Inferno Canto 33 Analisi e Commento


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del trentatresimo canto dell'Inferno (Canto XXXIII) della Divina Commedia di Dante Alighieri.
Gustave Doré, Ugolino che addenta l'Arcivescovo Ruggieri


Analisi del canto

Il canto del conte Ugolino
In immediata continuità con gli ultimi versi del canto precedente, l'episodio e il personaggio del conte Ugolino sono di una tale commozione poetica da rappresentare senz'altro il motivo principale del canto XXXIII. E da questo si genera, quasi come un necessario prolungamento e commento, il secondo momento del canto: l'invettiva contro Pisa.
Ma l'architettura del canto non si esaurisce qui. C'è ancora una zona d'Inferno da esplorare, con caratteristiche e dannati e pene specifiche: la Tolomea dei traditori degli ospiti. Qui Dante avrà I'ultimo dialogo con un'anima dannata, quella di frate Alberigo, che ci fornirà una sconvolgente notizia: le anime di alcuni malvagi precipitano all'Inferno ancor prima della morte fisica. Secondo uno schema consueto, dunque, al personaggio principale si affianca una seconda figura tratteggiata con rapide battute e con maggiore scenicità (l'inganno di Dante che promette ad Alberigo di tergergli il ghiaccio dal viso); e la simmetria fra le due parti del canto è completata dall'invettiva contro i genovesi (vv. 151-157), in ridimensionata corrispondenza con quella contro Pisa.


La figura del conte Ugolino
Personaggio fra i più celebri dell'Inferno e dell'intera letteratura italiana, la figura di Ugolino diventa grande perché si fonda sul contrasto tra l'odio, bestiale e feroce, e l'amore paterno, tenero e impotente: il dolore sposa i due sentimenti, in altro modo impossibili a legarsi. Il racconto di Ugolino è tutto centrato sulla fine sua e dei suoi figli: i precedenti sono appena accennati, ne possono avere l'importanza del dolore e dell'odio causato da quel dolore. Cosi Ugolino è traditore della patria, ma il motivo della colpa è appena accennato, resta implicito nella sua condizione di dannato. ciò che importa, ciò che giustifica la ferocia e l'accanimento con cui rode il cranio del suo nemico, è il terribile tradimento del vescovo Ruggieri, l'odio politico e personale che travolge gli innocenti: questo ha suscitato l'indignazione di Dante (vv. 85-90).


L'invettiva contro Pisa
L'apostrofe a Pisa (vv. 79-90) si colloca nella successione di invettive contro le città italiane simbolo degli odi e delle vendette di parte che percorrono come sottogenere oratorio tutta l'opera. Ma questi versi si diversificano per la violenza della condanna e del malaugurio, e perché completano l'episodio di Ugolino: Dante sfoga cosi il dolore e la pietà repressa durante il racconto del conte, allargando la sua vicenda d'individuo al dramma dell'odio politico, dell'ingiustizia fatta costume quotidiano. Pisa dovrà annegare con tutti i suoi abitanti, lei che cosi crudelmente disprezza la vita degli innocenti. A quella contro Pisa risponde, proprio in chiusa di canto, l'invettiva altrettanto furibonda e violenta, anche se meno articolata, contro la grande nemica Genova e contro i suoi abitanti: a loro, con toni altrettanto apocalittici, augura di essere dispersi e cancellati della faccia della terra.


Frate Alberigo e i "morti viventi". 
L'incontro con frate Alberigo, e le sue informazioni sulla condizione di dannato di Branca Doria, propongono una situazione assolutamente inconsueta: le anime di alcune persone, a causa della gravità dei loro peccati, precipitano all'Inferno prima della loro morte fisica, lasciando sulla terra i loro corpi. Se presa alla lettera, l'affermazione sarebbe teologicamente alquanto ardita e arbitraria: la dottrina cristiana prevede infatti che il pentimento e la salvezza siano possibili fino in punto di morte, e ne abbiamo clamorose testimonianze nella stessa Commedia. In realtà Dante usa tale espediente, di impressionistica efficacia, per esprimere la propria indignata condanna nei confronti di personaggi contemporanei ancora viventi. In modo analogo, altre volte aveva usato predizioni e imprecazioni, ad esempio contro Bonifacio VIII nel canto XIX.


