Inferno Canto 30 - Figure retoriche


Tutte le figure retoriche presenti nel trentesimo canto dell'Inferno (Canto XXX) della Divina Commedia di Dante Alighieri.

Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del trentesimo canto dell'Inferno. In questo canto sono puniti i falsari, che sono divisi in falsari di persona (Gianni Schicchi e Mirra), falsari di monete (Mastro Adamo), falsari di parola (Sinone e la moglie Putifarre). Sinone e Mastro Adamo danno vita a una rissa e Dante che rimane intento a guardarli viene rimproverato da Virgilio. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 30 dell'Inferno.



Le figure retoriche

Contra ’l sangue tebano = sineddoche (v. 2). La parte per il tutto. Il sangue per indicare la stirpe, la popolazione.

E quando la fortuna volse in basso l’altezza de’ Troian che tutto ardiva, sì che ’nsieme col regno il re fu casso = similitudine (vv. 13-15). Cioè: "E nel tempo in cui il destino abbatté la superbia dei Troiani che ambiva a qualunque cosa, così che il regno fu distrutto e il re ucciso".

Misera e cattiva = endiadi (v. 16). Cioè: "miseria e prigioniera".

Latrò sì come cane = similitudine (v. 20). Cioè: "si mise a latrare come un cane".

Le fé la mente torta = anastrofe (v. 21). Cioè: "le sconvolse la mente".

Di Tebe furie = anastrofe (v. 22). Cioè: "furie tebane".

In alcun tanto crude = anastrofe (v. 23). Cioè: "crudeli contro qualcuno".

Ma né di Tebe furie né troiane si vider mai in alcun tanto crude, non punger bestie, nonché membra umane, quant’io vidi in due ombre smorte e nude = similitudine (vv. 22-25). Cioè: "Ma non si videro neppure le furie dei Tebani, né quelle dei Troiani tanto crudeli contro qualcuno, colpire bestie o essere umani, quanto io vidi fare in due anime pallide e nude".

Che mordendo correvan di quel modo che ’l porco quando del porcil si schiude = similitudine (vv. 26-27). Cioè "che correvano mordendo come il maiale affamato quando esce dal porcile".

Altrui così conciando = anastrofe (v. 33). Cioè: "va conciando così gli altri".

Di Mirra scellerata = anastrofe (v. 38). Cioè: "della scellerata Mirra".

Che divenne al padre fuor del dritto amore amica = iperbato (vv. 38-39). Cioè: "che divenne amante (amica) del padre, fuori da ogni legittimo (dritto) amore".

Io avea l’occhio tenuto = sineddoche (v. 47). Il singolare per il plurale, l'occhio invece degli occhi.

Facea lui tener le labbra aperte come l’etico fa, che per la sete l’un verso ’l mento e l’altro in sù rinverte = similitudine (vv. 55-57). Cioè: "lo costringeva a tenere le labbra aperte come fa il tisico, che per la sete ne rivolge una verso il mento e l’altra verso l'alto".

Miseria...assai = antitesi (vv. 61-62). Cioè: "miseria e abbondanza".

Un gocciol d’acqua bramo = anastrofe (v. 63). Cioè: "desidero una goccia d'acqua".

Freddi e molli = endiadi (v. 66). Cioè: "freschi e umidi".

Se l’arrabbiate ombre = anastrofe (v. 79-80). Cioè: "se le anime arrabbiate".

Che fumman come man bagnate ’l verno = similitudine (v. 92). Cioè: "che fumano come le mani bagnate d'inverno".

Sonò come fosse un tamburo = similitudine (v. 103). Cioè: "risuonò come se fosse stato un tamburo".

Qual è colui che suo dannaggio sogna, che sognando desidera sognare, sì che quel ch’è, come non fosse, agogna, 138 tal mi fec’io, non possendo parlare, che disiava scusarmi, e scusava me tuttavia, e nol mi credea fare = similitudine (vv. 136-141). Cioè: "Come colui che sogna di subire un danno, e mentre sogna desidera sognare, così che spera che quel che accade non lo fosse, così feci io, non osando parlare, poiché volevo chiedere scusa e, tuttavia mi scusavo, anche se non mi pareva di farlo".

Maggior difetto men vergogna lava = epifonema (v. 142). Cioè: "Una vergogna minore lava una colpa meno grave ".


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