Paradiso Canto 17 - Figure retoriche


Tutte le figure retoriche presenti nel diciassettesimo canto del Paradiso (Canto XVII) della Divina Commedia di Dante Alighieri.

Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del diciassettesimo canto del Paradiso. In questo canto, al termine del discorso dell'avo Cacciaguida, Dante ha dei dubbi che inizialmente si tiene per sé, ma quando viene esortato da Beatrice a parlare pone alcune domande a Cacciaguida circa il suo futuro. Questi profetizza l'esilio di Dante da Firenze e l'incontro di alcuni personaggi positivi nella sua avventura, tra i quali Bartolomeo I della Scala e Cangrande della Scala. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 17 del Paradiso.



Le figure retoriche

Qual venne a Climené, per accertarsi di ciò ch’avea incontro a sé udito, quei ch’ancor fa li padri ai figli scarsi; 3 tal era io, e tal era sentito e da Beatrice e da la santa lampa che pria per me avea mutato sito = similitudine (vv. 1-6). Cioè: "Come colui che ancora oggi induce i padri a non essere arrendevoli verso i figli, andò dalla madre Climene per avere rassicurazioni su quanto aveva udito contro di sé, così ero io, e ben lo compresero Beatrice e la santa luce che prima aveva cambiato posizione per me".

Qual venne a Climené, per accertarsi di ciò ch’avea incontro a sé udito, quei ch’ancor fa li padri ai figli scarsi = perifrasi (vv. 1-3). Per indicare Fetonte.

Tal ... tal = iterazione (v. 4). Ripetizione della stessa parola nello stesso verso.

La santa lampa = perifrasi (v. 5). Per indicare l'avo Cacciaguida.

Mia donna = perifrasi (v. 7). Per indicare Beatrice.

La vampa / del tuo disio = enjambement e metafora (vv. 7-8). La curiosità di Dante è paragonata a una fiamma che deve essere viva.

Ma perchét’ausi a dir la sete, sì che l’uom ti mesca = metafora (vv. 11-12). Cioè: "ma affinché tu ti abitui a manifestare i tuoi desideri, in modo che essi vengano esauditi". La sete qui è intesa non come desiderio di acqua ma di conoscenza.

O cara piota = perifrasi (v. 13). Il termine piota sta per "radice" o "ceppo", difatti l'espressione è traducibile in "o caro mio capostipite".

Insusi = dantismo (v. 13). Termine coniato da Dante, in+suso, cioè: "sopra".

O cara piota mia che sì t’insusi, che, come veggion le terrene menti non capere in triangol due ottusi, così vedi le cose contingenti anzi che sieno in sé = similitudine (vv. 13-18). Cioè: "O caro mio capostipite, che ti elevi a tal punto che, come gli uomini vedono che in un triangolo non possono esserci due angoli ottusi, così vedi le cose prima che avvengano".

Capere = latinismo (v. 15)

Il punto a cui tutti li tempi son presenti = perifrasi (vv. 17-18). Per indicare Dio, che essendo eterno per lui non esiste il passato o il futuro ma solo il presente.

A Virgilio congiunto = anastrofe (v. 19). Cioè: "insieme a Virgilio".

Su per lo monte che l’anime cura e discendendo nel mondo defunto = histeron proteron (vv. 20-21).

Lo monte che l’anime cura = perifrasi (v. 20). S'intende il Purgatorio.

Discendendo nel mondo defunto = perifrasi (v. 21). Per indicare l'Inferno.

Dette mi fuor = anastrofe (v. 22). Cioè: "mi furono dette".

Dette mi fuor ... parole gravi = iperbato (vv. 22-23). Cioè: "mi furono dette parole gravi".

Di mia vita futura parole gravi = perifrasi (vv. 22-23). Per indicare le profezie sull'esilio di Dante.

Fortuna = vox media (v. 26). Termine che significa semplicemente sorte (buona o cattiva), che non possiede autonomamente un valore positivo o negativo.

Saetta previsa vien più lenta = epifonema o aforisma (v. 27).

Quella luce stessa che pria m’avea parlato = perifrasi (vv. 28-29). Per indicare Cacciaguida.

Ambage = latinismo (v. 31). Deriva dal latino ambages e significa "ambiguità".

L’Agnel di Dio che le peccata tolle = metafora (v. 33). Espressione liturgica per indicare il Cristo, ovvero l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo.

