la Berlitz school di Trieste, dove Svevo si reca a studiare la lingua inglese, e la conoscenza della psicanalisi di Sigmund Freud. Per quanto riguarda Joyce, nasce fra questi e Svevo ha una stima reciproca: in particolare, lo scrittore irlandese apprezza i due romanzi di Svevo e lo incita a ritornare all'attività di scrittore.
Per quanto concerne la psicanalisi, Svevo traduce con un nipote medico un compendio de L’interpretazione dei sogni di Freud, dimostrando un apprezzamento, non immune da rilievi critici della teoria psicanalista.
Finalmente conclusasi la prima guerra mondiale, Svevo, dopo una lunga rielaborazione durata ben tre anni, nel 1923 pubblica il suo terzo romanzo: La coscienza di Zeno. Inizialmente anche questo romanzo sembra non cogliere significativi consensi, ma l’intervento dell’amico Joyce vale a far intuire presso la critica il valore dell’opera, così che, dopo i primi consensi all'estero  anche in Italia si scopre Svevo, scrittore finalmente accettato grazie al contributo di Eugenio Montale. Proprio mentre il successo letterario sembra finalmente arridergli, Italo Svevo muore nel 1928 in conseguenza delle ferite riportate in un incidente stradale.

Come si configura il caso Svevo?
Italo Svevo passa inosservato in occasione dei primi due romanzi, al punto da rinunciare alla scrittura per un lungo periodo di tempo, finché la pubblicazione del terzo romanzo, La coscienza di Zeno, lo rende noto soprattutto tra i critici. Questo di spiega con il fatto che lo scrittore, fin dalle sue prime opere, aveva anticipato qualcosa che poteva essere capito e apprezzato solamente dopo il profondo scuotimento delle coscienze determinato dalla tragedia del primo conflitto mondiale. Già nel primo romanzo, Una vita, del 1892, la genialità di Svevo aveva infatti preannunciato il male della condizione alienata dell’uomo contemporaneo. Lo scrittore triestino è capito e apprezzato innanzitutto all'estero  è noto come lo scrittore irlandese James Joyce abbia considerato con entusiasmo la sua narrativa. Ma la sua indubbia grandezza di scrittore s’impone decisamente solo dopo la sua morte, tanche che oggi la collocazione di Svevo è unanimemente tra le maggiori personalità letterarie italiane del ventesimo secolo.

Perché lo scrittore ha fatto ricorso ad uno pseudonimo?
Italo Svevo è lo pseudonimo di Ettore Schmitz, che già in precedenza aveva fatto ricorso a un altro pseudonimo, quello di Mario Samigli, assunto al tempo di una collaborazione giornalistica giovanile. La scelta dello pseudonimo Italo Svevo obbedisce alla volontà di realizzare una sintesi fra “l’italianità del suo sentire e il germanesimo della sua educazione”, il che rivela la particolare posizione di mediazione culturale, assunta da Svevo, tra la cultura italiana e quella mitteleuropea, spinto a questo anche dalla favorevole condizione di Trieste, crocevia di più colture e determinante nell'aprire allo scrittore alle varie influenze culturali della letteratura contemporanea e nel dare alla sua opera un chiaro rilievo europeo.
Quali influenze si possono cogliere nella narrativa sveviana?
Svevo fu aperto alle suggestioni e alle influenze della letteratura contemporanea europea. In particolar modo, su di lui hanno influito i naturalisti francesi, la filosofia di Schopenhauer, la psicanalisi di Freud, la narrativa di James Joyce, sulla scia di quest’ultimo, anche i grandi romanzieri come Proust, Kafka e Thomas Mann, Svevo si è orientato verso il grande romanzo psicologico moderno, caratterizzato dalla dissoluzione del personaggio e della rottura del normale sviluppo della vicenda narrata.

Quali intellettuali hanno contribuito più degli altri a far conoscere l’opera di Svevo?
Due intelletuali in particolare, uno straniero e l’altro italiano, hanno avuto questo merito. L’intellettuale straniero è stato il grande scrittore irlandese James Joyce, che, conosciuto da Svevo in occasione di alcune lezioni di lingua inglese tenute dallo scrittore irlandese a Trieste alla “Berlitz School”, aveva apprezzato particolarmente la narrativa di Svevo, invitandolo ad avere fiducia nei suoi mezzi e ad inviare copie de La coscienza di Zeno a scrittori e critici stranieri. Il secondo intellettuale è stato il poeta Eugenio Montale che, nel 1925, in un articolo sulla rivista L’esame, ha esalato l’opera dello Svevo.

E’ vero che lo stile della narrativa di Svevo è stato tra i principali ostacoli alla sua diffusione presso il grande pubblico, almeno prima della Grande guerra?
E’ stata questa l’opinione di alcuni critici letterari, come il Debenedetti, che ha definito la scrittura sveviana “bruttissima senza dubbio quando venga a confronto con le riflessioni più naturali e mature a cui i secoli hanno attrezzato la prosa italiana.”
Ma, se certe asprezze espressive possono aver reso difficile un’iniziale intesa tra le pagine dello Svevo e il pubblico dei lettori italiani, la maggior parte dei critici è concorde nel rilevare una sorta di ritardo del clima culturale italiano d’inizio secolo, per quanto riguarda la comprensione delle problematiche esistenziali dell’uomo contemporaneo, rispetto alle altre letterature europee, le quali annoveravano già scrittori, come Proust, Joyce e Thomas Mann, che aveva precorso l’orientamento del pubblico che, solo dopo lo scuotimento delle coscienze determinato dal primo conflitto mondiale, è stato in grado di apprezzarne il messaggio.

Con quale grande autore, contemporaneo Svevo, possono essere colte significative affinità?
Il pensiero va spontaneamente al nome di Pirandello, che non solo come Svevo, è stato scoperto in ritardo e prima come autore di teatro e poi come narratore (sebbene i suoi romanzi fossero stati scritti molti anni prima), ma anche per il fatto che Pirandello, come Svevo, ha posto l’accento sulla drammatica condizione d’alienazione, d’incomunicabilità, di solitudine dell’uomo contemporaneo. E’ anche significativo che il più grande romanzo di Pirandello, Il fu Mattia Pascal, si dispone, come La coscienza di Zeno di Svevo, lungo i piani di un andare a ritroso nella coscienza  rompendo così il tradizionale itinerario cronologico della narrazione ottocentesca.

La città di Trieste, dove Italo Svevo è nato, ha avuto importanza nell'ispirare l’opera narrativa dello scrittore?
Certamente, la cosiddetta “triestinità” è tra i fattori non marginali che hanno influito sull'opera sveviana, non solo per la particolarissima posizione di crocevia tra la cultura italiana e la cultura composita presente nella città giuliana prima della Grande Guerra, quando ancora, apparteneva all'impero asburgico, ma anche perché una naturale tendenza all'autobiografismo porta Svevo a vedere nei suoi personaggi le incarnazioni di una borghesia mercantile che è quella della marinara città giuliana, che diventa così lo specchio della crisi complessiva di una società intera.

Perché la narrativa sveviana sovverte la struttura del romanzo tradizionale?
La narrativa di Svevo porta a maturazione, nella nostra letteratura, un processo che già interessava il romanzo in altre letterature europee e che, per quanto riguarda l’Italia, era stato già avviato da Pirandello con il suo Il fu Mattia Pascal, vale a dire la rottura del tradizionale ideale svolgimento cronologico della vicenda e la frantumazione dell’unità del personaggio che, in pratica, si dissolve nella sua coscienza. Si sovrappongono cos diverse sfaccettature, a seconda dei piani psicologici attraverso cui il personaggio si autosserva, con il sovvertimento della consueta successione cronologica degli avvenimenti che vengono infatti accostati per simultaneità, nel viaggio della memoria.

Qual è l’importanza dei primi due romanzi di Svevo, passati inosservati dopo la loro pubblicazione?
Nei primi due romanzi, Una vita e Senilità, già è tratteggiata la crisi dell’individuo borghese che non riesce più a cogliere valori significativi in una società ormai in decadenza. I protagonisti dei due romanzi, rispettivamente Alfonso Nitti (Una vita) ed Emilio Brentani (Senilità), già rappresentano l’antieroe sveviano, cio’ l’inetto (e, non a caso, il titolo originario del primo romanzo di Svevo era Un inetto, che però l’editore aveva rifiutato). Sia Alfonso Nitti sia Emilio Brentani sono apatici velleitari, uomini già spenti e rassegnati che avvertono l’amarezza del fallimento, ma anche l’ambiguità di una società nella quale non si trovano punti di riferimento capaci di dare un significato alla vita umana. Alfonso Nitti vive il suo lavoro impiegatizio come una condanna. Inguaribile sognatore, è quello che si direbbe un “intellettuale mancato”, incapace di trarre vantaggio da alcune opportunità che gli si presentano, come un vantaggioso matrimonio che potrebbe consentirgli il tanto agognato riscatto sociale. Incapace di affrontare le difficoltà e le responsabilità della vita, il protagonista, sfidato a duello dal fratello della sua promessa sposa, preferisce togliersi la vita. Emilio Brentani è, a sua volta, un impiegato che s’innamora di una giovane e vivace popolana, Angiolina, la quale, a sua volta, s’innamora di un artista, amico di Emilio, dall'esuberante personalità. Emilio è incapace di staccarsi da Amalia, pur essendo consapevole dei suoi tradimenti, anzi la sua immaginazione la idealizza, finché lei, fuggita in un’altra città con un nuovo amante, lo lascia. Emilio conserverà di lei sempre un vivo ricordo.

Perché il tipico sveviano è un antieroe?
Il tipico personaggio sveviano è un antieroe perché avverte il senso della sconfitta, l’amarezza per il fallimento. E’ un personaggio abulico, velleitario, che vive d’immaginazione, incapace di dare un significato alla vita umana. E’, in realtà, un individuo borghese che non riesce più a ritenere significativi i valori proposti da una società ormai in decadenza e, alla quale, tenta pure di ribellarsi, benché si tratti di un tentativo velleitario perché, data la natura borghese dell’individuo, non può che porsi su un piano puramente individuale, destinato quindi inevitabilmente al fallimento. L’antieroe sveviano ha deposto ogni atteggiamento antagonista nei confronti della società, ha smesso di avere ideali, ha rinunciato a concretizzarsi ogni ambizione che può vivere semplicemente sul piano della velleità. E’ insomma l’esatto opposto dell’eroe romantico e soprattutto dell’eroe dannunziano modellato sui miti dell’estetismo e del superomismo.

Come si può definire l’inettitudine che caratterizza il tipico personaggio sveviano?
L’inettitudine è la tipica malattia del personaggio sveviano: non a caso il primo romanzo dello scrittore triestino, Una vita, aveva come titolo originario Un inetto. L’inettitudine è la mancanza di decisione, l’incapacità di reagire, l’abulia, ovvia conseguenza di una reattività che si pone unicamente nei termini della velleità, segno di una società corrotta e svuotata d’ideali , che è del tutto incapace di proporre significati alla vita umana. L’inetto è colui che avverte il senso della sconfitta, l’amarezza del fallimento, ma percepisce anche l’ambiguità dei suoi rapporti con la società oppressiva e alienante, corrotta e incapace di proporre valori in cui credere.

Che cos'è la senilità?
La senilità è una definizione della malattia dell’uomo moderno. Essa, che fu usata da Svevo come titolo per il suo secondo romanzo, è un atteggiamento spirituale dell’uomo della società borghese in crisi, non certo un momento cronologico della sua esistenza. La senilità è il disincanto, lo spegnimento dell’entusiasmo, la stanca rassegnazione con cui si accetta anche il fallimento.
Chi è il protagonista de La coscienza di Zeno?
La coscienza di Zeno è il punto d’approdo dell’itinerario letterario di Svevo, l’opera che ha , sia pure non improvvisamente, rivelato la statura universale dello scrittore triestino. Il protagonista del romanzo è Zero Cosini, p meglio la sua coscienza. Infatti il romanzo è presentato come l’autobiografia che un anziano commerciante triestino, dal carattere abulico, ha scritto su invito del suo psicanalista e che poi, per una sorta di vendetta del terapeuta nei confronti del paziente che si è volto sottrarre alla cura, viene pubblicata. La vita di Zeno è così raccontata in questa sorta di memorial: i vari particolari (il vizio del fumo e la sempre ultima sigaretta, i rapporti di lavoro, i legami di famiglia) concorrono a determinare gli elementi dell’introspezione di un individuo che è, come i soliti personaggi sveviani, un inetto, ma più accorto e saggio dei precedenti, tanto da riuscire a vedere persone e cose con una buona dose di umorismo.

