Capitolo 11 de I Promessi Sposi - Analisi e Commento


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti dell'undicesimo capitolo (cap. XI) del celebre romanzo I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.


La struttura

Questo capitolo, di notevole interesse sul piano dell'intreccio, raccoglie nella prima parte le fila degli avvenimenti narrati nell'ottavo: infatti, il nono e il decimo capitolo hanno interrotto il racconto e ora il lettore è messo al corrente, in particolare attraverso l'ottica di don Rodrigo, degli esiti fallimentari della «notte degli imbrogli». A tale scopo, il narratore si serve di vari flashback che utilizza per tessere una fitta trama di rimandi a personaggi e situazioni.


Un capitolo bipartito
La struttura del capitolo è simmetricamente divisa in due parti, ciascuna delle quali occupata da uno dei due antagonisti: don Rodrigo nella prima, Renzo nella seconda. Le due parti sono collegate da un intervento del narratore che, descrivendo i piani di don Rodrigo per far allontanare il rivale, sposta l'attenzione su quest'ultimo, anticipandoci che Renzo, con il suo comportamento, favorirà gli intrighi del signorotto più di quanto avrebbe mai potuto fare Azzeccagarbugli.



Lo spazio e il tempo


La scansione del tempo
Il flashback iniziale ci riporta indietro nella narrazione per spiegare che cosa è stato dei vari personaggi. Mentre Renzo e le due donne si stanno avvicinando alla riva destra dell'Adda, i bravi ritornano al palazzotto di don Rodrigo: dunque, è venerdì 10 novembre, notte; il tempestoso colloquio tra il Griso e il suo padrone chiude la giornata. Sabato 11 novembre, giorno di san Martino, il bravo è alla ricerca di notizie che gli permettano di capire e giustificare il fallimento della spedizione notturna. L'interesse del narratore si concentra su don Rodrigo e sui suoi progetti fino alla mattina del 12 novembre, che vede il signorotto mettere a punto nuove trame e intrighi. L'interruzione, che consente di passare alle vicende di Renzo, riporta il tempo a sabato 11 novembre (arrivo del giovane a Milano).


Le antitesi spaziali
Gli spazi, entro cui si collocano le vicende, corrispondono alla coppia oppositiva interno/esterno: il palazzotto di don Rodrigo, i luoghi paesani (Pescarenico e Monza), la strada per Milano e la periferia della città. Lo spazio chiuso è quello della dimora signorile, luogo dell'inganno e della sicurezza: in esso don Rodrigo tesse le sue macchinazioni nell'ombra, senza che all'esterno ne trapeli qualcosa. Il viaggio di Renzo, invece, si compie in direzione della città, luogo dell'avventura e del pericolo, oltre che simbolo dell'abbandono degli affetti più cari. Questo punto della narrazione corrisponde alla fine dell'ottavo capitolo, quando Lucia, contemplando il paese addormentato, si stacca dal proprio mondo e dalle proprie abitudini. L'antitesi tra il polo positivo, costituito dal villaggio, e quello negativo, rappresentato dall'ignoto che è fuori di esso, si ripete, nell'undicesimo capitolo, tra il Resegone, definito, nell'ottica di Renzo, «suo», e la «gran macchina» del duomo.



I personaggi


Il sistema dei personaggi
I due antagonisti, don Rodrigo e Renzo, sono coadiuvati dai rispettivi aiutanti: uno presente, il conte Attilio, e l'altro assente, padre Cristoforo, che ha però delegato il suo ruolo a un confratello, padre Bonaventura, del convento di Porta Orientale a Milano.


Don Rodrigo
Don Rodrigo si rivela un malvagio mediocre, bisognoso di appoggio (il cugino, il Griso) perché incapace, da solo, di portare a termine i suoi progetti. Nel capitolo, la sua figura è inseparabile da quella di Attilio che, con la sua ironia, ha la funzione di stimolare l'orgoglio, personale e familiare, di don Rodrigo.


Il conte Attilio
Attilio non è un protagonista, non si inserisce in modo autonomo nella storia, non è al centro di avvenimenti che lo riguardino personalmente, se si fa eccezione per il tentativo, riuscito ma, come si vedrà, ormai inutile, di allontanare padre Cristoforo dai suoi protetti . Egli rappresenta la "spalla" del cugino, cui è prodigo di consigli; però, a dimostrazione di quanto si è detto in precedenza, il suo ruolo marginale è sottolineato dal fatto che egli non è mai in scena da solo: fa la sua apparizione al banchetto, durante il quale discute animatamente con il podestà; è ricordato da Lucia, nel terzo capitolo, ma come amico del signorotto; lo vedremo, infine, a colloquio con il conte zio e, dunque, a confronto con un altro personaggio. Non esiste quindi autonomamente, ma solo come figura complementare.
La presenza di Attilio, spesso allegro e scanzonato, pone in risalto, per contrasto, il carattere cupo e tetro del cugino (non è un caso che don Rodrigo non rida mai di se stesso). La coppia Attilio-Rodrigo rappresenta un chiaroscuro, in cui i toni leggeri dell'uno ravvivano i toni cupi dell'altro. Attilio appare al lettore più scaltro, più intelligente, più "simpatico" di don Rodrigo, anche se — è chiaro — manca in lui qualunque dimensione spirituale: i valori, in cui crede, sono umani, puramente terreni, legati all'orgoglio di classe e all'affermazione del proprio "nome".


Renzo
Renzo, nell'ottica di don Rodrigo, fa parte della «gente di nessuno», di coloro che non esistono socialmente perché non dipendono da un padrone o non appartengono ad un gruppo d'interesse, a una corporazione. Tuttavia, è il punto di vista dell'umile Renzo che il narratore sceglie per allargare l'orizzonte della vicenda: con l'arrivo del giovane a Milano, sono posti in evidenza personaggi e temi che erano stati solo intravisti, primo fra tutti la carestia, già colta attraverso lo sguardo di padre Cristoforo nel quarto capitolo, o presentata nell'ottica dei potenti, durante il banchetto a casa di don Rodrigo, nel quinto capitolo. Renzo è la guida che conduce il lettore attraverso le strade della città, rappresentata in una circostanza particolare: il silenzio, la mancata perquisizione da parte delle guardie, l'atteggiamento troppo cortese dell'uomo incontrato per strada, la farina e i pani per terra, invece che sul banco di un fornaio, sono tutti indizi di un mondo capovolto, in cui i rapporti sociali misteriosamente non sono più gli stessi.
Lo stupore iniziale del giovane lascia il posto ad un sentimento di piacere al pensiero che le cose possano finalmente cambiare. Dal piacere alla curiosità il passo è breve: più che vedere il tumulto, Renzo lo "sente" come un vortice di rumori, che attrae e risucchia l'incauto viandante.
Dietro le parole del narratore si intravede la posizione del Manzoni che giudica negativamente sia la rivolta sia l'azione spontanea della folla, entrambe incapaci di risolvere i problemi della vita associata, soprattutto quando degenerano in rapina e violenza. Il «vortice» che attira Renzo è il simbolo della violenza che seduce l'individuo e genera il caos.


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