Amor paterno = metonimia (v. 35). L'astratto per il concreto, anziché dire "padre amorevole".

Preciso / latin = enjambement (vv. 34-35).

Chiuso e parvente = antitesi (v. 36).

Quaderno de la vostra matera = metafora (vv. 37-38). Cioè: "vostro mondo terreno".

Necessità però quindi non prende se non come dal viso in che si specchia nave che per torrente giù discende = similitudine (vv. 40-42). Cioè: "ma non sono per questo necessari, come non lo è il fatto che una nave scenda un fiume impetuoso solo perché qualcuno la osserva".

Viene ...  viene = iterazione (vv. 43-44). Ripetizione.

Da indi, sì come viene ad orecchia dolce armonia da organo, mi viene a vista il tempo che ti s’apparecchia = similitudine (vv. 43-45). Cioè: "Da quella mente divina giunge al mio sguardo il futuro che si prepara per te, come dall’organo giunge all’orecchio la dolce armonia.".

Qual si partio Ipolito d’Atene per la spietata e perfida noverca, tal di Fiorenza partir ti convene = similitudine (vv. 46-48). Cioè: "Ti sarà inevitabile lasciare Firenze, come Ippolito lasciò Atene a causa della spietata e perfida matrigna". Significa che Dante è innocente come lo era Ippolito.

Perfida noverca = perifrasi (v. 47). Per indicare Fedra.

Là dove Cristo tutto dì si merca = perifrasi (v. 51). S'intende nella Curia papale dove si mercifica Cristo e le cose sacre.

Questo si vuole e questo già si cerca, e tosto verrà fatto a chi ciò pensa là dove Cristo tutto dì si merca = metafora (vv. 49-51). È un accusa verso il Papa e la Chiesa corrotta di Roma diventata un luogo di mercato dei benefici ecclesiastici.

E tosto verrà fatto a chi ciò pensa = perifrasi (v. 50). S'intende Bonificacio VIII.

Là dove Cristo tutto dì si merca = perifrasi (v. 51). S'intende nella Curia Papale.

Diletta / più caramente = enjambement (vv. 55-56). Cioè: "che ami di più".

E questo è quello strale che l’arco de lo essilio pria saetta = metafora (vv. 56-57). Cioè: "e sarà questa la dolorosa pena che l'esilio fa provare per prima". S'intende che Dante dovrà lasciare gli affetti e le cose care quando sarà esiliato. Si ricollega alla saetta del verso 27.

Lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale = metafora (v. 60). Cioè: "salire e scendere le scale altrui", è inteso come accettare l'aiuto dei potenti salendo, appunto, le scale dei loro palazzi.

Malvagia e scempia = endiadi (v. 62). Cioè: "crudeli e folli".

In questa valle = metonimia (v. 63). Il concreto per l'astratto, "in questa valle" anziché "misera condizione d'esilio".

Tutta ingrata, tutta matta ed empia = climax ascendente (v. 64). Cioè: "tutta ingrata, stupida e malvagia".

Ella, non tu, n’avrà rossa la tempia = metafora (v. 66). Cioè: "saranno loro (Guelfi Bianchi) e non tu ad avere le tempie rosse di sangue e vergogna a causa della sconfitta". Riferimento alla battaglia della Lastra del 1304, con cui i Bianchi esiliati tentarono a forza il rientro in città.

Sua ... suo = poliptoto (v. 67).

Lo primo tuo refugio e ‘l primo ostello = dittologia (v. 70). Cioè: "Il tuo primo rifugio e la tua prima dimora".

Gran Lombardo = antonomasia (v. 71). Per indicare un abitante del nord Italia.

Che ‘n su la scala porta il santo uccello = perifrasi (vv. 71-72). Per indicare Bartolomeo Della Scala, signore di Verona, che sul suo stemma ha raffigurato il simbolo della famiglia "della Scala" e quello dell'aquila imperiale.

La cortesia del gran Lombardo = metonimia (vv. 71). L'astratto per il concreto, "la cortesia" anziché "il cortese signore lombardo".

Colui che ‘mpresso fue, nascendo, sì da questa stella forte = perifrasi (vv. 76-77). L'uomo in questione è Cangrande, la stella è il pianeta Marte.

L’opere sue = anastrofe (v. 78). Cioè: "le sue azioni, le sue imprese".