Zero Cosini è diverso dai protagonisti degli altri romanzi sveviani?
Anche Zeno resta un inetto, ma in realtà egli è profondamente diverso da Alfonso Nitti e da Emilio Brentani, i protagonisti rispettivamente di Una vita e di Senilità. Zero Cosini costituisce l’ultima configurazione dell’antieroe sveviano: è ammalato, ma la sua malattia consiste nell'incapacità di adeguarsi alla società, nel suo non sentirsi realizzato in questo consorzio civile. Egli resta un individuo piccolo-borghese che sogna di ribellarsi, ma tutti i suoi progetti restano il rammarico di non averlo mai potuto vincere, dato il perenne ricorso a quella che avrebbe dovuto essere “l’ultima sigaretta”. Zeno, nel suo ripensarci si rende conto di come sia regolarmente fallito ogni prospetto, ogni programma, mentre si è mirabilmente e “casualmente” realizzato ciò a cui non aveva ambito: il matrimonio con la meno desiderata di tre sorelle, ma che poi si è rivelata la giusta moglie per lui, un’avventura extraconiugale non mai desiderata, ma avvenuta per caso e rimasta perfettamente ignota alla moglie, una fortunata speculazione finanziaria intrapresa per caso; mentre tutto quello che era stato progettato da Guido, il suo esuberante socio d’affari, che pure aveva fama di essere un uomo di successo, era in realtà andato per il verso sbagliato, compreso un finto suicidio nel quale Guido aveva perso la vita perché non salvato in tempo.

La malattia è Zeno è dell’individuo o della società?
Zeno Cosini è afflitto da un’incontenibile fiacchezza morale. In questo suo essere accidioso, sembra uno dei tipici inetti sveviani, ma, in realtà, Zeno si accetta così com'è per una sorta di necessità dell’esistenza, in quanto lucidamente si rende conto, lui che si crede “malato” e perciò va dallo psicanalista, di quale complicata trama d’inganni, mistificazioni, rimozioni e censure sia fatta il mondo dei “sani” che tuttavia ignorano tutto questo, preso come sono da una sorta d’illusione collettiva. Zeno è incapace di reagire a questa situazione o, meglio, l’unico tipo di reazione a cui può pensare è quella individuale, ma questa, inevitabilmente è proprio perché individuale, è votata al fallimento per il fatto che la malattia è invece della società  non in grado di gratificare l’individuo, né di fornirgli qualcosa di valido e di significativo in cui credere o a cui aspirare. Zeno Cosini è un piccolo borghese che sogna di ribellarsi: lucidamente si rende conto che i veri malati sono gli altri, i quali semplicemente si “lasciano vivere”, adeguandosi al conformismo, imperante, ma lui, Zeno non può avere la forza della reazione, perché nulla può contro la malattia, per guarire dalla quale dovrebbe prima guarire la società stessa. La sua insomma, è una malattia sociale, perciò è inguaribile individualmente.
L’opera di Svevo mette in evidenza la crisi della società contemporanea?
Certamente l’opera di Svevo è la denuncia di una condizione che è ormai tipica di tutta la società borghese europea  una società “malata” in cui l’uomo si sente alienato, dissociato da se stesso, tuttavia incapace di riscossa. Zeno Cosini rappresenta, l’individuo borghese che si scopre in una condizione fallimentare, che si sente un diverso che non vuole integrarsi perché si accorge che la vera malattia è proprio la società in cui vive, al contrario dei “sani” conformisti che nemmeno se ne rendono conto. Ma lui è destinato allo scacco perché è capace di contrapporsi alla società, andando al di là del suo individualismo che resta il “vizio” caratteristico del suo essere borghese.

Che ruolo ha la psicanalisi nel romanzo La coscienza di Zeno?
Dalla psicanalisi di Freud, Svevo ha ricavato l’interesse per l’inconscio. Lo scrittore aveva avuto modo di conoscerla tra il 1908 e il 1910, rimanendo scettico sulla validità terapeutica del metodo. Di essa si serve, nel suo ultimo e più celebre romanzo, come pretesto per frantumare la coscienza di Zeno in quel percorso a ritroso nella memoria che il personaggio conduce nel suo memoriale.
Ma l’ironia di Svevo investe in pieno anche la psicanalisi: di questa vengono evidenziate l’inutilità e la contraddittorietà quando essa prevede di avere un potere taumaturgico. Infatti la psicanalisi appare a Zeno Cosini un’ulteriore mistificazione della malattia, uno smarrirsi ancora nel labirinto di un’esistenza ormai svuotata proprio con l’illusione di essere alla ricerca della via d’uscita. Insomma la psicanalisi ha semplicemente aiutato Svevo a definire la struttura del suo romanzo, suggerendogli la sovrapposizione dei diversi piani della coscienza attraverso cui articolare il racconto di Zeno Cosini.
Qual è la funzione dell’ironia del romanzo?
L’ironia serve a mantenere un distacco tra il protagonista Zeno Cosini e i ricordi che liberamente fluiscono nella sua memoria, un distacco tra lui e il mondo che gli consente di capovolgere la “malattia”, da individuale in sociale, per la consapevolezza raggiunta riguardo gli altri, che adeguandosi al conformismo imperante si “lasciano vivere” dimostrando così di essere loro i veri “malati”.
Quale significato ha nel romanzo la lotta di Zeno contro il fumo?
Zeno, poiché il suo psicanalista gli ha suggerito di cominciare in questo modo, ricostruisce le tappe del vizio da cui aveva tentato, senza riuscirci, di liberarsi nel corso di tutta la sua vita. La battaglia contro il fumo diventa quindi un emblema di tutti i progetti tentati e mai portati al termine durante la sua vita. In particolar modo, la perenne “ultima sigaretta” costituisce un ricorrente autoinganno a cui aggrapparsi nel tentativo di salvarsi.

Qual è il significato della conflazione universale a cui si fa riferimento nell'ultima parte del romanzo?
La Grande Guerra vista da Zeno come una grande malattia collettiva e il racconto termina con una profezia di apocalittica distruzione, una conflazione universale che distruggerà la Terra, conseguenza della preparazione di ordigni sempre più sofisticati e micidiali: “Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udirà sulla Terra, ritornata alla forma nebulosa, errerà nei cicli priva di parassiti e di malattia. E’ una profezia apocalittica di salvezza che avrà luogo proprio nella distruzione, ma anche dalla sconfessione, netta e definitiva, di qualsiasi possibilità terapeutica per la malattia dell’uomo, proprio perché la malattia dell’intero corpo sociale, di tutto quanto il mondo umano.
Qual è l’atteggiamento della critica letteraria nei confronti di Italo Svevo?
La critica letteraria ha imparato ad apprezzare l’opera di Svevo gradualmente  Forti, analizzando i motivi dell’iniziale disinteresse della critica e del pubblico per i primi romanzi dello scrittore triestino, ha affermato che, al tempo dell’Italia umbertina, i letterati, affascinati dai miti del decadentismo e del dannunzianesimo  non potevano sentirsi attratti dalla prosa sveviana. Inoltre, nei primi decenni del secolo, fatta eccezione per Il fu Mattia Pascal di Pirandello e per Ribé di Borghese, la cultura italiana aveva quasi emarginato il romanzo. Ma, in silenzio e senza che nessuno se ne accorgesse, Svevo era riuscito con la sua narrativa, a innalzare il romanzo italiano al livello delle produzioni dei maggiori romanzieri moderni, da Proust e Kafka, da Joyce a Thoman Mann. Il Debenedetti, che è stato tra i maggiori studiosi di Svevo nei suoi romanzi ha messo in evidenza la crisi ideologica della borghesia nei primi decenni del secolo, la coscienza.
Continua a leggere »

Crisi dell'io

Il mondo dalla parte dell’io

Gli autori del romanzo contemporaneo amano raccontare non più dall’alto, ma da dentro: raccontano cioè il mondo dal punto di vista soggettivo del personaggio. La realtà, più che rappresentata nei dati materiali, oggettivi, viene rivissuta, giudicata, misurata nei suoi echi interiori; il mondo esterno è trascritto non più direttamente, ma solo per i suoi riflessi sull’individuo. Perciò la narrativa contemporanea racconta spesso vicende dove non accade nulla, dove cioè l’azione narrativa è minima e dove, all’opposto, prevale il raziocinare, spesso inconcludente, dei personaggi e del narratore. Quest’ultimo si rende esplicitamente presente nel racconto, ama parlare in prima persona, secondo un’indicazione che fu già di Gustave Flaubert (Madame Bovary sono io, 1857).

Non più fatti, ma la coscienza

In un romanzo incentrato sulla vita intima dei personaggio, ciò che prevale non sono più i fatti, bensì i moti e i flussi della coscienza; una volta infranta la barriera del naturalismo (è un espressione dello studioso Renato Barilli), l’oggettivismo ottocentesco diviene improponibile. Coscienza è una parola-tema di grande pregnanza, scelta non casualmente da Italo Svevo a titolo del proprio capolavoro: La coscienza di Zeno (1923).
L’interprete maggiore di questa narrativa incentrata sulla coscienza soggettiva è lo scrittore francese Marcel Proust: il suo vastissimo ciclo di sette romanzi. Alla ricerca del tempo perduto (1913-27), s’incentra sui ricordi di un unico personaggio, l’io narrante. Non meno ambizioso il progetto che guida Ulisse (1922) di James Joyce: raccontare nei minimi dettagli un’unica giornata (di per sé insignificante) del protagonista.
Gli autori del nuovo romanzo vogliono dirci come, dietro agli avvenimenti più comuni, si nasconda un mondo variegato, dinamico, fatto di pensieri, sensazioni, intenzioni, istinti, sentimenti, ricordi. La coscienza, questo vasto e mobile mondo di dentro, si rivela spesso a partire da fatti minimi: le epifanie (improvvise manifestazioni) di Joyce, o le intermittenza (trasalimenti, rivelazioni) del cuore di Proust. Tutta la realtà viene raccontata dalla parte dell’io, senza alcuna pretesa di esaurirla o di spiegarla compiutamente.

Il ruolo della psicoanalisi

La coscienza su cui s’incentra la nuova narrativa non appare più una sostanza definita, bensì, come scrive il filosofo americano William James (1842-1910), una perenne corrente di pensieri, mobile e indistinta. L’io manca di unità, è sempre mutevole, imprevedibile, è malato, come sostiene Svevo nella Coscienza di Zeno. All’affermarsi di questi terni lo stimolo lo offre la psicoanalisi, la nuova dottrina scientifica di Sigmund Freud (1856-1939): affermando l’esistenza dell’inconscio, egli di fatto apre la via alla persuasione, tutta novecentesca, secondo cui la realtà vera è sempre diversa da quella che appare; anche se tale realtà riguarda noi.

Un personaggio relativizzato

Si produce così nel personaggio novecentesco una sorta di scivolamento, di perdita di fiducia. Il protagonista a tutto tondo caro ai romanzieri ottocenteschi, dotato di una fisionomia propria, di un carattere inconfondibile, diviene ora un personaggio relativizzato , che delle cose ha una visione frantumata, scissa, priva di stabili certezze. Nel mio romanzo non dovete cercare quel vecchio Ego stabile, dichiarò nel 1914 lo scrittore inglese David H. Lawrence (1885-1930). Anzi, il personaggio novecentesco non consiste in sé e per sé: spesso emerge solo dalle diverse immagini che assume nella coscienza degli altri. Incontriamo tali motivi un po’ in tutta la letteratura novecentesca, per esempio nei romanzi dell’inglese Joseph Conrad (1857-1924), nelle opere dello scrittore praghese Franz Kafka (1883-1924) e del nostro Luigi Pirandello (1867-1936).

