Purgatorio Canto 7 - Parafrasi


Appunto di italiano riguardante la parafrasi del canto settimo (canto VII) del Purgatorio della Divina Commedia di Dante Alighieri.

Sordello, mentre si avvicinano, dice che già prima del tramonto indicherà i personaggi che stanno in questo posto. Così dicendo, passa in rassegna i principi negligenti: Rodolfo, Ottocaro, che si nutrì di lussuria e ozio, Filippo III e Enrico I.
L'elenco continua con il robusto Pietro III d'Aragona e con Carlo I d'Angiò. Ma le sue virtù, purtroppo, non si trasmisero agli altri eredi. Esse sarebbero state ben tramandate se fosse salito al trono il giovanetto, che ora risiede accanto a lui. Da questo episodio Dante trae spunto per dimostrare che la virtù non si eredita da padri, ma discende da Dio, come una grazia. Sordello indica ancora Arrigo III d'Inghilterra, seduto in disparte, e poi posto in luogo più basso, Guglielmo VII, alla cui morte seguì una dolorosa guerra nelle regioni del suo marchesato (Monteferrato e Canavarese).

In questa pagina trovate la parafrasi del Canto 7 del Purgatorio. Tra i temi correlati si vedano la sintesi e l'analisi e commento del canto.



Parafrasi

Sordello, dopo avere ripetuto più volte (iterate)
i suoi festosi e cortesi gesti di accoglienza,
si tirò indietro e disse: «Voi, chi siete?».
«Il mio corpo fu sepolto per ordine di Ottaviano
prima della venuta di Cristo,
che consentì alle anime degne di accedere a questo monte.
Io sono Virgilio; e ho perso il Paradiso per nessuna altra colpa (rio),
che per non avere avuto la fede».
Così rispose allora la mia guida.
Come diventa chi vede una cosa improvvisa (sùbita),
per cui si stupisce al punto
da crederci e non crederci, dicendo «È vera ... non è vera»,
così sembrò Sordello; poi abbassò gli occhi,
e rispettosamente si avvicinò ancora a Virgilio,
abbracciandolo nel punto in cui l’inferiore abbraccia la persona più importante.
«O gloria degli Italiani», disse, «per merito
del quale la nostra lingua mostrò tutta la sua capacità artistica (ciò che potea),
o eterno onore (pregio) del territorio in cui anch’io nacqui,
quale mio merito o quale grazia ti mostra a me?
Se io sono degno di ascoltare le tue parole,
dimmi se vieni dall’Inferno e da quale cerchio (chiostra)».
«Io sono venuto qua attraversando tutti i cerchi dell’Inferno,
il regno del dolore (dolente)», gli rispose Virgilio; «sono stato indotto
a venire da una potenza (virtù) celeste, ed essa mi accompagna (con lei vegno).
Non per fare, ma per non fare ho perduto
la possibilità di vedere Dio, l’alto Sole che tu desideri (disiri) vedere,
e che fu conosciuto da me troppo tardi.
Nell’Inferno esiste un luogo non rattristato da sofferenze fisiche (martìri),
ma solo da tenebre, dove i lamenti
non risuonano come gemiti di dolore (guai), ma sono sospiri.
Io sto in quel luogo in compagnia dei bambini innocenti,
che furono presi dal morso della morte prima
che fossero purificati (essenti) dal peccato originale (l’umana colpa);
lì sto con le anime di coloro che non si rivestirono delle tre virtù teologali (sante virtù)
e conducendo una vita virtuosa (sanza vizio)
conobbero e praticarono tutte le altre.
Ma se tu sai e puoi, dacci qualche indicazione,
che ci consenta di arrivare più velocemente (più tosto)
là dove il Purgatorio ha il suo vero (dritto) inizio».
Rispose: «A noi non è fissato (c’è posto) un luogo determinato;
mi è consentito muovermi verso l’alto e intorno;
ti sto al fianco (mi t’accosto) come guida, per quanto posso andare.
Ma vedi come ormai il giorno si avvia al tramonto (dichina),
e di notte non si può salire;
perciò è opportuno cercare un luogo piacevole per fermarsi (di bel soggiorno).
Da questo lato, a destra, ci sono anime appartate (remote);
se me lo permetti, ti condurrò (merrò) da esse,
e potrai conoscerle non senza gioia da parte tua».
«Com’è possibile?» rispose Virgilio. «Se uno volesse
salire di notte, sarebbe (fora) ostacolato
da qualcuno (d’altrui), o non salirebbe (sarria)?».
E il cortese Sordello tracciò col dito un segno sul suolo,
dicendo: «Vedi? Dopo il tramonto del sole,
non riusciresti a varcare neppure questa linea:
e non per altra causa che desse impedimento (briga)
a salire (irsuso), se non l’oscurità della notte;
questa togliendo la possibilità (nonpoder) di salire, ne ostacola (intriga) anche il desiderio.
Con la tenebra (con lei) sarebbe tuttavia possibile tornare in basso
e camminare vagando attorno al monte,
finché l’orizzonte nasconde (tien chiuso) la luce del giorno».
Allora il mio signore, come chi si meraviglia (quasi ammirando),
disse: «Guidaci (Menane) dunque là dove dici
