Capitolo 5 de I Promessi Sposi - Analisi e Commento


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del quinto capitolo (cap. V) del celebre romanzo I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.


La struttura

È un capitolo dalla struttura a quadri, con continui cambiamenti di scena accompagnati dall'introduzione di nuovi personaggi tra cui, finalmente, don Rodrigo.
La prima sequenza contiene un ampio dialogo a più voci: padre Cristoforo, le due donne e Renzo, che si aggiunge più tardi alla compagnia, ricercano una soluzione, un ripiego che permetta loro di uscire dalle difficoltà. Il frate decide di recarsi al palazzotto di don Rodrigo.
La seconda sequenza è prevalentemente descrittiva e introduce il lettore in un altro mondo, quello della violenza e del privilegio aristocratico: non il tranquillo paese, ma un mucchietto di casupole, e neppure quei curiosi, ma in fondo innocui, abitanti così ben rappresentati dalle comari chiacchierone del secondo capitolo. Anche i sudditi di don Rodrigo, come il loro padrone, incutono timore: sono contadini, tarchiati e arcigni, che, all'occorrenza, possono trasformarsi in bravi; il palazzotto, con la sua aria di squallore e decadenza, rivela qualcosa sulla natura di quelli che ci vivono.
La terza sequenza, quella del banchetto, chiude il capitolo. Movimentata, ricca di figure la cui personalità si rivela soprattutto attraverso i gesti e le parole, questa scena, in un crescendo continuo di tensione, prepara lo scontro tra padre Cristoforo e don Rodrigo.



Il tempo

È la mattina di giovedì 9 novembre: padre Cristoforo, partito all'alba dal convento, ha ormai raggiunto la casa della sua protetta. Il narratore, però, non riporta la data, che il lettore può dedurre da una serie di precisazioni cronologiche (si indica in genere il momento della giornata) le quali, a volte, debbono essere ricercate nei capitoli precedenti. Siamo a mezzogiorno, quando il frate, terminato il pranzo, si accinge ad eseguire la sua missione.



Lo spazio (la relazione alto/basso)

La linea direttrice che caratterizza lo spazio del capitolo è quella dal basso vaso l'alto. Il frate deve salire verso la cima d'un poggio, perché la casa del signorotto si trova in alto e sovrasta con la sua preserva minacciosa il villaggio, che giace ai suoi piedi: questa orizzontalità è segno dell'obbedienza passiva, della sottomissione dei contadini a don Rodrigo. Quindi, lo spazio e la sua organizzazione (dall'alto al basso) esprimono la relazione di potere tra il padrone e i suoi sudditi, tra il dominatore e i dominati.
L'elemento dominante dello spazio, il palazzotto, allude, per via indiretta, alla personalità di don Rodrigo, ne visualizza certe caratteristiche: la violenza (bravi alla porta, avvoltoi, inferriate), lo squallore morale e il vuoto di ideali (simboleggiato dal grande silenzio che circonda l'edificio).
L'interno risuona di voci, in contrasto con la quiete sinistra dell'esterno. La confusione e il frastuono ne fanno un luogo di violenza, di sopraffazione: l'ospite e gli invitati vivono uno stato di degradazione che si riflette nel disordine e nello squallore dell'ambiente.



I personaggi


Fra Cristoforo
Nel quarto capitolo, il narratore ha presentato il ritratto del frate; ora lo mostra in azione, mettendo in evidenza il carattere coraggioso dell'uomo che non si ferma davanti a nulla e a nessuno. In ciò, egli è veramente l'antitesi di don Abbondio: come quest'ultimo è pronto ad ossequiare i potenti e a non ostacolarli, così il frate difende i valori che sono l'opposto di quelli esaltati dalla società e sa benissimo che, prima o poi, lo scontro con essa è inevitabile. Il fatto di essere l'anti-don Abbondio spiega perché padre Cristoforo e il curato non si vedano mai nel romanzo: sarebbe stato come voler far incontrare due mondi opposti e don Abbondio avrebbe qualificato il frate come uno che vuole raddrizzar le gambe ai cani. Un'ulteriore differenza risiede nel fatto che il curato ha un rapporto indiretto con don Rodrigo, attraverso i bravi di quest'ultimo, mentre padre Cristoforo non esita ad incontrare il persecutore di Lucia proprio dove egli è più forte e sicuro: nella sua casa.
Abbiamo visto Lodovico impegnato nel duello che avrebbe cambiato la sua vita, così ora vediamo Cristoforo protagonista di un duello verbale, di uno scontro non ancora apertamente dichiarato, ma preparato: la tensione è in crescendo, mentre è evidente il disagio di don Rodrigo, il suo malessere per quella presenza indesiderata.