L’uomo senza qualità: il racconto della crisi

Il personaggio eroe dei romantici, l’individuo titano, capace di opporsi a tutto e a tutti pur di affermare un punto di vista o un ideale, si scopre adesso debole, corroso da oscure forze negative. Alla figura positiva dell’eroe si sostituisce, così la più sfaccettata figura dell’antieroe: un personaggio incerto, ambiguo, malato. Spesso la malattia e la nevrosi sono il segno visibile della sua estraneità al mondo, dovuta a un eccesso di sensibilità e di intelligenza.
Il personaggio eroe d’un tempo, l’individuo titano dei romantici, capace di dominare il mondo e d’imporsi sulla realtà, si scopre debole, corroso da oscure forze negative. Il romanzo novecentesco diviene così il racconto della crisi dell'uomo contemporaneo. Le sue sono storie di fallimenti e i suoi sono personaggi malati di nevrosi, che li rende antisociali. Lo vediamo bene nel Leopold Bloom protagonista dell'Ulisse di Joyce: egli è, in realtà, un atieroe, un anti Ulisse. Lo vediamo altrettanto bene nel personaggio inetto di Svevo, nell'escluso di Pirandello (L'esclusa è il suo primo romanzo del 1901), nello Josef K. del Processso (1924) di Kafka, imputato di una colpa che non conosce neppure, o ancora nell'uomo senza qualità (1930-33) di Robert Musil.

Una persistente vocazione conoscitiva

Tutto ciò, non significa che il romanzo contemporaneo rinunci a quella che da sempre appare una funzione essenziale della letteratura, ovvero quella di spiegare le cose, di fornire un'interpretazione generale della realtà. La funzione conoscitiva (o gnoseologica) è anzi connaturata al romanzo novecentesco e lo distanzia nettamente dall'arte del primo Decadentismo: se i primi decadenti (Baudelaire, Rimbaud, in Italia D'Annunzio e Pascoli) ritenevano che l'arte fosse la forma suprema della verità, ora, invece, il grande romanzo del Novecento assume scienza (la psicoanalisi di Freud) e filosofia come sue preziose alleato nello scavo verso i perché delle cose e della vita.
E' quindi in particolare:
  • Svevo fonda il suo capolavoro, La coscienza di Zeno, sul nuovo sapere psicoanalitico;
  • Proust valorizza la teoria del tempo di Bergson.
  • Musil studia la filosofia della scienza (l'empiriocriticismo) di Ernst Mach, una filosofia nata nell'ambito del Positivismo ma che riconosce i limiti di validità della scienza;
  • le opere di Kafka anticipano i temi (come la precarietà del vivere e l'assurdo quotidiano) poi sviluppati dalla filosofia dell'esistenzialismo.
Certo però l'autore e i personaggi del romanzo contemporaneo faticano  a fare davvero ordine nel groviglio di segni che li circonda; il loro sforzo veritativo rimane quasi sempre sterile. Questo dipende dalle mutate condizioni culturali di primo Novecento, ma in loro continua a vivere una nostalgia di conoscenza, che dà alla narrativa contemporanea una dimensione saggistica, di discussione d'idee e, soprattutto, di lettura critica della realtà, sociale, culturale, umana in senso lato. In un certo senso, mentre i filosofi novecenteschi tendono a specializzare il loro sapere e a interrogarsi quasi solo sul metodo e sul linguaggio, è proprio il grande romanzo contemporaneo ad assumersi quell'antico compito di ricerca di verità, che era lo scopo primo della filosofia.
Continua a leggere »

Riassunto Vita: Italo Svevo

Riassunto:
Svevo nacque in una realtà periferica e marginale come la Trieste di fine Ottocento, un crocevia di differenti tradizioni culturali. Nel suo stesso pseudonimo, Italo Svevo, volle riflettere questa sua natura di frontiera. Si dedicò sempre alla letteratura come a un'attività secondaria, nelle ore sottratte prima al lavoro impiegatizio in banca e poi all'attività di dirigente industriale. In vita ebbe scarsissimo successo letterario; solo negli ultimi anni godette di una meritata ma tardiva notorietà.

Idee e poetica
Fin da giovane Svevo coltivò idee e letture lontane dalla cultura italiana coeva: romanzieri stranieri (strinse personalmente amicizia con Joyce), la filosofia di Schopenhauer, la teoria dell'evoluzione di Darwin, il socialismo e Marx. Le sue origini ebraiche lo portavano all'autoanalisi, all'ironia, a riflettere sul tema della sofferenza. Poté infine accostare precocemente la psicoanalisi di Freud. Dall'insieme di tali fonti, Svevo realizzò una sua sintesi, imperniata su un ragionato, ironico pessimismo, specchio della crisi culturale novecentesca. Da questo punto di vista, il ruolo della letteratura stessa non può che essere ridimensionato (anche sul piano linguistico): essa si privatizza, si marginalizza, diventa utile per conoscere se stessi, ma non più per insegnare (improbabili) verità assolute.

Le opere
L'opera di Svevo comprende scritti saggistici, pagine di diario (l'autobiografia è una misura connaturata allo scrittore triestino), racconti, numerose commedie (alcune concluse, altre solo abbozzate) e soprattutto tre romanzi, Una vita, Senilità e La coscienza di Zeno. Essi narrano storie di sconfitte e sofferenze interiori; i loro protagonisti sono inetti, deboli e incapaci a competere con gli altri nella lotta per la vita. Si ritirarono perciò in disparte, a studiare la vita umana da fuori.
Zeno però, diversamente dai protagonisti dei primi due romanzi, non soccombe, anzi, trova parziali vittorie e soddisfazioni; ha il merito di accettare le contraddizioni che fanno parte della vita comune e riesce così a tenere meglio a freno la nevrosi che, chi più chi meno, caratterizza tutti gli uomini. In Zeno, personaggio ambiguo e paradossale, si riassume ciò che Svevo chiamava l'originalità dell'esistenza.
Continua a leggere »

Psico Analisi La coscienza di Zeno Capitolo 8

Nelle ultime pagine del romanzo, Zeno appare trasformato: afferma a tutti di possedere una salute perfetta e invidiabile, acquista mediante il successo negli affari. Riflettendo però più in generale sulla vita, sull’uomo e sugli ordini che questi ha inventato, non riesce a vedere, intorno a sé, altro che segnali di morte e distruzione. Per risolvere i mali da cui, dice, la vita attuale è inquinata alle radici, occorrerebbe forse un’apocalittica rigenerazione… Siamo davanti a un epilogo assai complesso, a un lieto fine così problematico da rovesciarsi nel suo contrario.

Analisi del testo
La chiusa del romanzo può essere divisa in tre momenti.
All'inizio, simmetricamente con la pagina d’apertura dell’opera, ritorna il personaggio del dottor S. e viene riproposta la situazione che dà vita al romanzo, cioè il contrasto tra paziente e analista. Esso porta all’interruzione della terapia e quindi alla situazione conclusiva; inoltre giustifica la pubblicazione delle memorie da parte del medico, che vuole in tal modo vendicarsi del proprio paziente
Quindi Zeno si congeda dal lettore lasciando non confessioni di malattia e debolezza da parte di un inetto, ma la descrizione di una salute solida, perfetta. Chiarisce di essere stato guarito non dalla psico-analisi, ma dal commercio (l’attività che suo padre aborriva), favorito dalla nuova situazione creata dalla guerra: vincendo l’inerzia che attanagliava tutti, Zeno ha infatti cominciato a comprare merci di ogni tipo, aspettando il momento propizio per rivenderle ad acquirenti bisognosi di tutto. Ha saputo adeguare il proprio comportamento alla situazione, con le modalità proprie degli speculatori, e ha così ottenuto il successo.
Nella conclusione, le note di fiducia e felicità si dissolvono di fronte alla sconsolata osservazione che la vita attuale è inquinata alle radici. L’unico modo in cui l’umanità può guarire, forse, è scomparire, mediante una catastrofe inaudita che distrugga ogni forma di vita sul pianeta.

Significato del testo
Proprio sul finire del libro, Zeno comunica la conquista della propria guarigione. Ha superato l’inettitudine, ha vinto. Con enfasi l'io narrante sottolinea il proprio stato attuale di benessere e di salute: Io sono guarito! Io sono sano, assolutamente. Ma non possiamo appagarci di questa conclusione: il testo è infatti cosparso di ambiguità, come sempre avviene nella Coscienza di Zeno.
Sono due gli elementi più emblematici di tale ambiguità.
  • Zeno sta scrivendo al proprio ennesimo rivale, il dottor S., e quindi è plausibile il sospetto che voglia ingigantire ai suoi occhi la portata della propria guarigione, irridendo la terapia psicoanalitica. D'altra parte il rifiuto della terapia psicoanalitica (e quindi della verità che essa ha dimostrato, cioè che Zeno è malato di nevrosi) era un esito già previsto, studiato ed esemplificato dallo stesso Freud: in tal senso, perfino questo distanziarsi di Zeno dalla psicoanalisi potrebbe costituire una paradossale conferma della dottrina freudiana.
  • Inoltre Zeno afferma di essere guarito solo per quel poco che è possibile guarire da quella particolare malattia che è la vita: A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure. Nessuno sforzo (né commercio né psicoanalisi né altro) può davvero guarire la vita: essa va presa così com'è. E' questo forse, il vero messaggio del romanzo.

Se Zeno è (almeno dal suo punto di vista) guarito, sono però malati tutti gli altri. Per denunciare il fallimento dell'intera umanità, il testo ricorre a concetti darwiniani: il progresso è sicuro solo per gli animali, le bestie, che si adattano all'ambiente ed evolvono in modo naturale; non lo è per la civiltà umana. In essa infatti gli ordigni che si vendono e si rubano, e sono sempre più efficaci, prendono il posto delle risorse naturali dell'organismo, che perciò si corrompe e si atrofizza. L'uomo diviene perciò sempre più furbo e sempre più debole, sempre più ammalato e irresponsabile.
La guerra mondiale è giunta appunto a smascherare l'enorme potenziale di violenza che si annida nella storia e nella società. In fondo neppure lo stesso Zeno si salva da questa logica di sopraffazione: è guarito, a suo dire, in uno dei modi più ripugnanti, mediante le speculazioni di guerra, cioè a danno dei più deboli. E se per guarire un individuo deve fare violenza agli altri, ciò significa, conclude Svevo, che la società è malata senza speranza di vera guarigione.
Scaturisce da qui la conclusione paradossale, e di fatto totalmente negativa, nichilista, di Svevo: l'unica speranza di rinnovamento, dice Zeno, risiede... nell'annichilimento universale! Solo un'esplosione enorme, solo una catastrofe inaudita e senza rimedio potrà cancellare la malattia: cancellando per sempre la vita che l'ha prodotta. E' l'ultimo scatto di (inquietante) ironia, l'ultimo geniale paradosso del libro.

Analisi operativa
Congedandosi dal suo diario, Zeno sostiene di aver raggiunto una salute solida, perfetta. Io sono guarito, rinfacciando questo successo al medico che lo aveva in cura.
Zeno, dopo essersi dichiarato sano, protesta però di non essere un ingenuo e afferma che è tutta la vita moderna a essere malata.
Nell'ultima pagina del diario Zeno fa i conti con alcune questioni di fondo:
- la condizione umana quale naturale condizione di dolore;
- la civiltà e la società come costruzioni della cattiveria degli uomini, del loro malcontento;
- infine, l'incapacità d'individuare cure efficaci: tali non gli sembrano né le utopie socialiste, né le vecchie prospettive dell'ottimismo positivista.

L'ultimo capoverso con l'immagine conclusiva di distruzione universale, ha finito per caricarsi, a posteriori, di significati quasi profetici, a motivo di ciò che è accaduto nel 1945 con le esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki.
La conclusione del romanzo si presenta come un'appassionata autodifesa (Zeno dice di non essere ammalato come il dottor S. sostiene) e, insieme, come una terribile accusa all'umanità e una previsione di catastrofe futura.

La linguistica
Il gioco dell'ambiguità, del rovesciamento, del paradosso è sempre all'opera nella Coscienza di Zeno, e lo è a maggior ragione in questo finale. Quasi in ogni punto Zeno fa affermazioni destinate a essere smentite, esplicitamente o meno, da quanto afferma poco prima o poco dopo.
Alcuni concetti e termini del testo sembrano richiamare la teoria del darwinismo e la sua idea di lotta per la vita come salutare mezzo di selezione naturale per gli individui.
Molti hanno definito una profezia l'apocalittica visione dell'ultimo capoverso.
Continua a leggere »

Svevo e la Psicoanalisi

Freud e la teoria psicoanalitica

La psicoanalisi è la scienza che analizza i processi dell'inconscio (psyché significa, in greco, anima) per scoprire e chiarire alcune delle motivazioni più profonde e nascoste dei comportamenti umani, e curare così le sofferenze e malattie mentali. Fondatore della psicoanalisi fu il medico viennese Sigmund Freud (1856-1939); il suo primo saggio importante, L'interpretazione sei sogni, uscì nel 1899.
Secondo Freud, in ogni individuo, al di sotto della coscienza, c'è l'inconscio: insieme di contenuti psichici non compresi nel campo della coscienza dell'individuo, che sono rimossi dalla volontà e riemergono attraverso i sogni, i lapsus, gli atti mancati, persino i motti o le battute di spirito.
se l'inconscio e le sue pulsioni sessuali vengono repressi troppo bruscamente, si possono generare vere malattie psichiche: fobie, ossessioni ecc.
Per curarle, dice Freud, bisogna guidare il paziente a recuperare le esperienze rimosse (come il conflitto con il genitore del proprio sesso, il cosiddetto complesso di Edipo), facendo affiorare i più lontani ricordi: prendendo consapevolezza dei motivi profondi che hanno causato il suo turbamento, il paziente potrà accettarsi per ciò che è, respingere i sensi di colpa e vivere così un'esistenza serena.


