Paradiso Canto 23 - Figure retoriche


Tutte le figure retoriche presenti nel ventitreesimo canto del Paradiso (Canto XXIII) della Divina Commedia di Dante Alighieri.

Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del ventitreesimo canto del Paradiso. In questo canto Beatrice annuncia l'arrivo delle schiere dei beati e di Cristo in trionfo. Dopo aver visto l'immagine umana di Cristo, Dante diventa in grado di sostenere il sorriso di Beatrice. In seguito avviene il trionfo della Vergine Maria e l'apparizione dell'arcangelo Gabriele che danza intorno a lei. Infine l'ascesa di Cristo e Maria all'Empireo e la finale apparizione di san Pietro. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 23 del Paradiso.



Le figure retoriche

Come l’augello, intra l’amate fronde, posato al nido de’ suoi dolci nati la notte che le cose ci nasconde, che, per veder li aspetti disiati e per trovar lo cibo onde li pasca, in che gravi labor li sono aggrati, previene il tempo in su aperta frasca, e con ardente affetto il sole aspetta, fiso guardando pur che l’alba nasca; così la donna mia stava eretta e attenta, rivolta inver’ la plaga = similitudine (vv. 1-11). Cioè: "Come l'uccello che, dopo aver riposato nel nido coi suoi piccoli, durante la notte che ci occulta gli aspetti delle cose sta tra i rami fidati e, per vedere l'aspetto dei piccoli e trovare il cibo con cui nutrirli (cosa per cui non esita ad affrontare gravi fatiche), attende il sorgere del sole su un ramo esposto con fervida attesa, osservando fisso il cielo finché sorge l'alba; così Beatrice stava dritta e attenta, rivolta verso la parte del Cielo".

La notte che le cose ci nascondepersonificazione (v. 3). Per dire che non si vede bene nel buio della notte.

Ardente affetto ... aspetta = allitterazione della t (v. 8).

Fiso guardando = anastrofe (v. 9). Cioè: "guardando fissamente".

La plaga sotto la quale il sol mostra men fretta = perifrasi (vv. 11-12). Per indicare la parte meridiana del Cielo, verso mezzogiorno.

La donna mia = perifrasi e anastrofe (v. 10). Cioè: "la mia donna", per indicare Beatrice.

Eretta e attenta = endiadi (vv. 10-11). Cioè: "con capo eretto e sguardo attento".

Sospesa e vaga = endiadi (v. 13). Cioè: "assorta e ansiosa, piena di attesa".

Fecimi qual è quei che disiando altro vorria, e sperando s’appaga = similitudine (vv. 14-15). Cioè: "divenni come colui che desidera qualcosa che non ha ma, nell'attesa, si acquieta nella speranza di ottenerlo".

‘l frutto / ricolto = enjambement (vv. 20-21). Cioè: "il frutto ottenuto".

E li occhi avea = anastrofe (v. 23). Cioè: "e aveva gli occhi".

Di letizia sì pieni = anastrofe (v. 24). Cioè: "così pieni di gioia".

Quale ne’ plenilunii sereni Trivia ride tra le ninfe etterne che dipingon lo ciel per tutti i seni, vid’i’ sopra migliaia di lucerne un sol che tutte quante l’accendea, come fa ‘l nostro le viste superne = similitudine (vv. 25-30). Cioè: "Come nelle limpide notti di plenilunio la Luna risplende fra le stelle, che illuminano il cielo in ogni sua parte, così io vidi una luce che illuminava migliaia di altre anime, come fa il nostro Sole con le stelle".

Trivia ride = personificazione (v. 26). Usa il verbo rise perché in precedenza il sorriso di Beatrice creava un forte bagliore.

Un sol = perifrasi (v. 29). Per indicare Cristo.

Lucente sustanza = perifrasi e anastrofe (v. 32). Cioè: "sostanza lucente", per indicare la figura umana di Cristo.

Viso mio = anastrofe (v. 33). Cioè: "mio viso".

Dolce e cara = dittologia (v. 34).

La sapienza e la possanza = perifrasi (v. 37). Per indicare Cristo.

Come foco di nube si diserra per dilatarsi sì che non vi cape, e fuor di sua natura in giù s’atterra, la mente mia così, tra quelle dape fatta più grande, di sé stessa uscìo, e che si fesse rimembrar non sape = similitudine (vv. 40-45). Cioè: "Come un fulmine si sprigiona dalla nuvola perché si dilata, al punto che la nube non lo può contenere, e si scaglia a terra contro la sua natura, così la mia mente, divenuta più grande stando fra quelle vivande spirituali, uscì da se stessa e ora non è in grado di ricordare cosa facesse in quel momento".

Mente mia = anastrofe (v. 43). Cioè: "mia mente".

Lo riso mio = anastrofe (v. 48). Cioè: "il mio sorriso".

Io era come quei che si risente di visione oblita e che s’ingegna indarno di ridurlasi a la mente = similitudine (vv. 49-51). Cioè "Io ero come colui che si risveglia dopo un sogno che ha dimenticato e che tenta invano di ricondurlo alla memoria".

Libro che ‘l preterito rassegna = perifrasi (v. 54). Cioè: "libro che registra il passato". Per indicare la memoria.

