Inferno Canto 33: analisi, commento, figure retoriche


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del trentatresimo canto dell'Inferno (Canto XXXIII) della Divina Commedia di Dante Alighieri.
Gustave Doré, Ugolino che addenta l'Arcivescovo Ruggieri

In questo canto ambientato nell'Antenòra (seconda zona di Cocito), dove sono puniti i traditori della patria, Dante ha modo di incontrare il conte Ugolini. Questi gli racconta della propria morte e così Dante lancia un invettiva contro Pisa. Poi i due poeti si spostano nella terza zona di Cocito dove sono puniti i traditori degli ospiti, tra questi frate Alberigo dei Manfredi, e Dante stavolta lancia un'invettiva contro i Genovesi.



Analisi del canto

Il canto del conte Ugolino
Il canto XXXIII continua da dove si era rimasti nel canto precedente e i temi trattati sono: il personaggio del conte Ugolino, l'invettiva contro Pisa, la Tolomea (zona dell'Inferno dove si trovano i traditori degli ospiti), l'incontro con frate Alberigo, l'invettiva contro i genovesi.


La figura del conte Ugolino
Il conte Ugolino ha grande importanza in questa cantica e più in generale nella letteratura italiana (sarà per questo che Dante usa numerose figure retoriche, sogni premonitori ecc.). Nell'inferno la sua figura viene usata per raffigurare l'odio bestiale e feroce messo in contrasto con l'amore paterno, tenero e impotente: un legame impossibile nato attraverso il dolore disperato per la morte dei propri figli.
Ugolino è per Dante un traditore della patria, anche se non si parla molto della sua colpa, e la sua condizioni di dannato viene descritta attraverso il suo gesto di mordere il cranio del suo nemico, l'arcivescovo Ruggieri, che lo ha tradito.
Dante è indignato perché nella rivalità politica e personale fra i due personaggi ci sono andati di mezzo degli innocenti.


L'invettiva contro Pisa
Dante coglie l'occasione del dramma politico per scagliare un'invettiva contro Pisa, uno dei comuni toscani, violentemente condannato per il degrado morale e civile, a cui si aggiunge anche l'accusa di disprezzare la vita degli innocenti.
Nel finale del canto vi è spazio anche per un'altra invettiva, stavolta nei confronti di Genova e dei genovesi, in quanto privi di buone maniere, pieni di vizi e - secondo Dante - se scomparissero dalla faccia della terra sarebbe un fatto positivo.


Frate Alberigo e i "morti viventi". 
Attraverso l'incontro con frate Alberigo, Dante viene a sapere che alcune anime giungono nell'Inferno ancora prima della loro morte sulla terra perché hanno commesso peccati assai gravi. Secondo la religione cristiana finché non si muore c'è sempre tempo per pentirsi e ottenere la salvezza, di conseguenza di conseguenza questo "strappo alla regola" dovrebbe essere visto solo come un espediente usato da Dante per  descrivere la sua indignazione e condannare quei personaggi ancora in viventi. Come similmente ha fatto per Bonifacio VIII nel canto XIX, a cui aveva previsto l'Inferno come destinazione futura dopo la morte.