Svevo e la psicoanalisi

Svevo poté precocemente conoscere la psicoanalisi freudiana, verso il 1910-11. In città era attivo divulgatore della nuova disciplina il medico Edoardo Weiss, un ebreo triestino già allievo di Freud a Vienna. Fu lui a consigliare un cognato di Svevo (Bruno Veneziani, affetto da una leggera forma di paranoia) a farsi curare (1910) da Freud in persona, a Vienna. Inoltre nel 1915 Svevo tradusse, insieme al nipote Aurelio Finzi, un testo di Freud (Uber den Traum, Sul sogno).
Nella Coscienza di Zeno la psicoanalisi diviene un tema fondamentale, una sorta di cornice per l'intera opera. E' il dottor S. (nome che allude a Sigmund, cioè Freud) il committente e, insieme, il destinatario del diario di Zeno.
Questi scrive le proprie memorie a scopo terapeutico, come si racconta nella Prefazione. L'ultimo capitolo del romanzo è poi dedicato alle meditazioni del protagonista, il quale spiega il perché abbia interrotto la terapia e racconta (freudianamente) i propri sogni. Lo stesso Svevo riconobbe il ruolo centrale esercitato dalla psicoanalisi nel suo romanzo. Così egli scrisse nelle pagine autobiografiche di Soggiorno londinese (1926): In quanto alla Coscienza io per lungo tempo credetti di doverla al Freud ma pare mi sia ingannato. Adagio: vi sono due o tre idee nel romanzo che sono addirittura prese di peso dal Freud. L'uomo che per non assistere al funerale di colui che dice suo amico si sbaglia di funerale è Freudiano con un coraggio di cui mi vanto. Attraverso il motivo dell'atto mancato e del lapsus compare infatti la verità del protagonista Zeno, cioè la sua profonda avversione per Guido.
Numerosi altri episodi, nel romanzo, si sviluppano sulla base dei medesimi meccanismi di scambio tra verità e menzogna. Tra questi:
  • il legame di amore-odio per il padre (per Freud tale conflitto è centrale nella crescita di un individuo);
  • il carattere ambiguo delle scelte di Zeno, spesso dettate da motivi diversi da quelli creduti o dichiarati;
  • la traduzione all'esterno del disagio psicologico di Zeno, ovvero la sua zoppia: in linguaggio psicoanalitico, essa è la somatizzazione di un male interiore.


Le diffidenze di Svevo/Zeno

Benché interessato alla nuova disciplina, Svevo era però scettico nei suoi confronti; per lui era semplicemente uno strumento di scavo psicologico, un aiuto a mettere a fuoco quelle zone segrete della volontà e degli istinti su cui si era soffermato già in Una vita e in Senilità (in entrambe le opere, per esempio, risultava centrale l'ambiguo rapporto dei due protagonisti con un personaggio, rispettivamente Macario e Balli, che Alfonso ed Emilio vivono come più forte di loro castrante). Perciò, nella conclusione della Coscienza, Zeno si dimostra così severo nei confronti del dottor S. che lo aveva in cura e che pretendeva di poter estrarre dai racconti del paziente una diagnosi sicura e una terapia risolutiva.
Anche Svevo , in diverse lettere (1927-28) a Valerio Jahier, minimizza, e anzi irride, la portata scientifica della psicoanalisi: Grande uomo, quel nostro Freud, ma più per i romanzieri che per i malati. Un mio congiunto uscì dalla cura durata per vari anni addirittura distrutto. Fu per lui ch'io una quindicina d'anni or sono conobbi l'opera di Freud. E conobbi alcuni di quei medici che lo circondano.
Tali differenze verso la psicoanalisi dimostrano, paradossalmente, che Svevo aveva colto la vera portata della dottrina freudiana. Nata in un contesto positivistico, la psicoanalisi si era inizialmente presentata come terapia di guarigione: conoscere la causa del comportamento nevrotico ha l'effetto di guarirlo. Questo è quanto pensa il dottor S. rappresentato nelle prime pagine del romanzo, e giustamente Zeno/Svevo non ha fiducia in lui, o la perde. Più tardi lo stesso Freud, in opere più mature, allontana ogni determinismo dalla psicoanalisi: è sbagliato pretendere di dedurre, in materia psichica, spiegazioni di causa-effetto; l'analisi dei sintomi, dice l'ultimo Freud, è un'operazione sempre aleatoria: richiede una costruzione (anche sul piano linguistico) che non può essere interminabile.
Continua a leggere »

La Coscienza di Zeno Analisi del testo

Il caso Svevo alla scoperta di un grande scrittore misconosciuto
Svevo scrisse il suo terzo romanzo tra il 1919 e il 1922. Sperando di ottenere una risonanza maggiore rispetto ai primi due, decise di rivolgersi a un editore di qualche prestigio. Dopo alcuni tentativi infruttuosi presso altri editori, fu infine Cappelli di Bologna che accettò di pubblicare il libro, dietro compenso da parte dell'autore. Il romanzo uscì nell'aprile del 1923: erano trascorsi ben 25 anni dalla stampa di Senilità.
Inizialmente l'opera passò inosservata presso critici e lettori; ma nel giro di qualche anno divenne nota e apprezzata. Maturarono in tal modo le condizioni perché l'opera fosse conosciuta e apprezzata e perché il suo autore si guadagnasse quel posto centrale nella storia del romanzo novecentesco (italiano ed europeo) che oggi, concordemente, la critica gli assegna.

Zeno, un uomo malato in un mondo malato
Così, nel Profilo autobiografico del 1928, Svevo raffigura il protagonista del suo terzo romanzo:

Zeno è evidentemente un fratello di Emilio e di Alfonso. Si distingue da loro per la sua età più avanzata e anche perché è ricco. Potrebbe fare a meno della lotta per la vita e stare in riposo a contemplare la lotta degli altri. Ma si sente infelicissimo di non poter parteciparvi. E' forse ancora più abulico degli altri due.
Passa continuamente dai propositi più eroici alle disfatte più sorprendenti. Sposa ed anche ama quando non vorrebbe. Passa la sua vita a fumare l'ultima sigaretta. Non lavora quando dovrebbe e lavora quando farebbe meglio ad astenersene. Adora il padre e gli fa la vita e la morte infelicissima. Rasenta una caricatura, questa rappresentazione; e infatti il Cremieux lo metteva accanto a Charlot, perché veramente Zeno inciampa nelle cose. Ma è il destino di tutti gli uomini d'ingannare se stessi sulla natura delle proprie preferenze per attenuare il dolore dei disinganni che la vita apporta a tutti. Zeno si crede un malato eccezionale di una malattia a percorso lungo. E il romanzo è la storia della sua vita e delle sue cure.
Il punto di partenza del terzo romanzo sveviano è il tema della malattia: Zeno si sente malato e perciò intraprende una cura psicoanalitica per guarire. La cura consiste nel portare alla luce della coscienza tutti gli atti della propria vita: perciò, su consiglio dello psicanalista, Zeno decide di scrivere un diario strettamente privato. Esso sarà però pubblicato, per vendetta, da quello stesso medico.

Curandosi e scrivendo, Zeno scopre di essere effettivamente malato:
  • non è mai riuscito a smettere di fumare;
  • non ha mai terminato gli studi;
  • non ha mai seriamente lavorato: più volte, dopo la morte del padre, ha tentato, maldestramente, di darsi agli affari, ma Olivi, l'amministratore delle due proprietà, lo ha ogni volta dissuaso, per il suo bene ;
  • lo stesso matrimonio di Zeno è stato deciso da altri: dopo essere stato rifiutato dalla bella Ada, egli non è poi stato capace di dire di no Ad Augusta, la sorella di lei;
  • per sentirsi più legato alla moglie, che afferma di amare, non ha trovato di meglio che intrecciare una relazione extraconiugale con la giovane cantante Carla.
  • Zeno si sente malato anche fisicamente: soffre di mille piccoli sintomi (primo tra tutti, una leggera zoppia), tutte manifestazione della sua cattiva coscienza.
Per tutto ciò egli è perennemente in cerca di figure sane (il padre, la moglie, il signor Malfenti) che gli diano sicurezza.

L'ossatura del romanzo è dunque il contrasto, già vivo in Una vita e in Senilità, fra normalità e malattia. Il fatto nuovo è che a soccombere, adesso, sono i normali. Infatti Zeno si salva da una situazione fallimentare grazie a un evento imprevedibile (e da lui avversato) come la Prima guerra mondiale. Per diverse circostanze, la guerra gli reca l'inattesa fortuna economica e soprattutto una consapevolezza (una coscienza) nuova e decisiva: non è lui a essere malato, ma è la vita stessa a essere inquinata alle radici. Zeno si accorge che i cosiddetti sani, coloro che appaiono bene inseriti nella vita, per esempio il cognato Guido Speier e la cognata Ada, sono in realtà individui conformisti e ottusi, come Guido, o malati, come Ada. Quest'ultima, dice Zeno, soffre del cosiddetto morbo di Basedow, cioè di uno spreco di energia vitale: Ada non ha mai imparato a prendere la vita come viene; si appassiona troppo, ne soffre e alla fine viene travolta. Invece Zeno ha conquistato un distacco che gli permette di sorridere di tutto e di tutti, in primo luogo di se stesso; il suo sguardo straniato, diverso, obliquo, gli fa vedere la banalità altrui, dei borghesi soddisfatti, e l'assoluta relatività delle scelte e della volontà.

Il ruolo della psicoanalisi
Per raccontare la storia di Zeno, Svevo ricorre al cosiddetto narratore interno: è Zeno stesso a raccontare la propria storia, persuaso a ciò dallo psicanalista che lo ha in cura. In tal modo la psicoanalisi fa il proprio ingresso per la prima volta nella narrativa italiana, ponendosi addirittura quale motore della vicenda e ispirando direttamente molti episodi del romanzo. Per esempio, a un certo punto Zeno incorre in uno degli atti mancati diagnosticati da Freud come luogo di emersione del rimosso: Zeno segue infatti per errore il funerale di uno sconosciuto, anziché seguire il funerale del cognato Guido; ciò avviene perché egli odiava Guido, anche se non lo confesserebbe mai.
Un altro tema chiaramente psicoanalitico è il rapporto conflittuale fra padre saggio e figlio inetto (un tema che la psicoanalisi riporta al cosiddetto complesso di Edipo). Un po' in tutto il romanzo Zeno appare circondato da figure paterne, ed è un ulteriore motivo prettamente freudiano applicato alla letteratura: di volta in volta il padre (che avendo intuito tutta l'inettitudine del figlio, lo disprezzava), il suocere, l'amministratore, il medico e l'analista diventano per lui interlocutori del figlio, lo dici severi. Sono tutte figure in apparenza positive, ma in realtà il protagonista odia questi personaggi, o perlomeno è in continuo conflitto con loro. Alla fine però Zeno si prenderà grazie a circostanze fortuite, la rivincita su coloro che l'hanno sempre stimato poco. In tale conflitto affiora anche una componente sociale: Svevo vuole smascherare le ipocrisie e le falsità del mondo borghese; la famiglia in sostanza non è un ambiente più puro di una banca. Anche questo è un motivo profondamente freudiano, visto che fu proprio Freud a insistere su questi temi.

