Dall'immagine tesa: parafrasi, analisi, commento - Clemente Rebora


Testo, parafrasi, analisi, commento e figure retoriche della poesia "Dall'immagine tesa" di Clemente Rebora, tratta dalla raccolta Canti anonimi.


Testo

Dall’immagine tesa
vigilo l’istante
con imminenza di attesa –
e non aspetto nessuno:
nell’ombra accesa
spio il campanello
che impercettibile spande
un polline di suono –
e non aspetto nessuno:
fra quattro mura
stupefatte di spazio
più che un deserto
non aspetto nessuno.
Ma deve venire,
verrà, se resisto
a sbocciare non visto,
verrà d’improvviso,
quando meno l’avverto.
Verrà quasi perdono
di quanto fa morire,
verrà a farmi certo
del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro
delle mie e sue pene,
verrà, forse già viene
il suo bisbiglio.



Parafrasi

A partire dal pensiero concentrato
studio con attenzione ogni singolo attimo
con la forza dell'attesa -
e non aspetto nessuno:
nell'ombra piena di tensione
osservo con attenzione il campanello
che diffonde in modo non avvertibile
un suono leggerissimo -
e non aspetto nessuno:
stando fra quattro mura
meravigliate della vastità
maggiore di quella di un deserto
io non aspetto nessuno:
ma deve venire,
verrà, se continuo,
a fiorire non visto,
verrà d'improvviso,
quando meno me l'aspetto:
verrà come riscatto
di tutto ciò che porta alla morte,
verrà a rendermi sicuro
del suo e del mio valore,
verrà come consolazione
delle sue e delle mie sofferenze,
verrà, anzi, forse sta già venendo
il suo sussurro.



Analisi del testo

Questo testo, datato 1920, è posto a conclusione dei Canti anonimi, come raccogliendo il senso profondo del breve libro.

METRICA: versi liberi, spesso però coincidenti con misure presenti nella nostra tradizione letteraria, come quinari, ottonari o più spesso settenari. Le rime sono variamente distribuite, presenti soprattutto nella parte conclusiva.

La poesia è strettamente collegata alla ricerca della verità da parte del poeta, alla speranza in una fede che ponga termine alle sue inquietudini e incertezze. L'argomento è costituito dall'attesa di Dio, l'unica in grado di dare un senso all'esistenza. L'«immagine tesa», ovvero la tensione dell'autore, è dovuta al carattere inesprimibile di questa attesa, che non ha un contenuto preciso e e non è una persona umana («non aspetto nessuno») e tuttavia presenta la certezza che qualcosa di decisivo sta per avvenire o apparire quando usa l'espressione «con imminenza d'attesa».

La condizione è resa da un'atmosfera impalpabile di sensazioni:
  • l'«ombra accesa», ossia illuminata, in cui il sostantivo definisce lo stato di isolamento e solitudine del poeta, mentre l’aggettivo sottolinea uno stato psicologico di calore, di “incandescenza”, di fronte all’imminenza dell’evento salvifico.
  • il verbo «spio», che riprende e intensifica il precedente verbo «vigilo», indica il carattere impaziente e ansioso dell'attesa; 
  • Il polline rappresenta un’idea di fertilità e una promessa di vita; tema che viene ripreso e compiuto nel successivo «sbocciare» (v. 16), riferito al poeta: come se il polline del suono del campanello abbia infine fecondato l’attesa.


Il senso profondo di stupore - trasferito alle pareti della casa, che perdono così la loro consistenza materiale - si dilata in uno spazio privo di confini, paragonato a un «deserto» dove l'unica visitatrice sarà la Grazia divina.

La negazione dell'attesa («non aspetto nessuno»), ribadita per ben tre volte (vv. 4,9 e 13), non la mette quindi in discussione, ma ne sottolinea piuttosto l'immaterialità e l'indeterminatezza, il carattere tutto incorporeo e spirituale. Essa è comunque contraddetta dall'avversità che apre la seconda parte (il «ma» del v. 14), in cui la venuta di questa misteriosa Presenza è data per certa, come un evento improvviso e ormai incombente. Si noti la variazione e la progressione del medesimo verbo: «deve venire», come segno anche di una volontà e di una esigenza impossibile da sopprimere; e poi «verrà», come compimento quasi profetico del desiderio nella certezza futura. Il verbo, ripetuto cinque volte, si trasforma alla fine in un presente dubitativo («forse già viene»), riferito alla voce sommessa («il suo bisbiglio») dell'«attesa».

Il bisbiglio finale è un indizio della presenza di Dio, e questo è confermato dalle parole che Rebora disse a Montale: "La voce di Dio… è sottile, quasi inavvertita, è appena unronzio. Se ci si abitua, si riesce a sentirla dappertutto."



Figure retoriche

Ossimoro = ombra accesa (v. 5). L'ombra identifica il buio e quindi non potrebbe essere illuminata.

Sinestesia = spio il campanello (v. 6). Il verbo "spiare" ha un valore visivo, mentre il campanello rimanda a un dato uditivo.

Sinestesia = un polline di suono (v. 8). "Polline" è legato alla vista, "suono" all'udito.

Personificazione = mura stupefatte (vv. 10-11). Viene attribuito un sentimento umano (lo stupore) a esseri inanimati (le mura).

Climax = quasi perdono… a farmi certo… come ristoro… Climax ascendente, dal nulla alla percezione dell’arrivo, alla certezza del possesso

Anafora = verrà (vv. 15-17-19-21-23-25). Si ripete per sei volte per esprimere la tensione dell'attesa.

Enjambement = (vv. 1-2; 6-7; 10-11; 21-22; 23-24; 25-26).



Commento

Il testo non è di immediata comprensione anche se si può intuire che il protagonista è l'autore stesso e che sta aspettando qualcuno o qualcosa con tanta ansia. E poi qualche verso dopo se ne esce con una espressione insolita: "e non aspetto nessuno". Questo sta a significare che ciò che sta aspettando non è una figura umana ma qualcosa di spirituale, l'oggetto dell'attesa non può che essere Dio o, in altre parole, la grazia divina. Quindi questa poesia, che è stata scritta nel 1920, anticipa la sua conversione al cattolicesimo avvenuta parecchi anni più tardi, nel 1928. Ed è universalmente riconosciuta come il capolavoro di Rebora.
Il poeta è teso e proteso verso qualcosa di imminente, che può giungere in qualsiasi momento, benché egli non aspetti nessuno in particolare. Così spia il campanello, che qualcuno potrebbe far suonare da un momento all'altro, un campanello che, simbolicamente, diffonde un suono impercettibile, anzi un polline di suono. Egli non aspetta un uomo o una donna: una presenza umana, da sola, non potrebbe contrastare il deserto delle quattro mura / stupefatte di spazio. Si tratta, quindi, di una presenza di altro genere, in grado di promuovere un vero rinnovamento interiore. In questo senso si spiegano le immagini del polline, elemento fecondatore, e dello sbocciare non visto e, soprattutto, la frase verrà a farmi certo / del suo e mio tesoro; questi due versi, infatti, sembrano alludere alla ricchezza interiore che, per manifestarsi pienamente nell'uomo, deve rispecchiarsi in quella di Dio.


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