Don Rodrigo
Compare finalmente il personaggio che si può considerare il motore del romanzo. In un certo senso, egli è in scena fin dal primo capitolo: infatti, senza essere fisicamente presente, era stato poco più che un nome, per quanto altisonante , un lampo di terrore nella mente di don Abbondio; o un birbone e assassino per il povero Renzo. Il lettore non conosce l'aspetto fisico del signorotto, ma si è già fatto, attraverso le parole di Lucia o quelle di fra Cristoforo, un'idea della malvagità odiosa che lo qualifica. È una figura incombente, un'ombra minacciosa, ma senza corpo, senza consistenza e, quando ci si aspetterebbe una descrizione, qualche indicazione più precisa, il narratore tace. O per meglio dire, fornisce il ritratto della sua casa, tetra e squallida, una sorta di immagine speculare, che fa da specchio a colui che la possiede. È interessante il fatto che tutti i personaggi principali del romanzo siano descritti fisicamente, tranne don Rodrigo. È come se Manzoni, rifiutando di descrivere questa figura, gli negasse qualsiasi diritto di essere considerato una persona, un essere umano: certamente, si tratta di un'omissione, più grave di qualsiasi condanna.


Gli invitati di don Rodrigo
Gli invitati sono i rappresentanti tipici della società secentesca, di cui simboleggiano gli aspetti più evidenti: l'arroganza, l'incultura, il formalismo che si traduce nel rispetto di regole vuote di significato.
Il podestà incarna quel potere modesto, della cui protezione anche don Rodrigo ha bisogno per continuare a compiere indisturbato i suoi misfatti; anche lui, che in teoria avrebbe dovuto rendere giustizia a Renzo, siede alla tavola del signorotto. La sua cultura giuridica, modesta ripetizione di formule nelle quali non crede, diventa un mezza affermazione sociale: non potendo vantare titoli di nobiltà, si vendica, rinfacciando al conte Attilio la sua ignoranza. Il cugino di don Rodrigo, è meno formalista degli altri, meno legato alle convenzioni, più spregiudicato e libero, ma, come i suoi compagni di tavola, non ha alcuno spessore morale o intellettuale: è l'aristocratico cinico e arrogante, sempre pronto alla violenza.
Infine, Azzeccagarbugli: presentato nel secondo capitolo nelle vesti dell'avvocato imbroglione; qui diventa il parassita con un solo ideale: mangiare e bere tranquillamente, senza essere disturbato e, soprattutto, senza partecipare ad alcuna discussione che, costringendolo a prendere posizione, gli procurerebbe sicuramente dei nemici. Le sue risposte, perciò, sono vili e ossequienti.



I nuclei tematici


Il seicento
Tra i molti temi del capitolo spicca la rappresentazione della società secentesca. Le sue caratteristiche, già in parte evidenziate nei capitoli precedenti, sono ora arricchite attraverso lo sviluppo di tre argomenti, una questione di cavalleria, il contrasto tra Francia e Spagna, la carestia, discussi da coloro che potremmo definire esponenti della classe dirigente. Mediocrità culturale, servilismo, violenza e disprezzo per gli umili sono gli aspetti più rilevanti di questa società che, nella condanna senza appello del narratore, comincia a delinearsi con sempre maggiore precisione.


Il tema della parola
Attraverso la parola emerge un radicale conflitto di idee tra la legge evangelica predicata da fra Cristoforo (per il quale non dovrebbero esistere né sfide, né portatori, né bastonate) e le regole immutabili di una società che si fonda su una rigida divisione in classi e su un malinteso senso dell'onore.
Gli invitati di don Rodrigo non usano la parola come strumento per esprimere la verità, ma come un mezzo per sostenere e difendere una verità: la loro.
La parola è portatrice di violenza e di sopraffazione: ognuno ha una tesi da difendere e lo fa gridando più forte degli altri. Per questi uomini, non sono importanti lo scambio di idee, il confronto, la ricerca comune della verità, perché ciò che conta è vincere, superare l'avversario, avere la meglio su di lui, non importa se con le spade o con le parole. Di fronte a questo rimbombo di voci stonate, il linguaggio di padre Cristoforo spicca per la sua semplicità e limpidezza: egli non usa termini latini; la sintassi delle sue frasi è essenziale; la parola va dritta al cuore delle cose, non le camuffa, non le stravolge per il proprio utile, ma si fa veicolo della verità assoluta.


La Provvidenza
Nel capitolo, questo tema assume i connotati dell'abbandono fiducioso alla volontà di Dio. Ciò non significa certamente una rinuncia all'azione, un rifiuto a reagire: padre Cristoforo, infatti, medita a lungo per trovare una soluzione. Tuttavia, è nell'aiuto di Dio che bisogna sperare. Ciò significa anche porre in termini nuovi il problema della giustizia, che non tocca all'uomo fare (Renzo è pronto ad ottenere soddisfazione ad ogni costo): la vendetta non risolve nulla e nessun rimorso potrà mai cancellare il delitto compiuto. Padre Cristoforo lo sa bene e proprio per questo esorta i suoi protetti.


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