Superuomo di D'Annunzio


D'Annunzio scrisse, nell'arco di poco più di vent'anni, sette romanzi.
  • Il piacere (1889), ambientato nell'alta società romana di fine secolo: il giovane protagonista, l'esteta Andre Sperelli, innamorato contemporaneamente di due donne (la sensuale Elena e la pura Maria), rappresenta una sorta di controfigura dell'autore;
  • Giovanni Episcopo (1891): Giovanni è un individuo povero e solo, l'opposto di Andrea Sperelli, anche se alla fine difende con un delitto il proprio onore di marito tradito;
  • L'innocente (1892), sui conflitti che intorbidano l'animo del protagonista Tullio Hermil e compromettono la sua vita familiare: egli accoglie il bambino frutto di una relazione extraconiugale della moglie, poi però se ne pente e lascia morire l'innocente in una notte d'inverno;
  • Il trionfo della morte (1894), che traduce l'amore sensuale di Giorgio Aurispa e Ippolita Sanzio (si notino, anche in questo caso, i nomi eccentrici e preziosi) in immagine della decadenza e della morte che attende, nel finale, i due amanti;
  • Le vertigini delle rocce (1895), romanzo politico, il cui protagonista Claudio Cantelmo va in cerca della donna con cui generare un figli-superuomo, in grado di salvare l'Italia dal degrado civile e sociale di cui è preda;
  • Il fuoco (1900), il cui protagonista, Stelio Effrena, discepolo di Wagner, è il poeta profeta, maestro del fuoco e annunciatore di una nuova religione della bellezza, in tutto superiore alla volgarità della becera folla;
  • Forse che sì forse che no (1910), storia di Paolo Tarsis, eroe aviatore e automobilista, superuomo modernizzato; invece la protagonista femminili Isabella è una donna fatale, irresistibile, ma vittima della gelosia (verso la sorella Vana) e della follia.

L'individualismo del Superuomo
Non tutte queste opere si possono qualificare, in senso stretto, come romanzi del superuomo: la vera e propria fase superomistica di D'Annunzio si esprime soltanto a partire dal 1895, l'anno delle Vergini delle rocce, cioè dopo l'incontro, sia pure indiretto, con il pensiero di Nietzsche. Ciò non toglie che già i primi romanzi, a eccezione del solo Giovanni Episcopo, contengano elementi anticipatori della futura concezione del superuomo: tra questi, il maggiore è l'esasperato individualismo dei protagonisti, dall'Andrea Sperelli del Piacere, al Tullio Hermil dell'Innocente, fino al Giorgio Aurispa ammiratore di Nietzsche e Wagner del Trionfo della morte. Superuomini saranno anche i due successivi protagonisti, Stelio Effrena (in Il fuoco) e Paolo Tarsis (in Forse che sì forse che no): l'uno è superuomo dell'arte, l'altro dello sport e della tecnica (Paolo è un pioniere dell'automobilismo e dell'aviazione.
In questo contesto di superomismo, appare una parentesi temporanea il motivo della bontà affiorante nel Giovanni Episcopo e nell'Innocente. Suggestionato dalla recente lettura di Fedor Dostoevskij, D'Annunzio volle in essi sperimentare il racconto psicologico e spiritualizzante. Ma si trattava di tematiche a lui estranee: nelle due opere persistono infatti uno stile sovraccarico e una visione paganeggiante e sensuale, lontana dall'introspezione e dalla tensione religiosa dei russi. L'esito finale è una sgradevole impressione di falsità.

