Gabriele D'Annunzio e il Fascismo


Il brano delle Vergini delle rocce costituisce quasi un'anticipazione dei movimenti antidemocratici che si svilupperanno nei primi decenni del Novecento.
Fu proprio D'Annunzio a promuovere presso i lettori comuni l'ideologia antigiolittiana e antiparlamentarista, anticipando così i due presupposti ideologici fondamentali del fascismo. Molti motivi dannunziani (come l'idea che la guerra è una cosa bella, l'imperialismo coloniale, l'esaltazione della forza, il mito della potenza, incarnata nel superuomo) saranno infatti sfruttati dal regime fascista nella sua ricerca del consenso presso l'opinione pubblica piccolo borghese.
Fu D'Annunzio, in Italia, il primo a promuovere quel processo di estetizzazione della politica (W. Benjamin) poi di contro, il comunismo darà vita, sempre secondo Benjamin, a una politicizzazione dell'arte). Specialmente il linguaggio tribunizio e oratorio del D'Annunzio interventista (1915) e fiumano (1919-20) divenne il modello della comunicazione emotiva e diretta stabilita dal regime fascista con le masse.
Sul piano storico, soprattutto l'impresa di Fiume (1919-20) diede l'esempio concreto di come una piccola fazione potesse sovvertire le istituzioni, alleandosi con gli ambienti militari e industriali più sensibili agli slogan del patriottismo e del combattentismo. Dopo l'impresa fiumana, solo la rapida ascesa di Mussolini impedì lo sviluppo del sogno che D'Annunzio stava coltivando, ovvero porsi alla guida di una rivolta nazionale contro il crescere dei movimenti di sinistra e le lotte sociali.
Nel 1922 D'Annunzio cercò di favorire la pacificazione nazionale, organizzando un incontro al Vittoriale tra Francesco Saverio Nitti (il presidente del Consiglio che nel 1919-20 aveva fronteggiato l'impresa di Fiume) e Mussolini. L'abboccamento però fallì, per una strana (e tutt'ora misteriosa) caduta dello stesso D'Annunzio da una finestra.
Dopo la marcia su Roma, di cui era all'oscuro, D'Annunzio rimase diffidente verso Mussolini, il quale da parte sua lo temeva per la fama e il carisma di cui godeva presso un ampio pubblico; in particolare lo scrittore non accettò mai l'alleanza italo-tedesca. Tuttavia, per stanchezza o per opportunismo, lasciò che il fascismo sfruttasse il prestigio del suo nome facendosi relegare ai margini, confinato nella sua villa-museo di Gardone e imbalsamato tra le glorie della nazione italiana.


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