che il soggiorno (dimorando) può essere motivo di diletto».
Ci eravamo appena allontanati da lì (lici),
quando mi accorsi che il monte era incavato (scemo),
come i valloni incavano (scemano) i fianchi delle montagne sulla terra (quici).
«Là», disse quell’anima (Sordello), «noi ora ci dirigeremo,
dove il fianco della montagna (costa) si raccoglie (face grembo);
e lì attenderemo il nuovo giorno».
C’era un sentiero trasversale (schembo) un po’ in salita e un po’ pianeggiante,
che ci condusse a un lato dell’avvallamento (lacca),
dove l’orlo di esso digrada (muore) oltre la metà della costa
L’oro e l’argento puro, la cocciniglia (cocco) e la biacca,
l’azzurro cupo, il legno luminoso e chiaro (lucido e sereno),
il verde fresco dello smeraldo appena spezzato (in l’ora che si fiacca),
se fossero messi tutti dentro quella valle (seno),
ognuno di essi sarebbe sconfitto dal colore dell’erba e dei fiori,
come una cosa minore (il meno) è vinta da quella che è superiore (suo maggiore) a lei.
Ma la natura in quel luogo non aveva soltanto (pur) dipinto,
ma dalla soavità di mille odori,
ne creava uno sconosciuto (incognito) e indistinto.
Vidi che nella valle, sull’erba verde e sui fiori,
sedevano anime che cantavano ‘Salve, Regina’,
e a causa dell’avvallamento (per la valle) non si vedevano dall’esterno (di fuori).
«Prima che il poco sole che ancora rimane, tramonti (s’annidi)»,
disse Sordello che ci aveva guidati lì (vòlti),
«non chiedetemi di condurvi fra queste anime.
Da questa altura (balzo) voi potrete distinguere i volti
e gli atteggiamenti di tutte quante le anime,
meglio che se entraste laggiù nella valle (lama) mischiati a esse.
Colui che siede più in alto e che con l’aspetto manifesta (fa sembianti)
di aver trascurato (negletto) di compiere il suo dovere,
e non unisce (move) la sua voce al canto delle altre anime,
fu l’imperatore Rodolfo, che avrebbe potuto
guarire le ferite che hanno distrutto (morta) l’Italia,
tanto che essa sarà ricostruita (si ricrea) tardi e per merito di un altro.
L’altro che col suo atteggiamento (vista) sembra confortarlo,
regnò (resse) sulla terra da cui nascono le acque
che il fiume Moldava (Molta) riversa nell’Elba (Albia), e l’Elba porta nel mare:
si chiamò Ottocaro (Ottacchero) e anche in fasce
fu assai più saggio di suo figlio Venceslao adulto (barbuto),
che si nutre (pasce) di lussuria e di ozio.
E quello dal piccolo naso (il re di Francia Filippo III) che si vede impegnato a parlare (stretto a consiglio)
con l’altro che ha un’apparenza così benevola,
morì mentre fuggiva e disonorava (disfiorava) il giglio di Francia:
guardate là come si batte il petto!
Osservate l’altro che, sospirando,
ha appoggiato la guancia al palmo della mano.
Essi sono padre (Filippo III) e suocero (Enrico di Navarra) del re che è la rovina della Francia (Filippo il Bello):
conoscono la sua vita oziosa e corrotta (lorda),
e di qui (quindi) deriva il dolore che li strazia (li lancia) in tal modo.
Quello (Pietro III d’Aragona) che sembra così robusto (membruto) e che unisce
il suo canto a quello dal grande naso (Carlo I d’Angiò),
fu un cavaliere pieno d’ogni virtù (portò cinta la corda);
e se dopo di lui fosse rimasto sul trono
il giovinetto (Alfonso III d’Aragona) che siede alle sue spalle,
la virtù si sarebbe certo trasmessa di padre in figlio (di vaso in vaso),
il che non si può invece dire degli altri eredi (rede);
Giacomo e Federico hanno ereditato i reami;
ma né uno né l’altro posseggono il meglio (la saggezza e il valore del padre) dell’eredità (retaggio).
Raramente si trasmette la virtù umana (probitate)
tramite la discendenza (per li rami); e Colui che la assegna
vuole così, perché si invochi da Lui.
Le mie parole si riferiscono anche a quello dal grande naso (Carlo d’Angiò),
non meno che all’altro, Pietro d’Aragona, che canta con lui,
i cui successori già fanno soffrire i reami di Napoli e di Provenza.
Carlo II (la pianta) è di tanto inferiore al padre Carlo I (seme),
quanto ha maggiore ragione di vantarsi del proprio marito (Pietro d’Aragona)
Costanza, che non Beatrice e Margherita (prima e seconda moglie) del loro (Carlo d’Angiò).
Osservate il re dalla vita semplice
Arrigo d’Inghilterra, che siede là in disparte:
questi ha migliore fortuna (uscita) nei suoi discendenti (ne’ rami suoi).
Colui che sta seduto per terra (s’atterra) fra costoro,
più in basso, e guarda verso l’alto (in suso) è il marchese Guglielmo VII di Monferrato,
per la cui morte Alessandria e la sua guerra
hanno provocato gravi lutti (fa pianger) nel Monferrato e nel Canavese».


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