Cantando santo quanto santo aspetto = allitterazione della t (vv. 59-60).

Sacrato poema = anastrofe (v. 62). Cioè: "poema sacro".

Figurando il paradiso, convien saltar lo sacrato poema, come chi trova suo cammin riciso = similitudine (vv. 61-63). Cioè: "nel rappresentare il Paradiso, è inevitabile che il poema sacro salti delle cose, come chi trova il suo cammino interrotto".

L’omero = metonimia (v. 65). Il contenente per il contenuto, l'osso omero anziché la spalla.

Faccia mia = anastrofe (v. 70). Cioè: "mio viso".

Bel giardino = perifrasi (v. 71). Per indicare la schiera dei beati.

Che sotto i raggi di Cristo s’infiora = anastrofe (v. 72). Cioè: "che fiorisce sotto i raggi della luce di Cristo".

La rosa = perifrasi (v. 73). Per indicare la vergine Maria.

Carne si fece = anastrofe (v. 74). Cioè: "si fece carne, si incarnò".

Li gigli = perifrasi (v. 74). Per indicare gli apostoli.

Cigli = sineddoche (v. 78). La parte per il tutto, le ciglia anziché gli occhi.

Come a raggio di sol che puro mei per fratta nube, già prato di fiori vider, coverti d’ombra, li occhi miei; vid’io così più turbe di splendori, folgorate di sù da raggi ardenti, sanza veder principio di folgóri = similitudine (vv. 79-84). Cioè "Come i miei occhi, protetti dall'ombra, videro altre volte un prato di fiori illuminato dai raggi del sole che filtravano attraverso le nuvole, così io vidi più schiere di beati, illuminate dall'alto dai raggi ardenti di Cristo, senza vedere l'origine del chiarore".

Occhi miei = anastrofe (v. 81). Cioè: "miei occhi".

O benigna vertù = apostrofe (v. 85).

Il nome del fior = perifrasi (v. 88). Per indicare il nome Maria.

Lo maggior foco = perifrasi (v. 90). Per indicare la vergine Maria.

Le luci = analogia (v. 91). Per indicare gli occhi.

Una facella, formata in cerchio = perifrasi (vv. 94-95). Per indicare l'arcangelo Gabriele.

A guisa di corona = similitudine (v. 95). Cioè: "simile a una corona".

Qualunque melodia più dolce suona qua giù e più a sé l’anima tira, parrebbe nube che squarciata tona, comparata al sonar di quella lira = similitudine (vv. 97-100). Cioè: "Qualunque melodia terrena che suoni più dolcemente e che attiri a sé l'animo umano, sembrerebbe il fragore di un tuono che squarcia una nuvola, confrontato al suono di quel dolce canto".

Quella lira = perifrasi (v. 100). Per indicare il canto dell'arcangelo Gabriele.

Il bel zaffiro = perifrasi (v. 101). Per indicare Maria.

Il ciel più chiaro = perifrasi (v. 102). Per indicare l'Empireo.

Nostro disiro = perifrasi (v. 105). Cioè: "il desiderio di tutti noi". Per indicare Gesù Cristo.

La spera suprema = perifrasi (v. 108). Per indicare l'Empireo.

Lo real manto di tutti i volumi del mondo = perifrasi (vv. 112-113). Cioè: "l'involucro regale di tutte le altre sfere dell'Universo". Per indicare il Primo Mobile.

Li occhi miei = anastrofe (v. 118). Cioè: "i miei occhi".

La coronata fiamma = perifrasi (v. 119). Per indicare Maria con intorno l'arcangelo Gabriele.

Sua semenza = perifrasi (v. 120). Per indicare il suo seme, figlio, Gesù.

E come fantolin che ‘nver’ la mamma tende le braccia, poi che ‘l latte prese, per l’animo che ‘nfin di fuor s’infiamma; ciascun di quei candori in sù si stese con la sua cima = similitudine (vv. 121-125). Cioè: "E come un bambino tende le braccia verso la mamma, dopo essere stato allattato, per il suo affetto che si manifesta anche nei gesti esteriori, così ognuno di quei beati si protese verso l'alto con la sua cima".

Oh quanta è l’ubertà che si soffolce in quelle arche ricchissime che fuoro a seminar qua giù buone bobolce! = esclamazione (vv. 130-132). Cioè: "Oh, quanto è grande la fertilità che è contenuta in quelle arche ricolme, che furono in Terra abili contadine a seminare il bene!".

Arche ricchissime = perifrasi (v. 131). Per indicare le anime dei beati.

Essilio / di Babillòn = enjambement (vv. 134-135). Cioè: "esilio babilonese".

Colui che tien le chiavi di tal gloria = perifrasi (v. 139). Per indicare san Pietro.


Nessun commento :

Scrivi un commento

I commenti dovranno prima essere approvati da un amministratore. Verranno pubblicati solo quelli utili a tutti e attinenti al contenuto della pagina. Per commentare utilizzate un account Google/Gmail.


© Scuolissima.com - appunti di scuola online! © 2021, diritti riservati di Andrea Sapuppo
P. IVA 05219230876

Policy Privacy - Cambia Impostazioni Cookies