Commento

Uomini e no
Una scena infernale cannibalesca: il poeta non avrebbe potuto trovare di meglio per cantare l'orrore di una tragedia che si consuma tra un ignobile tradimento e una disperazione senza fine. Il protagonista è Ugolino della Gherardesca, politico di primo piano della repubblica marinara di Pisa. L'orrenda visione iniziale di un dannato che rode il cranio di un altro, se assume i toni intensi di un evento epico fuori dal tempo, non è che una parte di una tragedia più vasta, scavata nella fossa di un cuore perduto. All'inizio del canto Ugolino non è un uomo, ma una fiera; tuttavia, man mano che inizia a raccontare, il suo volto si umanizza e la pietà a cui invita Dante testimonia un cuore ansioso di esprimere verità umane profondamente condivisibili. Con Ugolino Dante canta il tema della paternità nell'aspirazione a dare affetto, comunicare sicurezza e forza, offrire modelli di vita. Padre lo chiama Anselmuccio, perché Ugolino, al di là di ogni giudizio morale sul suo operato politico, è la colonna della famiglia, il punto di riferimento amato e rispettato. Quale tragedia più grande per lui che vedersi costretto in una torre serrata con i suoi giovani discendenti, impotente di fronte alla fame che incalza, all'intuizione di una morte che non si può né evitare né combattere, alla tremenda visione della fine dei propri figli e nipoti? Il mostro Ugolino diventa uomo e la sua umanità si arricchisce del coraggio di non cedere alla disperazione, consapevole che egli è il padre e che su di lui si proiettano e si concretano le speranze dei suoi cari. Se è vero che Ugolino ha vissuto la sofferenza più grande per un essere umano, quella cioè di veder morire i propri figli, la figura, nella sua complessità, ha la ferinità del primitivo, l'aggressività di una forza senza confini. Questa straordinaria energia è stata costretta nell'angusto spazio della prigione; l'Inferno restituisce a Ugolino tutta l'intensità dei suoi istinti. Vigorosa è alla fine l'invettiva di Dante contro Pisa, luogo in cui sembra ormai perduto ogni senso di umanità. In questi versi si intravede anche un indiretto attacco alla Chiesa di potere, nella condanna dell'azione disumana dell'arcivescovo Ruggieri. Così Dante ritorna sul tema del rapporto tra cristianesimo di facciata e cristianesimo di sostanza e, paradossalmente, è proprio nel conte Ugolino, astuto manovratore del potere, che si incarna un nucleo di affetti profondamente umani, del tutto estranei invece a chi si vanta di rappresentare i valori cristiani. Lo stravolgimento di ogni fondamento umano è spiegato attraverso esempi nei dannati della Tolomea, anime infernali ancor prima di essere morte. La loro separazione realizza concretamente la divisione avvenuta tra "non uomo" e "uomo", perché non è più tale chi colpisce a tradimento coloro che si fidano di lui. L'alto senso della dignità della persona, in termini di umanità calda e partecipativa, porta Dante a negare il diritto di vivere nel consorzio umano a questi dannati, divenuti, dopo la colpa, solo larve di se stessi in quanto la loro anima è già nel regno di Satana. L'orrore che sprigionano le loro figure scisse riscatta la ferinità di Ugolino, in cui vibra invece il cuore di un uomo sconfitto e mutilato nei suoi affetti più cari.



Le figure retoriche

Qui di seguito trovate tutte le figure retoriche del trentatreesimo canto dell'Inferno. Per una migliore comprensione del testo vi consigliamo di leggere la parafrasi del Canto 33 dell'Inferno.


Parlar e lagrimar vedrai insieme = zeugma (v. 9). Cioè: il verbo "vedrai" si adatta a lagrimar ma non a parlar.

Veder Lucca non ponno = anastrofe (v. 30). Cioè: "non possono vedere Lucca".

Cagne magre, studiose e conte = metafora (v. 31). Cioè. "con loro le cagne fameliche, ardenti di cacciare ed esperte". Per indicare il popolo pisano.

E se non piangi, di che pianger suoli? = apostrofe (v. 42).

Io non piangea...piangevan elli = chiasmo (vv. 49-50).

Infin che l’altro sol nel mondo uscìo = perifrasi (v. 54). Per indicare il sole del mattino seguente, l'alba.

Ambo le man per lo dolor mi morsi = anastrofe (v. 58). Cioè: "mi morsi entrambe le mani per il dolore".

Ahi dura terra, perché non t’apristi? = apostrofe (v. 66). Cioè: "ahimè, terra crudele, perché non ci hai inghiottito?".

Padre mio, che non m'aiuti? = apostrofe (v. 69).

Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno = allitterazione della P e della L (v. 75).

Che furo a l’osso, come d’un can, forti = similitudine (v. 78). Cioè: "che furono forti come quelli di un cane su quell'osso".

Ahi Pisa, vituperio de le genti del bel paese là dove ’l sì suona = apostrofe (v. 79-80). Cioè: "Guai a te, Pisa, vergogna dei popoli che abitano il bel paese dove risuona il «sì»".

Del bel paese = perifrasi (v. 80). Per indicare l'Italia.

E ’l duol che truova in su li occhi rintoppo = metonimia (v. 95). L'effetto per la causa, il dolore è provocato dalle lacrime che trovano un ostacolo negli occhi.

E sì come visiere di cristallo = similitudine (v. 98). Cioè: "e formano come delle visiere di cristallo".

Sì come d’un callo = similitudine (v. 100). Cioè: "come accade per una parte callosa".

Cessato avesse del mio viso stallo = iperbato (v. 102). Cioè: "avesse abbandonato di far dimora sul mio viso".

E s’io non ti disbrigo, al fondo de la ghiaccia ir mi convegna = iperbole (vv. 116-117). Cioè: "e se non ti libero gli occhi, possa io andare fino in fondo al ghiaccio".

Che spesse volte = sineddoche (v. 125). Il plurale per il singolare. Cioè: "che spesso...".

Mossa le dea = anastrofe (v. 126). Cioè: "le dia una spinta".

E mangia e bee e dorme e veste panni = enumerazione (v. 141).

Ahi Genovesi, uomini diversi = apostrofe (v. 151).


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