Capitolo 18 de I Promessi Sposi - Analisi e Commento


Spiegazione, analisi e commento degli avvenimenti del diciottesimo capitolo (cap. XVIII) del celebre romanzo I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.
Conte Attilio e conte zio a colloquio


La struttura

Conclusasi l'avventura di Renzo a Milano, il narratore si accinge a ritrovare altri personaggi le cui vicende si erano interrotte, per il lettore, nell'undicesimo capitolo. Le prime sequenze sono ancora legate al racconto della fuga di Renzo: il podestà di Lecco ha ricevuto un ordine scritto perché si indaghi accuratamente sul giovane, ricercato dalla giustizia. La notizia della perquisizione della sua casa si diffonde immediatamente nel villaggio, suscitando le reazioni più diverse. Proprio la descrizione di una di esse (la colpa di tutto viene attribuita dai paesani a don Rodrigo) permette al narratore di cambiare scena, volgendo l'attenzione al signorotto. A partire da questo momento, il capitolo si compone di svariati quadri che, grazie anche ai cambiamenti di spazio e di tempo, lo rendono vivace e dinamico, ricco di fatti e di personaggi, vecchi (don Rodrigo, il conte Attilio,il Griso, Lucia, Gertrude, Agnese, fra Galdino) e nuovi (il conte zio).



Lo spazio e il tempo

Poiché, come si è visto il capitolo si riallaccia all'XI, il recupero delle vicende dei vari personaggi comporta necessariamente un mutamento spaziale e temporale: ciò è richiesto da quell'esigenza di realismo, sempre viva nel Manzoni, che tende alla rappresentazione della varietà e del continuo mutare della vita umana.


Il tempo

Per quanto riguarda la dimensione temporale, la prima indicazione è il 13 novembre, lunedì, giorno del passaggio di Renzo in terra bergamasca: in questo caso, il tempo della storia e quello del racconto coincidono. Poi, quest'ultimo subisce un'accelerazione e si supera l'arco di una giornata


Lo spazio
Dal punto di vista dello spazio, il luogo di riferimento dei fatti narrati è il palazzotto di don Rodrigo, con allargamenti della scena a Milano e a Monza.



Il racconto retrospettivo
A questo punto, il narratore deve spiegare due avvenimenti: l'inatteso ritorno di Agnese a casa sua e l'insperato allontanamento del padre Cristoforo, partito dal convento per una destinazione che si saprà poi essere Rimini. Lo scopo è raggiunto attraverso un flashback che, articolato in due parti, occupa il resto del capitolo e gran parte del successivo, rendendo ragione dei fatti accaduti.
Questa dimensione così complessa dello spazio e del tempo è in funzione dell'intreccio. Le trame di don Rodrigo si estendono fino a coinvolgere i vari personaggi: è lui che, non muovendosi mai dal palazzotto, come un ragno al centro della sua tela, fa muovere tutti.



I personaggi e le tecniche narrative


La narrazione mette in scena una vera e propria folla di personaggi, dai protagonisti a quelli meno importanti, che fingono da figure di contorno.


Renzo
Di Renzo si parla attraverso l'opinione dei paesani, riportata dal discorso raccontato, che mette in luce il giudizio positivo sul giovane e il buon nome di cui gode nel villaggio.
Di lui si parla, ancora indirettamente, un po' più oltre, quando Lucia e Agnese ricevono, dalla fattoressa del monastero, la notizia di quello che è successo a Milano.


Lucia
Il carattere di Lucia acquista particolare risalto, nel capitolo, dal confronto con Gertrude, la quale intrattiene la giovane con domande che rivelando la natura curiosa della signora, lasciano anche intravedere la possibilità di un riscatto, di un mutamento interiore, che si avverte dai pensieri della monaca, in parte raccontati, in parte resi attraverso il discorso indiretto libero. La giovane, da parte sua, mantiene un atteggiamento di modestia e riservatezza, tanto più evidente quanto più le domande della signora si fanno incalzanti: il sentimento che ella prova per Renzo appartiene a lei sola e, di conseguenza, non può essere esibito; tutt'al più, all'occhio di un osservatore attento, esso si manifesta attraverso lo sguardo, il silenzio, il rossore. La delicatezza dei sentimenti di Lucia raggiunge il livello più alto quando il narratore osserva la sua storia.


Fra Galdino
Il frate è meglio caratterizzato rispetto alla prima apparizione; nelle sue parole si intrecciano due diversi registri: uno piuttosto solenne quando parla dell'ordine al quale è orgoglioso di appartenere; l'altro colloquiale, quando si rivolge ad Agnese. Nel complesso, Galdino si mostra incapace di comprendere l'abbattimento di Agnese e le sue offerte di indirizzarla ad altri frati suonano superficiali.


Don Rodrigo
Il personaggio ha uno spazio rilevante nel capitolo, dove compare inizialmente in preda all'incertezza e all'angoscia, tanto più intense ora che la vittoria sembra essere a portata di mano. L'incapacità di risolvere da solo la situazione chiama in causa la sua spalla, il conte Attilio. Dopo la sua partenza per Milano il racconto torna a concentrarsi su don Rodrigo, in preda a pensieri tumultuosi, resi sia attraverso l'intervento del narratore, sia attraverso il discorso indiretto libero che, lasciando al personaggio la possibilità di parlare liberamente tra sé e sé, descrive un'alternanza di soddisfazione, frustrazione e avvilimento: da un lato, l'arrabbiato frate, tra poco sarebbe probabilmente anche lui fuor del caso di nuocere; dall'altro, però, il monastero di Monza era un osso troppo duro per chi, come lui, non aveva registrato altro che fallimenti; infine, gli amici l'avrebbero canzonato per il resto dei suoi giorni e i paesani avrebbero perso timore e rispetto. In questa rappresentazione di don Rodrigo, si mette l'accento, per la prima volta in modo completo, sul carattere della sua passione per Lucia: in essa, si mescolano la determinazione a spuntare quell'impegno, la rabbia per le sconfitte subite e l'inclinazione sensuale, appena accennata.


Il conte zio
Il personaggio non ha un nome proprio: da questo punto di vista, è anonimo. Egli viene indicato per mezzo della qualifica sociale (è conte) e della parentela con Rodrigo e Attilio (è il loro zio). Inoltre, proprio per bocca di quest'ultimo, si indica la sua posizione nell'ambito della famiglia. Come sempre avviene quando si parla del potere e dei suoi rappresentanti, anche in questo caso assistiamo al contrasto, qui portato all'esasperazione, tra verità e apparenza. Il conte zio è una vera e propria nullità, ma è davvero abilissimo nel trasformare il vuoto che lo caratterizza in una risultante che è il credito: il suo è un potere illusorio, giocato sulla parola e sulla mimica, ma creduto effettivo, reale.
Il ritratto che ne fa Manzoni è ricco di particolari e di umorismo. Basti pensare al soffiare con cui il conte zio accompagna le sue allusioni ad impegni politici in realtà inesistenti: si tratta di una mimica efficacissima che rende il personaggio ancora più grottesco. Il legame che lo unisce ai due scapestrati nipoti consiste nella difesa gelosa del buon nome familiare. Il conte Attilio lo sa bene e si rende conto che il mezzo migliore per averlo dalla sua parte è insinuargli che padre Cristoforo non abbia alcun rispetto per tanta autorità. Non ci vuole altro per decidere il destino del frate. Così la difesa del sangue ha prodotto un atto di ingiustizia.


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