Paradiso canto 27 Analisi e Commento


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del ventisettesimo canto del Paradiso (Canto XXVII) della Divina Commedia di Dante Alighieri.
Il Paradiso visto da Gustave Doré


Analisi del canto

Le invettive profetiche di S. Pietro e Beatrice
Due drammatiche e profetiche invettive aprono e chiudono il canto: la prima per bocca di S. Pietro (vv. 1-60), la seconda annunciata da Beatrice (vv. 121-148). L'oggetto dell'invettiva di S. Pietro è consueto, cioè la depravazione di papa Bonifacio VIII e più in generale la corruzione degli ecclesiastici del tempo; ma alcune caratteristiche eccezionali la distinguono da tutte le altre:
  • l'autorità di S. Pietro fondatore della Chiesa;
  • il luogo eccelso in cui viene pronunciata;
  • la partecipazione di tutti i beati; 
  • la scenografia apocalittica.

A quella di S. Pietro, risponde in chiusa del canto l'invettiva di Beatrice, che in tono minore estende all'umanità intera parole di condanna, e che si pone come ultima invettiva dell'opera, il sigillo alle tante denunce morali e politiche che hanno accompagnato tutto il viaggio.


Dante scriba Dei
L'invettiva di S. Pietro si conclude (vv. 64-66) con una conferma dell'importanza della missione di Dante, come già annunciato da Cacciaguida: egli dovrà ridire al mondo tutto ciò che ha visto e tutto ciò che ha sentito nel suo viaggio, per contribuire a riportare l'umanità traviata sulla giusta strada. È un nuovo dato per l'interpretazione di Dante come scriba Dei, scrittore del Signore, e della sua opera come «poema sacro».


L'ultimo sguardo sulla terra
La parte centrale del canto descrive l'ascesa al nono cielo, e illustra le caratteristiche di questa che è la più ampia e sublime delle sfere celesti. Ai vv. 79-87 Dante rivolge per l'ultima volta lo sguardo alla terra: è un colpo d'occhio sul bacino del Mediterraneo, privo di ogni coinvolgimento affettivo, descritto attraverso dati e riferimenti astronomici in cui sembra esaurirsi l'intenzione di Dante. Anche la terra ormai non è che un punto, il più noto ma anche il meno nobile, di quel miracolo del creato di cui Dante sta ora raggiungendo il luogo eccelso.


La lingua di Dante
In questo, più che in altri canti, risalta l'abilità di Dante nell'uso dei più diversi linguaggi a sua disposizione, adattandoli agli argomenti trattati e riuscendo a creare un'armonia di opposti. Qui il linguaggio sublime e nobile dell'estasi paradisiaca e della trattazione scientifica (cfr. vv.19 e 106-120) convive con il più crudo e realistico lessico dell'invettiva (cloaca, sangue, puzza, bozzacchioni).



Commento

Verso l'infinito
Un'atmosfera trionfante apre il canto: è l'esplosione di gioia dei beati che intonano il Gloria a Dio. Un coro forte e grandioso s'impone al lettore; improvvisamente però viene interrotto e, sullo scenario paradisiaco, cala il silenzio: ben altra voce infatti deve parlare al pellegrino Dante. Si tratta di San Pietro che, rosso per la vergogna e per l'ira, lancia una feroce invettiva contro la Chiesa e gli ecclesiastici. Le accuse, incentrate su termini fortemente realistici, quali cloaca del sangue e de la puzza, dipingono il quadro fosco di una Chiesa invischiata nelle mene del potere, nella corruzione e nell'avidità: Beatrice, di fronte a queste parole, resta fortemente imbarazzata. Tutte le anime partecipano allo sdegno di San Pietro e un rossore si dipinge nel cielo. Il Santo denuncia che non è certo questa la sposa di Cristo per cui tanti patirono il martirio, la sua Chiesa, ora ricettacolo di politicanti e mercanti. L'ira di San Pietro s'accosta all'ira evangelica di Gesù contro i mercanti del tempio e l'ammonimento dei lupi che si camuffano da agnelli rinvia anch'esso al Vangelo. Dante afferma con decisione che il male va condannato senza mezzi termini o ipocrisie, che la bontà cristiana non va confusa con il lassismo. Anche questa dura invettiva è, in fondo, un Gloria a Dio, che sempre stimola l'uomo al bene; il contrasto poi tra l'inizio gioioso e l'ira di San Pietro rende ancor più viva e drammatica l'accusa del male che è penetrato tra gli uomini di Chiesa. Le vie del Signore sono infatti molteplici e anche il pellegrino Dante può farsi strumento della Provvidenza divina, comunicando all'umanità il messaggio del fondatore della Chiesa cristiana. Nella confidenza nell'intervento di Dio si riaccende la gioia celeste, che apre a spazi infiniti. L'occhio di Dante vaga dalle Colonne d'Ercole al Mediterraneo orientale, in un sereno godimento visivo a cui si associa il piacere di un amore estatico, senza confini. Nella dimensione d'infinito, l'io finito di Dante assapora l'eterno, di cui è misura il riso della sua donna. Ma quanto più forte è la gioia divina, tanto più drammatico è il confronto con il limite umano; e i versi ritrovano un'umanità meschina, arida, chiusa nel ristretto spazio della sua pochezza. La cupidigia, che inchioda l'uomo al finito, raggiunge il culmine, nel racconto di Beatrice, nel desiderio che alcuni hanno di vedere morta la propria madre per impadronirsi dell'eredità: solo i piccoli sulla terra sono innocenti. La grave accusa contro un'umanità perduta, unita all'invettiva di San Pietro, costituisce un energico invito alla rigenerazione, all'avvio di tempi nuovi, portatori di valori soffocati dall'avidità di chi ha fatto dei beni materiali il proprio dio. Sullo sfondo di spazi infiniti, Dante esprime il sogno di un'umanità rinnovata nei singoli e nelle istituzioni, oltre che la convinzione che ciò sarà nel segno della Provvidenza divina.


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