Ambiguità e contraddizioni di Zeno
  1. E' malato ma la malattia di cui soffre è la vita.
  2. Si cura dal dottor S. ma non crede nella psicoanalisi.
  3. E' inetto ma alla fine ha successo negli affari.
  4. Ama suo padre ma contemporaneamente lo odia.
  5. Sposa la donna che non vorrebbe ma il suo matrimonio si rivela accettabilmente felice.
  6. Ama la moglie ma ha una relazione extraconiugale.
  7. Odia il cognato rivale Guido ma lo aiuta negli affari.
  8. Vuole smettere di fumare ma fuma sempre l'ultima sigaretta.
  9. Ritrae con curiosità e interesse la vita ma non prende nulla sul serio.
  10. Smaschera le menzogne della società borghese ma vi si adagia placidamente.
L'ambiguità e la testimonianza della crisi
Vecchio; nevrotico; gaffeur ma lungimirante; appartenente a una ricca famiglia borghese ma inetto negli affari; capace però di risollevare le finanze della cognata, forse solo per ripicca; dispettoso e mentitore; sempre ironico e perplesso, Zeno è un personaggio supremamente sfuggente, ambiguo.
Da malato, ama il proprio stato di malato e quasi quasi si rifugia in tale condizione, perché malgrado gli autoinganni con cui continuamente maschera le proprie pulsioni intuisce che essa può dargli una percezione più autentica, o meno distorta, della realtà.
La conclusione del romanzo pare segnare una svolta: Zeno si dice guarito e lo dichiara con orgoglio al dottor S.; ad averlo guarito, afferma, non è la psicoanalisi, ma il commercio, ovvero l'attività pratica, incarnata nel successo (inaspettato per lui stesso) negli affari. Il protagonista dunque non è più un inetto? Ha davvero vinto la malattia? Non proprio. Più semplicemente, ha imparato a convivere con essa. Rispetto ad Alfonso Nitti (Una vita) e ad Emilio Brentani (Senilità) una cosa l'ha guadagnata: ora la sua inettitudine non si rovescia più in tragedia (suicidio), come accadeva in Una vita, né si traduce in inadattabilità al mondo (autoesilio), come in Senilità. Rimasto l'unico superstite dopo una vera e propria strage di rivali (il padre, il cognato Guido, lo stesso dottor S.), Zeno può accettare con maggiore serenità la vita e la sua originalità (la vita, egli ama ripetere, è originale), incluso il fatto che a dargli successo negli affari sono state circostanze imprevedibili, legate all'evento tragico (e da lui non auspicato) della Prima guerra mondiale.
In sostanze, Zeno rimane un inetto, anche se è più maturo rispetto al passato. Rievocare la propria vita lo ha reso più lucido e più consapevole. Grazie alla terapia psicoanalitica, alla quale si è volentieri sottoposto, ha imparato a guardarsi dentro, e in tal modo:
  • ha capito quanto sia difficile conoscere l'universo umano dei sentimenti e della volontà;
  • conosce le menzogne di cui si ammanta la salute borghese, con la sua ottusità e il conformismo, con i suoi alibi e le mistificazioni (che Zeno identifica nell'amore, nella famiglia, nelle leggi, nella religione);
  • è consapevole di avere lui stesso sempre agito per motivi irrazionali e inconoscibili, ogni volta diversi da quelli che egli adduce davanti agli altri.
In tal modo Zeno diviene il testimone, forse inconsapevole e forse no, della crisi di certezze che investiva tutta la società del primo Novecento e che traduceva nell'impossibilità di conoscere non solo la realtà esterna, ma anche e principalmente se stessi. Lo vediamo dall'apocalittica conclusione del romanzo, che si congeda dai lettori con la viisone di una società violenta, incamminata verso la propria distruzione. L'umanità si è allontanata dalle sue origini, si è complicata la vita e l'ha resa terribilmente innaturale e violenta; e adesso, così pronostica Zeno/Svevo, la fine è dietro l'angolo.

La sperimentazione narrativa
Inattendibile come personaggio, Zeno lo è anche come narratore (lo dice il dottor S. e lo conferma lo stesso protagonista nel capitolo Psico-analisi). Tutto, nel romanzo, affiora dal punto di vista soggettivo di Zeno e noi non possiamo essere certi che egli dica la verità, se cioè davvero sia l'unico sano (consapevole della natura umana) in un mondo di malati (ottusi e mediocri borghesi). Non abbiamo più il superpersonaggio del narratore che smentisce sistematicamente le prospettive anomale dei personaggi Alfonso o Emilio: esiste un solo punto di vista, Zeno, ed è inaffidabile; cosicché tutto, nel romanzo, diviene inattendibile, ambiguo e sfaccettato.
Nel romanzo Svevo utilizza una particolare tecnica narrativa in fieri: l'opera cioè prende forma poco per volta, crescendo su se stessa. L'io narrante descrive eventi che gli sono capitati quando era molto più giovane: c'è dunque lo Zeno di oggi, che scrive nel presente, e c'è lo Zeno di ieri, che riprende vita dal proprio passato. In tal modo il narratore, mentre racconta, contemporaneamente giudica il proprio vissuto, passando dalla memoria all'intelligenza critica. Nasce da qui l'ironia di Zeno, quel distacco, cioè, verso la vita, propria e di tutti, che è ciò che lo salva dall'assurdità del vivere.
Non è tutto: Zeno, con il suo stile parlato e svagato, rievoca i fatti non in modo lineare, bensì con moltissime interferenze. Ripercorre più volte i medesimi anni di vita, a seconda del nucleo tematico cui essi si riferiscono (il fumo, il matrimonio, il rapporto con Guido ecc.); ricorre di continuo alla retrospezione (che informa il lettore su ciò che precede una determinata situazione) e alla prolessi narrativa (che informa sugli eventi futuri). In mano a Zeno, il passato si frantuma, perdendo compattezza e consequenzialità: è ciò che lo stesso Svevo ha chiamato il tempo misto. Perciò, per ricostruire la sequenza cronologica delle diverse vicende, chi legge deve ristrutturare l'ordine narrativo, al di là di come esso riaffiora nella coscienza del protagonista.
Non si deve pensare però a una struttura caotica: situazioni e allusioni s'intrecciano e si collegano armonicamente lungo tutto il libro, dando vita a una narrazione coerente e unitaria, In complesso, queste novità di struttura consegnano l'autore della Coscienza di Zeno alla stagione sperimentale del grande romanzo europeo, il romanzo di Proust, Joyce, Mann, Musil, Kafka.
Continua a leggere »

Svevo: Senilità Capitolo 14

Nell'ultimo capitolo del romanzo si esaurisce definitivamente ogni tentativo di riscossa o cambiamento da parte del protagonista. Emilio, precocemente invecchiato e prostrato dai tradimenti di Angiolina, prima assiste al capezzale la sorella morente, le cui condizioni psichiche erano state aggravate dal suo comportamento con Angiolina e con Balli. Poi, rimasto solo, in questo brano tenta di riannodare i fili della sua griglia vita quotidiana. La sua mente non riesce però a liberarsi del ricordo delle due donne: anzi, nel sogno giunge a costruire una nuova, ibrida figura femminile, che combina miracolosamente le qualità di Angiolina (la bellezza, la passionalità) e quelle di Amalia (la pudicizia, il riserbo, la timida dolcezza).

Temi: uno squallido ambiente di vita familiare, la costante distanza tra sogno e realtà, l'idealizzazione della figura femminile, l'affidarsi ai ricordi come mezzo di sopravvivenza.
Anno: 1898.

Analisi del testo
Emilio sta provando a esistere senza Angiolina. Torna perciò all'attività letteraria, come mezzo di compensazione per sostituire ciò che gli manca. Talora si avvicina ad altre donne, ma senza effetti positivi: non riesce a tornare alla vita, rimane un inetto. Quando gli viene comunicato che Angiolina è fuggita con un altro uomo, con una frase enfatica e solenne ma calzante sintetizza la sua situazione: <<M'è fuggita la vita>>. Riassume così ciò che davvero è stata, per lui, Angiolina: non una persona con cui instaurare un rapporto, ma una creazione immaginaria, l'incarnazione di un elemento vitale.

Poi Emilio si reca a casa di Angiolina, dove viene a contatto con la volgarità della famiglia Zarri. Il ruolo che si era assunto di saggia guida e precettore della fanciulla (Aveva tentato di correggere Angiolina e di segnarle la via retta) viene demistificato dai baci tutt'altro che infantili della sorella Angiolina. Emergono qui tutta l'ambiguità, la sensualità, la bassezza di quella casa in cui Angiolina era vissuta.

Negli ultimi capoversi Svevo ci svela le illusioni che Emilio appronta per continuare la sua vita falsificando la realtà dei ricordi. Ai suoi occhi, Angiolina continua a incarnare la fondamentale simbologia legata alla vitalità, alla salute (quella che manca a Emilio); contemporaneamente, però la donna subisce, sempre nella mente del protagonista, una metamorfosi strana, in quanto assume anche altre due connotazioni:

  • da una parte s'identifica con Amalia, appena scomparsa, assumendo quindi caratteri di tristezza, purezza, come su un altare;
  • dall'altra incarna gli ideali del socialismo: per quel suo sguardo sempre rivolto verso l'orizzonte, cioè verso l'avvenire da cui ci partivamo i bagliori rossi.
Il narratore segnala la falsa coscienza del protagonista, che definisce letterato ozioso. Inoltre, nota ironicamente il contrasto fra sogno e realtà: Emilio trasforma infatti Angiolina in una creatura spirituale e nobile; le attribuisce la pensosità, l'altezza del sentire, l'intelligenza, tutti i connotati che la ragazza, volgare e godereccia, non ha mai avuto.
Angiolina diviene la personificazione del pensiero e del dolore; e se prima si era detta avversa al socialismo, ora ne diviene l'emblema. Il narratore smaschera così, senza concedere più alibi, tutte le menzogne che Emilio si è costruito attorno alla figura di Angiolina.

Ma quest'ultimo autoinganno è necessario a Emilio per poter pacificare, nel sogno, i contrasti che ancora lo agitano.
Identificando Angiolina e Amalia, egli costruisce una figura in cui ammortizzare i due aspetti della femminilità che apparivano inconciliabili ai suoi occhi: la passione e l'affetto, il godimento e la purezza. Angiolina che è stata finora soltanto una donna amante, adesso può assumere anche le fattezze tristi e pensierose di Amalia, che ha sacrificato la sua vita per il benessere dei membri della famiglia.
Continua a leggere »

Italo Svevo scrive male?

Dopo aver conquistato la notorietà, dal 1927 in avanti, Svevo fu molto contestato dai critici per il suo stile, giudicato inadeguato e approssimativo. Le critiche si appuntarono sia sulla Coscienza di Zeno, sia soprattutto sui primi due romanzi. Ma per valutare se si tratta di critiche giuste, dobbiamo esaminare in quale situazione linguistica Svevo si trovò a vivere e a operare come scrittore.

Si trattava di una condizione simile a quella in cui si era trovato Manzoni quasi un secolo prima.
  • Sia Svevo sia Manzoni erano dialettofoni, parlavano cioè il dialetto per la comunicazione quotidiana e familiare: Svevo il dialetto triestino, affine al veneto, Manzoni il dialetto milanese.
  • Entrambi usavano invece una lingua straniera per gli usi sociali: Svevo usava il tedesco (a scopi burocratici e commerciali), Manzoni si serviva del francese per fini culturali.
  • Entrambi, infine scelsero l'italiano per la scrittura letteraria. Era una scelta dettata anche da finalità politiche: l'attaccamento alla letteratura italiana era tradizionale per la società triestina che si sentiva estranea al mondo asburgico, proprio come Manzoni aveva scelto l'italiano per i suoi Promessi Sposi, finalizzati a dare una comune patria linguistica a tutte le genti della penisola.
La scelta dell'italiano come lingua letteraria implicò per Svevo e Manzoni la necessità d'imparare l'italiano come si farebbe con una lingua straniera. A tale scopo Manzoni nel 1827 dimorò alcuni mesi in Toscana; Svevo s'immerse intorno al 1880-85 nei libri della Biblioteca Civica di Trieste. Altri concittadini di Svevo sceglieranno come lui la professione di scrittori, come Slataper e Saba: essi però avranno avuto la possibilità di recarsi a Firenze per impratichirsi nel toscano. Invece Svevo poté contare su una preparazione scolastica di tipo solo tecnico commerciale (appresa in tedesco) inoltre dovette iniziare presto a lavorare. Non poté dunque conoscere il toscano di prima mano.