L'orazione di Ugolino
L'efficacia emotiva del racconto del conte Ugolino sulla morte sua e dei suoi figli è da riferire a una elaborata finezza retorica. Vi concorrono diversi fattori stilistici e di contenuto: chiasmi, perifrasi, metafore, antitesi, discorsi diretti, domande retoriche, ellissi e ancora sogni premonitori e mozioni psicologiche. In particolare, vanno sottolineati:
  • il ritmo narrativo; l'affabulazione di Ugolino è organizzata secondo cadenze regolari: il prologo a Dante (vv. 4-12, tre terzine), I'introduzione ai fatti (vv. 13-21, tre terzine), il sogno premonitore (vv. 22-36, cinque terzine), il risveglio e l'esecuzione della condanna (vv. 37-48, quattro terzine), le angosce della prigionia (vv. 49-66, sei terzine), l'agonia e la morte (vv. 67-75, tre terzine);
  • le apostrofi; a scandire il ritmo poetico ed emotivo del racconto, Ugolino pone brevi e accorate apostrofi, anche sotto forma di domande retoriche: e se non piangi, di che pianger suoli? (v. 42), ahi, dura terra, perché non t'apristi? (v. 66), Padre mio, che non m'aiuti? (v. 69); l'apostrofe e d'altra parte il segno stilistico distintivo del canto, figura espressiva essenziale nelle due invettive contro Pisa e contro i genovesi.



Commento

Uomini e no
Una scena infernale cannibalesca: il poeta non avrebbe potuto trovare di meglio per cantare l'orrore di una tragedia che si consuma tra un ignobile tradimento e una disperazione senza fine. Il protagonista è Ugolino della Gherardesca, politico di primo piano della repubblica marinara di Pisa. L'orrenda visione iniziale di un dannato che rode il cranio di un altro, se assume i toni intensi di un evento epico fuori dal tempo, non è che una parte di una tragedia più vasta, scavata nella fossa di un cuore perduto. All'inizio del canto Ugolino non è un uomo, ma una fiera; tuttavia, man mano che inizia a raccontare, il suo volto si umanizza e la pietà a cui invita Dante testimonia un cuore ansioso di esprimere verità umane profondamente condivisibili. Con Ugolino Dante canta il tema della paternità nell'aspirazione a dare affetto, comunicare sicurezza e forza, offrire modelli di vita. Padre lo chiama Anselmuccio, perché Ugolino, al di là di ogni giudizio morale sul suo operato politico, è la colonna della famiglia, il punto di riferimento amato e rispettato. Quale tragedia più grande per lui che vedersi costretto in una torre serrata con i suoi giovani discendenti, impotente di fronte alla fame che incalza, all'intuizione di una morte che non si può né evitare né combattere, alla tremenda visione della fine dei propri figli e nipoti? Il mostro Ugolino diventa uomo e la sua umanità si arricchisce del coraggio di non cedere alla disperazione, consapevole che egli è il padre e che su di lui si proiettano e si concretano le speranze dei suoi cari. Se è vero che Ugolino ha vissuto la sofferenza più grande per un essere umano, quella cioè di veder morire i propri figli, la figura, nella sua complessità, ha la ferinità del primitivo, l'aggressività di una forza senza confini. Questa straordinaria energia è stata costretta nell'angusto spazio della prigione; l'Inferno restituisce a Ugolino tutta l'intensità dei suoi istinti. Vigorosa è alla fine l'invettiva di Dante contro Pisa, luogo in cui sembra ormai perduto ogni senso di umanità. In questi versi si intravede anche un indiretto attacco alla Chiesa di potere, nella condanna dell'azione disumana dell'arcivescovo Ruggieri. Così Dante ritorna sul tema del rapporto tra cristianesimo di facciata e cristianesimo di sostanza e, paradossalmente, è proprio nel conte Ugolino, astuto manovratore del potere, che si incarna un nucleo di affetti profondamente umani, del tutto estranei invece a chi si vanta di rappresentare i valori cristiani. Lo stravolgimento di ogni fondamento umano è spiegato attraverso esempi nei dannati della Tolomea, anime infernali ancor prima di essere morte. La loro separazione realizza concretamente la divisione avvenuta tra "non uomo" e "uomo", perché non è più tale chi colpisce a tradimento coloro che si fidano di lui. L'alto senso della dignità della persona, in termini di umanità calda e partecipativa, porta Dante a negare il diritto di vivere nel consorzio umano a questi dannati, divenuti, dopo la colpa, solo larve di se stessi in quanto la loro anima è già nel regno di Satana. L'orrore che sprigionano le loro figure scisse riscatta la ferinità di Ugolino, in cui vibra invece il cuore di un uomo sconfitto e mutilato nei suoi affetti più cari.


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