Viatico: parafrasi, analisi e commento - Clemente Rebora


Testo, parafrasi, analisi, commento e figure retoriche della poesia "Viatico" scritta da Clemente Rebora e ispirata all'esperienza in guerra a cui l'autore partecipò combattendo sul Carso.


Testo

O ferito laggiù nel valloncello,
tanto invocasti
se tre compagni interi
cadder per te che quasi più non eri.
Tra melma e sangue
tronco senza gambe
e il tuo lamento ancora,
pietà di noi rimasti
a rantolarci e non ha fine l’ora,
affretta l’agonia,
tu puoi finire,
e nel conforto ti sia
nella demenza che non sa impazzire,
mentre sosta il momento
il sonno sul cervello,
lasciaci in silenzio
grazie, fratello.



Parafrasi

O ferito in fondo alla piccola valle,
avrai chiesto aiuto con molta insistenza
se tre compagni di guerra integri
morire per te che quasi più non eri vivo.
Tra melma e sangue
come un albero abbattuto
e il tuo lamento straziante continuava,
senza pietà per noi rimasti in vita
a contorcerci perché non vedevamo l'ora che finisse,
velocizza la tua morte,
tu solo puoi mettere fine a questa sofferenza,
e ti sia di conforto
nelle tue condizioni di demenza ma ancora cosciente
in questo momento di attesa della morte
l’intorpidimento della sensibilità,
ma ora devi attendere quel momento in silenzio -
grazie, fratello.



Spiegazione

Dal fondo valle giungono verso la trincea le urla disperate di un fante ridotto ad un tronco senza gambe (perché le gambe non le ha più o non gli funzionano e riesce a muovere solo le braccia). Le sue strazianti invocazioni di aiuto prostrano i suoi compagni consci della loro impotenza ben sapendo che l’unico rimedio a quel dolore può essere solo una agonia affrettata.
Ciononostante, in tre, uno dopo l’altro, impietositi da quelle preghiere escono per soccorrerlo rimanendo uccisi.
Il ferito resta solo e senza conforto in un lago di sangue e melma, perché nessun altro è disposto a fare un ulteriore tentativo per un moribondo senza speranza.
Ma il suo straziante lamento non accenna a finire lasciando i compagni “rimasti” nella più tragica disperazione, a contorcersi ed a lacerarsi nell’impotente consapevolezza che il sacrificio di un quarto compagno a nulla servirebbe perché l’unico segno di vitalità di quel fratello morente è il suo lamento che non si affretta a morire.
In questo situazione di disperata follia i “rimasti” si rivolgono al ferito pregandolo di non lamentarsi e di affrettare la sua agonia perché lui può farla finita non avendo più alcuna speranza di poter sopravvivere.
Loro, invece, sebbene siano coinvolti in questa tragedia non vogliono rifare un ennesimo tentativo e resistono al richiamo di quei pietosi lamenti evitando la pazzia di un ulteriore e inutile gesto di generosità che li porterebbe verso una morte sicura come è già capitato ai tre compagni. Non potendo fare altro per lui, a loro volta, lo invocano pregandolo per pietà di cessare di lamentarsi nell’attesa che il suo cervello perda ogni sensibilità e cada nel sonno eterno. Quindi, con le lacrime agli occhi e la morte nel cuore, in un disperato grido di umanità lo implorano dicendogli: “ lasciaci in pace - fratello” . Come a dire: non invogliarci a commettere un’altra pazzia perché sarebbe del tutto inutile.
Non c’è crudeltà in questa richiesta e non c’è codardia ma solo una disperata e atroce rassegnazione dell’umana impotenza che non fa che acuire e amplificare il dolore dei “rimasti” costretti a contorcersi in questa forzata passività che in tutta quella follia rappresentano l’ultimo labile confine della ragione. Subito oltre questo limite si entra nella pazzia e solo un pazzo poteva ancora avventurarsi nel tentativo di avvicinarsi al moribondo e sfortunato compagno, rimasto vivo solo nel suo lamento.



Analisi del testo

METRICA: versi liberi (quinari, settenari, endecasillabi liberamente alternati; il verso 6 è senario; tutti i versisono in rima o assonanza, ma senza schema fisso).