Nietzsche, D'Annunzio e il superuomo
Fu negli anni 1892-93 che D'Annunzio accostò il pensiero del filosofo tedesco Friedrich Nietsche (1844-1900), centrato sulla profezia della morte di Dio e dall'annuncio del superuomo (Ubermensch). Lo scrittore pescarese venne a contatto con tali temi grazie alla mediazione del teatro musicale, da lui molto ammirato, del compositore tedesco Richard Wagner (1813-83). Quest'ultimo aveva ripreso e spettacolarizzato, nei suoi melodrammi, il sogno nietzschiano di rigenerare la società umana, incarnandolo in figure eroiche e ancestrali (come Sigfrido), antesignane del superuomo.
La prima divulgazione, da parte di D'Annunzio, della figura del superuomo avvenne nell'articolo La bestia elettiva, pubblicato sul Mattino nel settembre 1892. Successivamente, nel 1894, concludendo la prefazione al Trionfo della morte, lo scrittore affermò di voler tendere l'orecchio alla voce del magnanimo Zarathustra e di preparare nell'arte con sicura fede l'avvento dell'Ubermensch, del superuomo. La più compiuta espressione di questi motivi avvenne infine con il romanzo Le vertigini delle rocce, del 1895.

Sperimentalismo e antiromanzo
Un ulteriore elemento che accomuna i romanzi dannunziani è lo sperimentalismo. L'autore ha aperto con essi la strada verso una nuova forma romanzo, in cui gli elementi d'intreccio, i fatti e i caratteri si riducono nettamente a vantaggio di altre componenti.
  • Il simbolismo di luoghi e situazioni, in cui si sciolgono i dettagli realistici e l'importanza stessa della trama;
  • Una prosa dal sapore lirico musicale, lontanissima dall'impersonalità dei vestiti;
  • L'invadente presenza di dimostrazioni, commenti, elementi ideologici (riflessioni pseudo filosofiche) e saggistici (spunti di poetica, descrizioni).
Già nella prefazione del Trionfo della morte (1894) D'Annunzio dichiarava di voler creare una prosa moderna, capace di fondere scrittura d'arte e lirica, e in cui a prevalere fossero i valori formali (un lessico prezioso, cadenze musicali) e autobiografici. Il progetto si realizzò nel romanzo (o meglio, antiromanzo) successivo, Le vergini delle rocce (1895), in cui si attua un definitivo superamento del romanzo d'intreccio: invece dell'azione narrativa, del racconto di fatti, a dominare è qui una prosa poetica svuotata di realtà e orchestrata su un gioco di complicate allegorie e simboli sacrali, tesi a esprimere la filosofia del superuomo di Nietzsche. Il ritmo narrativo richiama la sinfonia wagneriana: secondo la tecnica musicale del Leitmotiv, infatti, frasi identiche si ripetono a distanza di pagine, per segnalare situazioni psicologiche ricorrenti.

Il motivo della decadenza e del trionfo della morte
Il romanzo del 1894, Il trionfo della morte, mette in evidenza un altro motivo ricorrente in D'Annunzio, il tema della decadenza, del morire di tutte le cose, del trionfo della morte, appunto. L'esteta e il superuomo conoscono spesso, nei romanzi dannunziani, l'amaro sapore della sconfitta e dell'incapacità di vivere, cosa che genera uno stridente contrasto con la dichiarata volontà di potenza del superuomo.
Per contrasto risaltano le figure femminili: la donna, spesso dipinta come donna fatale misteriosa e lussuriosa, appare quasi sempre superiore all'eroe maschile, in grado di dominarlo, tanto con la volontà quando con la sensualità. La donna sa infatti utilizzare a proprio vantaggio la seduzione, mentre l'uomo è accecato dai sensi. Nel Trionfo della morte questo tema è rappresentato dalla coppia Giorgio Ippolita.
In misura diversa, tutti i romanzi dannunziani presentano le tematiche tipicamente decadenti del disfacimento, della corruzione, della morte, molto frequenti sono le immagini di giardini inselvatichiti, statue corrose dagli anni, palazzi in rovina. Emblema di questa decadence è Venezia, la città che fa da sfondo inquietante a Il fuoco (1900). Città d'acqua e di ombre, di gloria passata e di lento processo di putrefazione, la Venezia di D'Annunzio (così come quella del romanzo breve di Thomas Mann, Morte a Venezia, del 1912) incarna uno dei miti più suggestivi del Decadentismo europeo: il fascino distruttivo del negativo, la sensualità disfatta e malata, una voluttà che investe l'anima e ogni cosa attorno.


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