Tale lacuna ha ripercussioni evidenti nelle sue opere, soprattutto per due aspetti:
  1. le incertezze morfosintattiche: spesso Svevo usa in modo scorretto alcune preposizioni in espressioni che sono calchi dal tedesco (per esempio: Sarebbe stato di dire perché... Attraverso al pensiero nobilante di Amalia ecc.);
  2. le incertezze lessicali: da qui il suo vocabolario ora arcaicizzante (per esempio: i portati per i doni, adusti per inariditi, aggradevoli per gradevoli ecc), ora sciatto e povero (continuammo a succhiellare, termine gergale per sfogliare le cartelle).
Tuttavia Svevo non era affatto un illetterato o uno scrittore ingenuo o naif. Soprattutto al tempo della Coscienza di Zeno avrebbe potuto scrivere in modo più elegante o letterario; ma non volle mai ripulire in profondità la lingua della patina di dialettalismi e arcaismi. In sostanza, scelse di scrivere male, o meglio, di utilizzare quello che Montale chiamò uno stile commerciale. Sempre Montale però si accorse che quel linguaggio era il solo che fosse connaturale ai suoi [di Svevo] personaggi. La neutralità e piattezza stilistica erano per Svevo un mezzo di sincerità, di adesione ai contenuti.
La sua prosa scialba e uniforme intendeva infatti riprodurre la banalità e la monotonia della psicologia e della vita dei suoi personaggi: il vocabolario è povero perché è povera l'esistenza interiore di chi lo parla.
Si rivela qui quella scelta di realismo che è il fondamento della poetica sveviana: una scelta vicina a quella compiuta, negli stessi anni, da Pirandello, un altro prosatore che preferisce la sobrietà a qualsiasi affettazione e magniloquenza.

Va perciò preso con prudenza quanto Zeno affermerà nella Coscienza, scusandosi per il suo brutto italiano: Una confessione per iscritto è sempre menzognera. Con ogni nostra parola toscana [cioè di buona forma letteraria] noi mentiamo! Se egli [lo psicanalista] sapesse come raccontiamo con predilizione tutte le cose per le quali abbiamo pronta la frase e come evitiamo quelle che ci obbligherebbero di ricorrere al vocabolario!
Si capisce come la nostra vita avrebbe tutt'altro aspetto se fosse detta nel nostro dialetto. L'osservazione di Zeno è uno degli infiniti sotterfugi dietro cui egli si nasconde per mascherare e mistificare la realtà: Zeno utilizza cioè la propria (pretesa) scarsa padronanza della lingua per giustificare preventivamente le proprie bugie.
Continua a leggere »

Svevo: Senilità Capitolo 5

E' l'unica pagina di Senilità in cui si affacciano contemporaneamente i quattro protagonisti della vicenda, inclusa Angiolina che s'impone nella conversazione e nei pensieri degli altri tre. La scena comincia in casa di Emilio Brentani e di sua sorella Amalia; è giunto in visita Stefano Balli, lo scultore amico di Emilio e che Amalia segretamente ama. Dopo pranzo, i tre decidono di fare una passeggiata; è domenica e tutta la città sembra riversata sul passeggio di Sant'Andrea. Qui tre protagonisti incontrano per caso Angiolina, accompagnata dal suo amante, il sarto Volpini.

Temi: la rivalità tra l'inetto (Emilio) e l'uomo sicuro di sé (Stefano Balli), l'ambiguità e falsità nei rapporti interpersonali, un'immagine irreale e distorta di femminilità, l'inettitudine di Amalia.
Anno: 1898.

Analisi del testo
Nel brano si possono riconoscere tre sequenze:
  • un'introduzione, in cui il narratore, riferendo liberamente e interpretando i pensieri dei tre personaggi (Emilio, Amalia e Stefano) durante il loro pranzo, riflette sui tratti essenziali della loro personalità;
  • un ampio arco narrativo, che descrive la passeggiata in città e l'incontro, imprevisto, con Angiolina;
  • infine una breve conclusione, che vede in scena soltanto i due fratelli, gli inetti del racconto. Qui essi collaborano a elaborare un'immagine del tutto idealizzata di Angiolina: una pura illusione, che però costituirà, nella coscienza di Emilio il punto d'arrivo di tutto il romanzo.

Il significato del testo
Dietro la patina svagata, divertita e superficiale dei rapporti che si stabiliscono fra i personaggi, il narratore guida i lettori a intuirne anche gli elementi ambigui e potenzialmente conflittuali:
  • la rivalità e l'antagonismo, sotto la patina di vantata amicizia, fra Emilio e Stefano;
  • il disappunto e la gelosia di Emilio dinnanzi all'infatuazione della sorella nei confronti dell'amico (l'ammirazione che al Balli dedicava Amalia), che egli stesso ammira e invidia;
  • infine la distorsione della figura femminile di Angiolina, non solo nella fantasia di Emilio (che si costruisce un'Angiolina tutta illusoria) ma anche in quella di Amalia (che collabora all'illusione del fratello vincendo, almeno apparentemente, la propria gelosia verso quella donna).
  • In questa rete complessa di rapporti s'insinua fin dall'inizio il tema, prettamente sveviano, della distanza tra inetti, da una parte, ed eroi o vincenti, dall'altra: Era naturale che a lei e al fratello [la vita] fosse stata tanto dura e naturalissimo che al Balli fosse toccata tanto lieta. L'autore sottolinea che ai due Brentani la fortuna di Balli e la propria sventura paiono condizioni fatali, che non si possono modificare in alcun modo.

Analisi operativa
L'episodio è una pagina minore del romanzo, ma interessante: malgrado l'apparente svagatezza, essa esprime precisamente lo spirito narrativo e psicologico dell'opera.
In questo brano Svevo si concentra sulla rete delle relazioni affettive che si stringono fra i quattro protagonisti.
Emilio Brentani è la figura centrale del romanzo: Svevo stesso lo definì il fratello carnale di Alfonso Nitti, protagonista di Una vita.
Notevole importanza assume in questa pagina anche lo scultore Balli, al centro delle attenzioni dei due fratelli.
La vera protagonista dell'episodio letto è, forse, Amalia: un individuo ancor più fragile del fratello e che vive una condizione di senilità altrettanto forte.
Ad Amalia sono regolarmente attribuiti tratti di femminilità opposti a quelli che determinano il fascino dell'esuberante Angiolina.
Per Svevo, lettore di Darwin, è la lotta la misura dominante che regola i rapporti umani: una lotta psicologica e sentimentale, per conquistarsi spazi d'affetto e di ammirazione nella società borghese.
Continua a leggere »

Svevo: Una Vita Capitolo 8

Gabbiani e pesci da una vita, capitolo VIII
Una gita in barca nel golfo di Trieste diviene, nel contesto del romanzo, un episodio significativo per rivelare il carattere di sognatore di Alfonso (Svevo, altrove, lo chiama teorista), messo qui a confronto con il ben più pragmatico Macario.

Temi: l’inettitudine del protagonista, il senso di superiorità e la capacità d’agire del rivale, le vittime (come i pesci) e i predatori (come i gabbiani) nella lotta per la vita.
Anno: 1892.

Analisi del testo
Il brano offre la prima raffigurazione di una fondamentale struttura che regge l’opera sveviana, ovvero il confronto/scontro tra il protagonista (l’inetto) e l’antagonista (colui che è adatto a vivere): è proprio la lotta contro il rivale a nutrire l’immaginario dei protagonisti dei tre romanzi di Svevo (Alfonso contro Macario in Una vita, Emilio contro Stefano Balli in Senilità, Zeno contro Guido nella Coscienza di Zeno).
Nel testo risalta l’inettitudine di Alfonso, paragonata alle doti di Macario, l’individuo perfettamente adeguato alle esigenze della vita. Il confronto si svolge durante una gita in barca a vela, un ambito adatto a far emergere i tratti peculiari dei contrapposti caratteri. La gita dimostra all’impacciato passeggero, Alfonso, la sicurezza e abilità del velista, Macario.
Quest’ultimo appare perfettamente conscio delle sue possibilità e della sua abilità nel governare il cutter; invece Alfonso è completamente passivo, in balia degli altri e delle onde.
Il rapporto che s’instaura fra i personaggi è molto complesso. I due sembrano infatti dipendere l’uno dall’altro, sia pure per motivi opposti:

  • Alfonso ammira Macario perché è sicuro di sé, perché lo vede debole e spaventato: Alfonso, quindi, gli risulta indispensabile per far emergere la propria superiorità.
  • Il senso del brano viene riassunto, nel finale, in una similitudine: una sorta di parabola, che raffigura la lotta tra gabbiani e pesci. Macario fa osservare ad Alfonso la grande efficacia del volo dei gabbiani, capaci di gettarsi nel modo più rapido e infallibile sulla preda: come se il piccolo cervello di quegli uccelli fosse progettato solo a quello scopo. Alfonso (come la gita in barca a vela ha appena dimostrato) possiede invece le qualità opposte a quelle dei gabbiani: il suo cervello, nutrito di studi e letture, gli è d’impaccio, anziché d’utilità, nella lotta per la vita. I soli voli a cui è adatto, come ironicamente commenta Macario, sono quelli poetici, voli, cioè, del tutto inutili.
Continua a leggere »

Italo Svevo: Profilo Autobiografico

Svevo amava parlare di sé, mettersi a nudo, un po' come fanno i protagonisti delle sue opere narrative. Ci ha lasciato diversi scritti autobiografici, ovvero il Diario per la fidanzata (scritto nel 1896 per la futura moglie Livia Veneziani, su un grosso album illustrato, dono di Livia stessa), pagine di diario sparse, molte lettere e un Profilo autobiografico, steso nel 1928.


Il Profilo autobiografico costituisce un'autobiografia scritta in terza persona (Svveo cioè non dice io, ma si nomina come Italo Svevo) e quasi completa: rievoca infatti l'origine della famiglia, gli anni dell'infanzia e della formazione ecc., e giunge fino al 1928, cioè fino a pochi mesi prima della morte, avvenuta nel settembre di quello stesso anno per le conseguenze di un incidente automobilistico.


Ironia e annotazioni di poetica
Si tratta di un testo molto significativo: l'autore infatti scrive nel 1928, quando ormai la critica sta riconoscendo il valore della sua opera, ed è quindi dalla prospettiva della fama letteraria, da poco raggiunta (1926-27), che Svevo parla di sé, rievocando con ironica soddisfazione sia gli sforzi fatti per giungere al successo, sia le tante incomprensioni che in precedenza lo avevano ostacolato.
Molto interessanti nel Profilo, oltre a questo atteggiamento ironico e autoironico che appartiene all'humus profondo di Svevo, anche sparse annotazioni di poetica, raccolte assieme a quelle relative all'ambiente letterario in cui l'autore si formò. Trovano spazio, in queste pagine, anche l'amicizia con Joyce e l'incontro con il pensiero di Freud.


Analisi del testo
Analizziamo gli stralci più interessanti del Profilo autobiografico, a partire dalla scelta dello Pseudonimo (si ricordi che il vero nome dello scrittore era Ettore Schmitz) e dalla rievocazione del vivace ambiente culturale triestino dell'epoca.

Temi: la rievocazione dell'ambiente culturale triestino, le incomprensioni e i silenzi intorno alla propria opera, la temporanea rinuncia alla letteratura, l'amicizia con Joyce e l'incontro con il pensiero di Freud.
Anno: 1928.

Per prima cosa spicca in questo Profilo autobiografico l'importanza che l'autore attribuisce al proprio ambiente di formazione. Svevo sottolinea il fatto che Trieste rappresenta un vero crocevia di popoli, lingue tradizioni: è la medesima qualità che si riverbera nello pseudonimo da lui scelto, Italo Svevo, che vuole appunto rappresentare l'affratellamento di due mondi, quello italiano e quello germanico. Ciò in un'epoca e in una città in cui quei due mondi si guardavano senza alcuna simpatia, visti gli sforzi irredentisti (contro cioè la dominazione asburgica) messi in atto da larga parte della popolazione triestina di allora.
Un'altra importante dimensione presente nel Profilo riguarda gli insuccessi letterari che ripetutamente salutano le opere di Svevo; la situazione sembra peggiorare dal primo al terzo romanzo. L'autore peraltro non accusa, non recrimina, non protesta, anzi mantiene un'ammirevole serenità, limitandosi a registrare l'accaduto e ammettendo, con sincerità, il proprio rammarico di fronte all'insuccesso.
L'incontro con Joyce e Freud introduce alla dimensione propriamente europea della letteratura sveviana; dal punto di vista dell'aggiornamento culturale, a quell'epoca in Italia solo Pirandello seguiva il suo stesso percorso: questo autore, non a caso, proveniva da un'area periferica (la Sicilia) e come Svevo studiò un certo periodo all'estero (anch'egli in Germania).
Nel Profilo emerge infine una delle concezioni più care a Svevo, la letteratura come attività inutile e dannosa.
Più precisamente:
  • dannosa per le ripercussioni nella vita pratica (bastava un solo rigo per renderlo meno adatto al lavoro pratico cui giornalmente doveva attendere);
  • soprattutto, dannosa per la serenità d'animo dello scrittore stesso: dopo Senilità aveva allontanato il pericolo della letteratura per consentirsi una vita degna di essere vissuta; e dopo La coscienza di Zeno, con cui è ricaduto nel vecchio vizio di scrivere, deve amaramente ammettere che la disillusione e l'insuccesso, in età avanzata, pesano di più e risultano quasi intollerabili.
Continua a leggere »

Genere e opere di Svevo

Categoria romanzi:
Una vita, 1892
Senilità, 1898
La coscienza di Zeno, 1923
Frammenti (Un contratto, Le confessioni del vegliardo, Umbertino, Il mio ozio, Il vecchione), risalenti al 1928 e destinati al quarto romanzo (dal titolo: Il vecchione o Il vegliardo).