La poesia rientra nell'ampia produzione letteraria che si riferisce al primo conflitto mondiale; ma il suo tema più vero e profondo è costituito dall'orrore provocato dalla guerra, sul piano dello strazio fisico e del tormento spirituale. A differenza di altre poesie, qui la realtà non vuole essere a qualcosa di profondo o addolcita, ma viene mostrata ai nostri occhi con un linguaggio crudo e violento: il corpo di un soldato, ridotto a un tronco senza gambe, che giace morente e supplicante tra melma e sangue e tre suoi commilitoni che cercano di salvarlo dal fuoco nemico e nel tentativo muoiono.
Le frasi brevi e spezzate servono ad aggiungere ulteriore drammaticità alla situazione già critica per il linguaggio espresso.

Per viatico s'intende tutte le cose necessarie per il viaggio, ma anche il conforto, la consolazione per la durezza del cammino e, qui, il saluto e il congedo estremo. Nel linguaggio cattolico il "viatico" è la comunione che il sacerdote dà al fedele in punto di morte.

Il "quasi più non eri" del v. 4, indica non solo l'imminenza della morte, ma anche la mutilazione e l'orrenda deformazione, in opposizione ai "tre compagni interi", morti però anch'essi per salvarlo.

Il riferimento a un episodio frequente nelle guerra di trincea (il tentativo di soccorrere un compagno ferito e di riportarlo dentro le proprie linee) accentua la concretezza della situazione, sottolineando il carattere disumano della guerra, in cui ogni rapporto di fratellanza e di solidarietà appare irrimediabilmente sconvolto e stravolto.

L'impostazione del discorso risulta tragicamente assurda e paradossale, specie al v. 13, nell'espressione violentemente ossimorica della "demenza che non sa impazzire". È intesa come una condizione di demenza che non arriva alla totale perdita della coscienza, secondo alcuni va invece riferita ai superstiti, che, vittime della demenza della guerra, desiderano invano impazzire, perdere coscienza, avere anch'essi il conforto del sonno sul cervello.

Lo strazio e il tormento di cui è vittima il compagno caduto si traducono allora in una richiesta di pietà per i rimasti (v. 8), straziati a loro volta da un tomento indescrivibile, in cui si mescolano in modo intrecciato sia sentimenti altruistici che egoistici.

L'orrore della sofferenza non risparmia nessuno, rendendo uguali chi sta per morire e chi è costretto ad aggrapparsi alla speranza di una dolorosa sopravvivenza. Solo la morte, nell'augurio finale, può recare a tutti un momentaneo conforto e sollievo (quello rappresentato dal "viatico"), inducendo anche a scoprire nel verso finale, un'ultima e intensissima forma di umana pietà e solidarietà.

Il "grazie, fratello" finale ha molteplici significati: in senso patriottico potrebbe essere un grazie per aver combattuto e vissuto insieme l'orrore della guerra, un grazie per aver fatto capire quando sia terribile morire e ancor di più attendere l'inarrivabile momento della morte.
Da notare che la parola "fratello" viene usata, non casualmente, sia in apertura sia in chiusura della lirica.



Figure retoriche

Enjambement = (vv. 2-3-4, 8-9, 12-13).

Ossimoro = demenza che non sa impazzire (v. 13).



Commento

Questa poesia colpisce profondamente perché in essa traspare un dolore e una sofferenza inimmaginabili che non colpivano solo i feriti e i moribondi. A volte, più ancora colpivano i "rimasti", i sopravvissuti, obbligati ad assistere impotenti alla lunga straziante agonia di un compagno mutilato nel suo corpo di vent'anni in maniera irrimediabile, lasciato da solo senza un minimo di conforto o aiuto, da solo nel suo atroce dolore e nella sua disperata solitudine di chi sa che sta morendo e non rivedrà mai più le sue persone più care. Immedesimandomi nella parte di quei sopravvissuti e di quel moribondo, non saprei dire chi soffre di più. Penso che non ci sia peggior tortura che vedere morire un proprio compagno col quale si sono condivisi anni di sacrifici, di rischi e di ogni sofferenza e, nel contempo, credo non ci sia peggior fine di quella descritta nella poesia. Vedere un proprio compagno così vicino e non potergli essere accanto per confortarlo, sentire i suoi lamenti e non poter fare nulla per lui, penso che sia molto di più di una tortura.


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