Non se ne son ... ancora accorte = iperbato (v. 79).

Il Guasco = perifrasi (v. 82). Per indicare papa Clemente V, che prima dell’elezione a pontefice era stato arcivescovo di Bordeaux in Guascogna.

L’alto Arrigo = perifrasi (v. 82). S'intende l’Imperatore Arrigo VII di Lussemburgo.

Le lingue = sineddoche (v. 87). La parte per il tutto, "le lingue" anziché "le bocche".

Infutura = dantismo (v. 98). Termine coniato da Dante. Significa prolungarsi nel futuro, nella memoria delle generazioni future.

La trama in quella tela ch’io le porsi ordita = metafora (vv. 101-102). La tela è quella del futuro di Dante, l'ordito corrisponde alle profezie oscure ricevute in precedenza, e la trama è la spiegazione chiara che ora ha fornito Cacciaguida che si mostrò subito disponibile a rispondere alle domande e a chiarire i dubbi di Dante.

Io cominciai, come colui che brama, dubitando, consiglio da persona che vede e vuol dirittamente e ama = similitudine (vv. 103-105). Cioè: "io, come una persona che avendo un dubbio desidera avere il consiglio di chi conosce bene le cose e desidera il bene e gli vuole bene, ricominciai a chiedere".

Padre mio = apostrofe (v. 106).

Per colpo darmi tal = anastrofe (vv. 107-108). Cioè: "per darmi un colpo tale".

Di provedenza è buon ch’io m’armi = metafora (v. 109). Cioè: "è necessario che io mi armi di buona prudenza". S'intende che dovrà prestare attenzione.

Se loco m’è tolto più caro = perifrasi (v. 110). Cioè: "se sarò allontanato dal luogo a me più caro". Per indicare Firenze.

Giù per lo mondo sanza fine amaro = perifrasi (v. 112). S'intende l'Inferno.

Cacume = latinismo (v. 113). Deriva da "cacumen", cioè vetta.

E per lo monte del cui bel cacume = perifrasi (v. 113). Cioè: "e lungo il monte dalla cui bella cima". S'intende il Purgatorio.

Per lo ciel = perifrasi (v. 115). S'intende il Paradiso.

S’io ridico, a molti fia sapor di forte agrume = sinestesia (vv. 116-117). Cioè: "ho appreso cose che, se le riferirò, avranno per molti un sapore sgradevole". Sfere sensoriali differenti.

S’io al vero son timido amico = metafora (v. 118). Con queste parole Dante parla dell'ipotesi di omettere dei particolari, cioè di non dire tutta la verità.

Tra coloro che questo tempo chiameranno antico = perifrasi (vv. 119-120). Per indicare i posteri, le nuove generazioni.

La luce in che rideva il mio tesoro = perifrasi (v. 121). Per indicare l'anima di Cacciaguida.

Corusca = latinismo (v. 122).

Si fé prima corusca, quale a raggio di sole specchio d’oro = similitudine (vv. 122-123). Cioè: "dapprima si fece splendente, come uno specchio dorato colpito da un raggio sole".

Fusca = latinismo (v. 124).

La tua parola = sineddoche (v. 126). Il singolare per il plurale, "le tue parole".

Lascia pur grattar dov’è la rogna = metafora (v. 129). Cioè: "e lascia pure che chi ha la rogna si gratti". Sta a significare che chi ha colpe ne paghi le conseguenze.

Ché se la voce tua sarà molesta nel primo gusto, vital nodrimento lascerà poi, quando sarà digesta = metafora (vv. 130-132). Cioè: "Poiché ciò che tu dirai, se al primo assaggio risulterà fastidioso, poi diventerà cibo vitale, una volta digerito". Il testo letterario ha lo stesso valore del nutrimento per l'essere umano.

La voce tua = anastrofe (v. 130). Cioè: "la tua voce".

Digesta = latinismo (v. 132)

Questo tuo grido farà come vento, che le più alte cime più percuote = similitudine (vv. 133-134). Cioè: "questo tuo grido accusatore sarà come un vento che maggiormente colpisce le cime più alte".

Le più alte cime = metafora (v. 134). Per indicare le personalità più potenti.

Più ... più = iterazione (v. 134).

Nel monte e ne la valle dolorosa = perifrasi (v. 137). Per indicare il Purgatorio e l'Inferno.

Incognita e ascosa = endiadi (v. 141).


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