Commedie
Le teorie del conte Alberto (1880 circa), Le ire di Giuliano (1881)
Atto unico (1890 circa, in dialetto triestino), Terzetto spezzato (1890, ripreso nel 1912)
Un marito (1903), L'avventura di Maria (1915-19 circa)
Con la penna d'oro (incompiuto, 1926), La rigenerazione (1927-28).

Racconti
Una lotta (sull'indipendente, 1888), L'assassinio di via Belpoggio (1890).
La tribù (racconto politico-allegorico, pubblicato nel 1897 su Critica sociale di Turati)
Lo specifico del dottor Menghi (1904, racconto umoristico), La madre (1910, favola tragica), Vino generoso (risalente al 1905-09, ripreso e terminato nel 1924)
Corto viaggio sentimentale (1924-25), La novella del buon vecchio e della bella fanciulla (1926), Una burla riuscita (1926).

Articoli e saggi
L'autobiografia di R. Wagner (sull'indipendente, 1884)
La teoria darwiniana e La corruzione dell'anima (1900-10 circa)
Trattato sulla teoria della pace (1915)

Scritto autobiografici
Diario per la fidanzata (1896)
Soggiorno londinese (1926)
Profilo autobiografico (1928)
Continua a leggere »

Opere di Italo Svevo

Gli esordi
Come scrittore Svevo esordisce intorno al 1880. I suoi scritti sono pensati per il teatro: Svevo è un appassionato frequentatore dei teatri cittadini e comincia dunque con il comporre abbozzi di commedie, oltre ad articoli di critica per il giornale irredentista L'indipendente. Oltre alla passione per il teatro Svevo coltiva quella per la musica: suona in un quartetto come violinista dilettante Legge i grandi romanzieri europei, tedeschi e russi.
Sul finire del decennio pubblica i racconti Una lotta (1888) e L'assassinio di via Belpoggio (1890). In essi Svevo rappresenta, rispettivamente, un tema tratto da Darwin (la lotta per la vita) e uno Schopenhauer (la debolezza della volontà):
  • Una lotta rappresenta la vittorie che l'uomo energico e sportivo riporta sul letterato galante, nella competizione per la bella Rosina;
  • L'assassinio di via Belpoggio raffigura le conseguenze psicologiche di un omicidio (il colpevole, perseguitato dal rimorso, deve infine confessare il delitto).
In questi stessi anni, tra il 1887 e il 1889, scrive anche il romanzo Una vita, pubblicato nel 1892.

Una vita: la sua autobiografia e critica
Una vita racconta con un intreccio piuttosto lineare, la sconfitta esistenziale del Alfonso Nitti, un giovane impiegato di banca che coltiva sogni letterari. Alfonso abbandona il paese d'origine e si stabilisce a Trieste, ma qui emerge la grande distanza che intercorre tra i suoi sogni e la dura realtà quotidiana. La sconfitta, per lui, è così dolorosa e bruciante da indurlo a suicidarsi.
Il romanzo rielabora abbastanza da vicino alcuni elementi della biografia sveviana: l'ambiente triestino, la professione (bancaria) di Alfonso e il rapporto del protagonista con Annetta, che s'ispira al legame fra Ettore Schmitz e la moglie Livia Veneziani (a partire dalla marcata differenza di ceto sociale e d'età). Fin d'ora, dunque, Svevo appare impegnato a studiare e rappresentare la propria esperienza in forma romanzesca. Pur mantenendo in apparenza un impianto tradizionale, il narratore interviene spesso (talora con ironia) per commentare le contorsioni psichiche del suo protagonista e non esita a interferire con il lettore, guidandolo a interpretare i pensieri di Alfonso, svelando le maschere, le menzogne, gli alibi, gli inganni con cui il personaggio, invano, tenta di difendersi da una realtà che lo delude profondamente.

Il tema dell'inettitudine
Sul piano narrativo Una vita appare un racconto ancora tradizionale, vicino al realismo, anche se a tratti emerge già l'evocazione sveviana al romanzo analitico, centrato sullo studio della psicologia dei personaggi. L'aspetto più interessante, però. riguarda per ora il significato complessivo dell'opera:
Una vita verte infatti su una vicenda di fallimento. Dunque all'eroe, che trionfa nel romanzo ottocentesco, Svevo sostituisce la figura dell'inetto (dal latino in-aptus, inadatto, inopportuno, quindi sciocco), la cui immaturità psicologica è il vero filo conduttore del racconto. Non a caso il titolo originariamente pensato dall'autore per il romanzo era Un inetto.
Infatti Alfonso Nitti non fallisce non semplicemente per gli ostacoli che una società ostile gli dissemina sul cammino, bensì per la sua profonda inettitudine. Alfonso è nato così: non riesce mai ad accordare il mondo della realtà con i sentimenti, le aspirazioni, le energie della sua vita interiore. Forse soffrirebbe meno se si accontentasse della sua cultura umanistica, della contemplazione, come Schopenhauer suggeriva. Invece è ambizioso: rifiuta lo studio severo e la solitudine, per coltivare piuttosto il proposito, superficiale e velleitario, di affermarsi tanto nella vita come nell'arte. Sogna a occhi aperti: desidera amori, dominio, successo. La vita crudele gli sbatterà la porta in faccia e solo allora Alfonso dovrà tragicamente ammettere che i suoi sogni erano del tutto irrealizzabili. A quel punto si suicida: un gesto inutile, ma che Alfonso mette in alto come prendersi una rivincita nei confronti di Annetta (che si è fidanzata con un altro) e dell'ambiente circostante.

Senilità
Il secondo romanzo sveviano, Senilità, fu pubblicato nel 1898. L'autore prosegue sulla via di una trama esile e poco originale, ma utilissima all'analisi psicologica del protagonista, Emilio Brentani. E' lui il personaggio senile del titolo, è lui ancora giovane d'età, l'uomo vecchio che rinuncia a vivere per osservare la vita dal di fuori, conservando nel ricordo ciò che ha vissuto.
Come già in Una vita, anche in Senilità il tema di fondo è la sconfitta del protagonista. Infatti, nel primo romanzo Alfonso Nitti, sognatore, ricco di pseudoideali che tali, però, non sono (l'onore, la superiorità culturale), urtava contro una società spregiudicata e opportunista, ma più forte di lui (come Annetta); non poteva, perciò, che soccombere. Anche Emilio Brentani, nel secondo romanzo, è uno sconfitto: è un letterato solitario, introverso e malinconico, che s'illude troppo facilmente, rimanendo estraneo alla realtà. Più che vivere, si guarda vivere. E' un sognatore, un teorista, dice Svevo. Arriva così ad attribuire qualità del tutto astratte e immaginarie a una persona volgare, sfacciata e bugiarda come Angiolina. Finché può, Emilio nasconde a se stesso i tradimenti di Angiolina; ma dovrà infine ammettere la verità e, quindi,  la propria sconfitta.
La differenza più rilevante di Senilità rispetto a Una vita è la conclusione del romanzo: Emilio infatti non si suicida, ma sopravvive al proprio fallimento sentimentale. Ci riesce allontanando il dolore patito nel ricordo, trasfigurando nella memoria l'immagine di Angiolina: come se fosse un simbolo, un ideale assoluto di bellezza, di sanità, di purezza.

Salute, malattia e romanzo psicologico
L'elemento più interessante e moderno dei primi due romanzi sveviani, come si è visto, è l'inettitudine, una malattia che colpisce entrambi i protagonisti. Alfonso, appena morta sua madre, si ammala gravemente; in Senilità, Angiolina (detta Giolona dall'amico Balli) è sanissima, mentre Emilio vive la sua avventura come una malattia. Anche la sorella del protagonista, Amalia, è una malata cronica.
Sia in Una vita sia in Senilità la malattia (cioè l'inettitudine) dei protagonisti viene contrapposta alla salute degli altri, i normali. In entrambi i romanzi questi ultimi vengono incarnati dalla figura di un rivale, l'antagonista. In Una vita a rivestire tale ruolo è il cugino di Annetta, Macario, un giovane spregiudicato e brillante; in Senilità il rivale è invece l'amico di Emilio, lo scultore Balli. Sia Macario sia Balli sono dei vincenti nella lotta per la vita: hanno il successo e l'amore, e soprattutto non soffrono di alcuna scissione interiore, cioè, di alcuna malattia.
Ritroveremo nella Coscienza di Zeno i temi della malattia e della salute, insieme al conflitto con l'antagonista. Là questi motivi verranno trattati con maggiore problematicità; ma già Senilità si propone come un moderno romanzo d'indagine psicologica, il primo della nostra letteratura. L'autore, infatti racconta l'intera vicenda attraverso il filtro della memoria di Emilio e del suo punto di vista tutto soggettivo e deformante. E' questo punto di vista, onnipresente, del personaggio a fungere da chiave di lettura (o di riflessione) di ogni avvenimenti: il lettore non può mai verificare la realtà dei fatti né inquadrare la vicenda in un tempo cronologico e oggettivo. Perciò, narrando, Svevo dedica ampio spazio a sogni, immagini mentali, allucinazioni e fantasie.

La coscienza di Zeno
Dopo il duplice insuccesso di Una vita e Senilità, Svevo accantonò per più di vent'anni la scrittura, per dedicarsi completamente agli affari di famiglia. In realtà continuò a scrivere alcuni racconti e commedie, ma tenendo quelle pagine nel cassetto, senza velleità di pubblicazione. Fu un periodo di apparente inattività letteraria, ma in realtà esso costituisce l'insieme di esperienze letterarie che confluiranno nelle prove della maturità.
A suggerire il ritorno alla scrittura intesa come produzione letteraria fu il ridursi dell'attività commerciale dovuto alla Grande guerra. Ma il desiderio di scrivere tornò anche come reazione al grande male del conflitto, e nel 1923 fu pubblicato il suo terzo romanzo, La coscienza di Zeno.
Rispetto ai primi due romanzi erano trascorsi circa venticinque anni e Svevo aveva maturato tante nuove esperienze: innanzitutto una posizione sociale più favorevole (da piccolo impiegato di banca a industriale), poi il confronto letterario con Joyce e la conoscenza della psicoanalisi. Rispetto a prima anche la forma del romanzo non poteva più essere quella che era: benché ritornino nella Coscienza molti temi cari all'autore, l'opera si presenta come un romanzo sperimentale, dall'impianto e dalla struttura assai diversi dai libri precedenti. Tra questi, un ruolo primario spettava alla psicoanalisi. Essa diviene addirittura il motore narrativo del romanzo, che infatti nasce come diario personale su consiglio del dottor S., medico psicoanalista che ha in cura Zeno. Inoltre, intorno alla psicoanalisi ruotano molte situazioni narrative: per esempio, invece di seguire il carro funebre del cognato Guido, Zeno sbaglia funerale, commettendo così un tipico lapsus (errore inconscio) freudiano, che rivela l'odio inconfessabile che il protagonista nutre per il cognato-rivale. Diversa anche la fortuna dell'opera: questa volta anche se faticosamente, il libro ottenne successo. ormai una parte del pubblico era finalmente in grado di recepire il nuovo linguaggio e le nuove problematiche proposte dall'autore triestino.

La diversità di Zeno
Rispetto a Una vita e senilità, il terzo romanzo ribalta la prospettiva generale del racconto: si passa dalla malattia alla salute, almeno parziale; si giunge dall'inettitudine alla lotta e al successo. Se Alfonso ed Emilio erano personaggi bloccati dalla propria inettitudine, abulici e passivi (al punto da giungere l'uno al suicidio, l'altro a guardare tristemente la sorella che muore), Zeno invece si riscatta dalla propria inferiorità (zoppica leggermente, non ha abilità negli affari, non conquista la donna che ama ecc.). Egli guarda a tutto ciò con indifferenza, ed è questa la risorsa che gli serve per vincere, o quantomeno per sopravvivere. A suicidarsi, stavolta, è Guido Speier, il rivale di Zeno, colui che al lettore era parso il lottatore, il vincente.
Le differenze di Zeno rispetto ad Alfonso ed Emilio sono evidenti, anche sul piano sociale: i protagonisti dei primi due romanzi erano intellettuali piccoli borghesi, i quali non sapevano concretizzare le proprie ambizioni e ne vivevano schiacciati; Zeno proviene invece dall'alta borghesia imprenditoriale triestina (in lui si riflette la superiore posizione sociale guadagnata dallo stesso Svevo grazie al matrimonio con Lidia Veneziani) ed è libero da preoccupazioni economiche, tanto che può vivere di rendita grazie al patrimonio ereditato dal padre. Può dunque trascurare i bisogni pratici, la vita attiva, per fissare l'attenzione esclusivamente sui meccanismi che regolano la vita interiore degli individui e ne governano, segretamente, i comportamenti. In tal modo, con il suo distacco contemplativo, si conquisterà una conoscenza disincantata e profonda della realtà umana.
Distacco significa anche uso sapiente dell'ironia, che è, assieme alla psicoanalisi, l'impalcatura su cui cresce l'intero romanzo. E' infatti l'ironia il sentimento attraverso cui il protagonista Zeno rivive la propria esistenza e la vita intera, rinunciando a prendere sul serio se stesso, gli ideali comuni, le regole sociali. L'ironia sveviana è molto simile all'umorismo di Pirandello: l'uno e l'altro esprimono un bisogno di distanza critica sia dalla vita sia dalla letteratura, e al tempo stesso diventano l'unica arma attraverso cui difendersi dalla tragedia del vivere.

L'ultimo Svevo: i racconti e i frammenti del quarto romanzo
Dopo la pubblicazione della Coscienza di Zeno, l'ultima fase dell'attività sveviana è segnata dai racconti(alcuni incompiuti) e dagli abbozzi preparatori del quarto romanzo, oltre alla tarda commedia La rigenerazione.
Tra i racconti spiccano Corto viaggio sentimentale (1924-25), La novella del buon vecchio e della bella fanciulla (1926) e Una burla riuscita (1926). I temi trattati sono ancora quelli della vecchiaia (con tutte le sue contraddizioni), della malattia e della letteratura, assieme all'analisi dei propri desideri e mistificazioni; ritorna anche l'ironia con cui Svevo caratterizza i suoi personaggi, mentitori e doppi, sempre desiderosi di affermare la propria innocenza.
Intanto l'autore lavora anche a una lunga serie di frammenti, che avrebbero probabilmente dovuto fondersi nel cosiddetto quarto romanzo (il cui titolo era forse Il vecchione o Il vegliardo). L'autore ne dà ripetutamente notizia ai suoi amici francesi: Mi sono messo a fare un altro romanzo, una continuazione di Zeno. Tempo fa in un momento di buon umore Zeno vegliardo stese una prefazione delle sue nuove memorie.
I titoli di questi frammenti, alcuni piuttosto estesi, sono Un contratto, Le confessioni del vegliardo, Umbertino, Il mio ozio e il vecchione. Furono tutti scritti rapidamente da Svevo, con correzioni e varianti, negli ultimi mesi di vita, fra l'aprile e il maggio del 1928. Essi si riallacciano all'ottavo e ultimo capitolo della Coscienza e abbozzano un ritratto della psicologa di Zeno diventato ormai anziano.
Non più costretto a narrare su invito del dottor S., egli ci presenta ora nuove avventure (per esempio una scappatella extraconiugale con una sigaraia) e riflessioni, assieme ai ritratti di familiari che già conosciamo (la moglie) e nuovi (il nipotino Umbertino).
malgrado le ripetizioni e le incongruenze proprie di un testo non portato a termine, ne risulta un complesso narrativo molto interessante. Svevo assume come tema privilegiato la condizione alienata del vecchio nel mondo contemporaneo, nella civiltà del produttivismo, dell'efficienza e del successo. Il suo scopo è riscattare dall'emarginazione il vegliardo Zeno, mettendo a fuoco, mediante le sue memorie, tutte le qualità e virtù del suo ultimo tempo di vita, consegnato alla meditazione, al ricordo e al raccoglimento che conducono alla saggezza estrema. Intanto prende corpo un ritratto perfido e demistificante della famiglia borghese, lo stesso che già affiorava dalle pagine della Coscienza.

Gli scritti teatrali e la commedia La rigenerazione
Fin dalla giovinezza Svevo aveva coltivato, accanto alla narrativa, la scrittura teatrale. Le prime commedie risalgono al 1880-90 (Le teorie del conte Alberto, Le ire di Giuliano ecc.). Seguirono poi le commedie nate nella fase del silenzio sveviano, fra Senilità e La coscienza di Zeno: ricordiamo Terzetto spezzato e l'Atto unico in dialetto triestino. Infine, a ridosso del suo terzo romanzo, Svevo scrisse l'incompiuta commedia Con la penna d'oro e La rigenerazione.
Quest'ultima commedia, del 1927-28, è considerato il capolavoro drammaturgico di Svevo, l'unico suo testo teatrale in cui la propensione all'analisi psicologica e al ritratto di vita interiore non cozzano contro le esigenze di azioni e sintesi tipiche della scrittura scenica. Protagonista della Rigenerazione è un vecchio che s'illude di poter ringiovanire con un'operazione chirurgica, poiché a suo dire, in questa epoca non è permesso di essere vecchi. Le sue riflessioni sulla scena costituiscono una sintesi dei motivi più originali dell'ultima produzione letteraria di Svevo.
Continua a leggere »

Poetica di Italo Svevo

Svevo fu tra i primi scrittori del Novecento a concepire la letteratura in modo assai diverso da come la concepiva la tradizione (per esempio D'Annunzio, in quell'epoca l'autore italiano più letto e influente). Egli infatti ridimensiona nettamente il ruolo della letteratura e del poeta, allontanandosi notevolmente dalla figura di poeta-eroe dell'età classica, o da quella di poeta-genio dei romantici. Svevo, al contrario, attribuisce ai letterati molti i difetti: sono lenti (non possono dare un giudizio sintetico su questa vita che analizzarono con tanta lentezza - Diario, 1893), indecisi (Sto per giornate intere dinanzi alle mie cartelle e fumo, fumo, fumo - Terzetto spezzato, 1912), perfino immortali (Bastava perciò non scrivere ed egli diventava l'uomo virtuoso ch'era stato sempre - La novella del buon vecchio e della bella fanciulla, 1926).
Il punto è che i poeti non possono più conoscere il mondo, non hanno più certezze o valori o ideali da comunicare. Se vogliono davvero rimanere fedeli alla vita ed essere sinceri, come Svevo auspica, non possono che ridursi a parlare dell'unica cosa che conoscono, pur se parzialmente: la propria vita interiore. La letteratura, scrive Svevo, è semplicemente un modo per conoscersi meglio:
Io voglio soltanto - leggiamo in un appunto di diario datato 1902 - attraverso a queste mie pagine arrivare a capirmi meglio. La penna m'aiuterà ad arrivare al fondo tanto complesso del mio essere.
L'opera che ne nascerà avrà carattere introspettivo (come avviene nei primi due romanzi sveviani) o diventerà, addirittura, un'autobiografia, qual'è La coscienza di Zeno.
In tal modo, la letteratura perde la sua aura, non ha più nulla a che fare con il bello, con l'arte; diviene un fatto privato, che può sopravvivere solo se si rende utile a chi la pratica. Il vecchione del quarto romanzo (appena abbozzato) affermerà, con forte autoironia, che la letteratura ha per lui il semplice valore di un purgante.
Questa poetica della riduzione della letteratura giunge fino al rifiuto. In un altro famoso appunto di diario, sempre datato 1902, leggiamo: Io, a quest'ora e definitivamente ho eliminato dalla mia vita quella ridicola e dannosa cosa che si chiama letteratura. Svevo però non mantenne fede al proposito: dopo i primi due romanzi, sarebbe giunto il capolavoro della Coscienza.

Il ricordo e la malattia: questi sono i suoi temi prediletti
In quest'ottica privata e individuale, il tema prediletto diviene quello del ricordo, la parte più intima dell'autore, la più adatta all'autoconoscenza, all'introspezione. Ricordare significa, per i personaggi di Svevo, muoversi nel tempo, anche se questa è un'operazione difficile: gli occhi presbiti separano Zeno dal passato. Io non so muovermi abbastanza sicuramente nel tempo. Il tempo fa le sue devastazioni con ordine sicuro e crudele (Il vecchione). Il tempo che ritorna nel ricordo è sempre soggettivo (Il presente dirige il passato come un direttore d'orchestra i suoi suonatori, La morte), ovvero, in altre parole, il tempo puro non esiste: nel ricordo rivive un tempo misto com'è il destino dell'uomo (Il vecchione).
Accanto al tema del ricordo, quello della malattia. Vita, letteratura e malattia s'intrecciano strettamente nell'opera sveviana. La letteratura non può che ritrarre la vita, ma quest'ultima la vita, ma quest'ultima è malata o inquinata fin dalle radici, affermerà Zeno; per vivere di meno e, quindi, per essere un po' meno malati. Se queste sono le premesse, comprendiamo il perché, nell'arco dei suoi tre romanzi, Svevo prospetti un itinerario complessivo di guarigione:
  • l'Alfonso Nitti di Una vita (1892) si suicida, perché riconosce una sproporzione troppo grande tra il sogno e la realtà, una sproporzione cui non sa adeguarsi;
  • l'Emilio Brentani di Senilità (1898) può sopravvivere, ma solo nel ricordo di Angiolina: un ricordo totalmente idealizzato e disincarnato, tale da non dolergli più;
  • infine Zeno Cosini, il protagonista della Coscienza di Zeno (1923), riesce a sconfiggere la passione per la vita mediante lo scetticismo: impara a convivere con i limiti propri e della realtà. Non è perfettamente guarito, ma riesce perlomeno a tenere la nevrosi e sopravvivere, in tal modo, meglio che può.
Lo stile e la scelta del realismo
Lo stretto contatto fra vita e letteratura porta Svevo a una scelta fondamentale per la sua produzione: quella del realismo come mezzo di fedeltà alla vita. Svevo rifiuta un'idea classicista di arte: il poeta, secondo lui, deve testimoniare questa realtà, non crearne un'altra; perciò sceglie uno stile vivo, parlato, un linguaggio fedele alla vita anche nei suoi momenti bassi e ordinari (in questo senso Montale definì quello di Svevo uno stile commerciale). Tutto ciò è molto vicino al Verismo di Verga e soprattutto al sincerismo propugnato dal giovane Pirandello. Svevo rifiuta invece D'Annunzio, perché gli appare il tipico letterato: Da buon letterato egli non diceva mai la verità (Incontro di vecchi amici).
I protagonisti dei tre romanzi principali di Svevo (tutti e tre, a loro modo, dei letterati) giungono però gradualmente alla parola semplice amata da Zeno.
  • Alfondo Nitti di Una vita fallisce come romanziere perché imita i classici, perché formula teorie di stile fiorito o meno, lingua pura o impura, e sogna di divenire il divino autore.
  • Anche Emilio Brentani di Senilità è un letterato di vecchio stampo. Apprezza l'arte dell'amico scultore Stefano Balli (controfigura del pittore triestino Umberto Veruda, amico di Svevo), perché mira alla riconquista della semplicità o ingenuità che i cosidetti classici ci avevano rubate. Il suo ideali di spontaneità, di ruvidezza da Zeno, nel suo diario così privato, così (apparentemente) improvvisato della Coscienza, un libro che nasce non come libro, ma come somma di ricordi e appunti stesi alla rinfusa. Zeno vorrebbe addirittura scrivere le proprie memorie in dialetto, perché con ogni parola toscana noi meritiamo!.
Continua a leggere »
🧞 Continua a leggere su Scuolissima.com
Cerca appunti o informazioni su uno specifico argomento. Il nostro genio li troverà per te.




© Scuolissima.com - appunti di scuola online! © 2012 - 2025, diritti riservati di Andrea Sapuppo

Policy Privacy - Cambia Impostazioni Cookies